Introduzione

La S. Chiesa di Dio che Ź in Maratea, puė essere descritta ed illustrata sotto vari aspetti. Un argomento cosi vasto richiede molto tempo, volendo evidenziare, dalle remote ori­gini al presente, i seguenti temi di contenuto storico, sociologico e religioso:

-                           i precedenti ambientali ed umani dei primi abitanti indigeni (Italici) o immigrati (Greci, Fenici, Romani ed Arabi);

-                           l'avvento del Cristianesimo nell'Italia Meridionale, con centro propulsore a Bussento (Policastro Bussentino);

-                           i precedenti religiosi, come l'appartenenza e dipendenza alla prima Diocesi del Mar Tirreno, nel Golfo di Policastro: Bussento (sec. I - IX) e Policastro (sec. X- XX);

-                           l'annessione alla Diocesi limitrofa di Cassano Ionio, per otto secoli (sec. IX,1098 - sec. XIX, 1898);

-                           la presenza dei Monaci Italo-Greci o Basiliani e loro grancia in Maratea, dipendente dall'Abbazia di S. Giovanni a Piro (sec. XVIII);

-                           le circoscrizioni parrocchiali di Maratea, unificate nel 1589;

-                           il Beato P. Angelo d'Acri Cappuccino, Superiore nel Convento di Maratea e suoi miracoli (sec. XVIII);

-                           vicende politiche di P. Carlo da Celle Cappuccino in Maratea (1828);

-                           l'annessione di Maratea alla Diocesi di Policastro per dismembramento da Cassano Ionio (1898);

-                           Maratea designata Sede Vescovile per trasferimento da Policastro, motivato da problemi ecologici (non attuato- 1913);

-                           altre note particolari.

Credo sia doveroso ed urgente piĚ che mai mettere in luce alcuni avvenimenti antichi e recenti del tutto particolare, come pure illustrare qualche personaggio. Alcuni fatti, affascinanti per la loro novita, eccellenza e singolaritą, non si sono realizzati a causa di forza maggiore. Considerato l'insieme di tutte le peculiaritą storiche, possiamo distinguere sempre la veritą e dire che Maratea merita. Quello che non si Ź attuato non offusca, anzi evidenzia sempre piĚ le doti umani e spirituali di un popolo numeroso (plebs consistens), che nei secoli passati si Ź sempre affermato e distinto per le sue nobili imprese.

I valori perenni da sottolineare costituiscono tanti punti fermi, tra i quali emergono la religione, la preghiera, la cultura e il lavoro. Se la storia umana, unita alla ricerca e alla tradizione, al dir del grande Cicerone Ź “maestra della vita[1] quella di Maratea va ricostruita dalle proprie radici e nei suoi vari rami o aspetti; e quindi letta e meditata ogni giorno. Il piĚ breve articolo, stampato o manoscritto; la piĚ piccola cartolina, corrosa dal tempo edace; la piĚ veloce novella tramandata di generazione in generazione; la iscrizione meno leggibile o il reperto archeologico piĚ fratturato; tutto concorre a rico­struire e a conservare le piĚ belle e care memorie di una comunitą in cammino. Non per nulla, nelle testate di importanti documenti, si legge spesso la frase latina: “Ad perpetuam rei memoriam” .

1. Etimologia storica della voce "MARATEA" e sua fondazione fenicia

A parte tutte le altre interpretazioni, non prive di un qualche fondamento, come la “Thea Maris” (Dea del Mare)[2] o la “Moira Theia” (Destino Divino)[3] e tralasciando le indagini su qualche altro raro paese omonimo o quasi esistito in Grecia, come Maratona, la opinione piĚ accreditata, attendibile e certa Ź quella della fondazione fenicia. Infatti i Fenici, avendo dimorato nel secolo VIII a.C. nell'isola greca di CorfĚ (Corcyra), la lasciarono per l'arrivo dei coloni greci di Corinto nel 755 a.C.[4]. Partiti dalla vicina isoletta di Marate, navigarono dal Mar Ionio al Mar Tirreno ed approdarono nelle nostre coste[5].

I Fenici, originari della terra a nord-ovest della Palestina, nel Medio Oriente, grandi navigatori e conquistatori del Mare Mediterraneo, ricordati spesso nella S. Scrittura, dovevano avere buone referen­ze, se GesĚ Cristo ne fece le lodi a distanza, grazie alle loro sante disposizioni di spirito, contrariamente a quelle dei duri Israeliti[6]. Questi primi nostri antenati trasmisero alle successive generazioni buone qualitą secondo l'adagio: “Tal padre, tal figlio”. Passarono i secoli e le varie generazioni, miste a quelle indigene degli Italici e degli immigrati Greci e Romani, si diffusero a largo raggio nel retroterra del Golfo di Policastro dando origine ai primi nuclei abitati di Lauria, Rivello, Trecchina, Aieta e Tortora[7].

Il Curzio era uno studioso. Peccato che nella sua conferenza pubblicata in un opuscolo non ri­portava note esplicative, ma accennava a memorie antiche riportate da autori greci classici come Ero­doto e Pausania. In Erodoto il termine greco Ź “Marathos”, cittą fenicia presso la isola di Arado, secon­do Plutarco e Quinto Curzio. Da una prima colonia detta di Marate, i Maratei o Marateni passarono a fondare la nostra Maratea, sul Monte Minerva[8].

2.Il Cristianesimo nel Golfo di Policastro.

Sorvoliamo qualche nota storica del mondo greco-romano e passiamo a tempi migliori. La no­stra fede cristiana si diffuse nelle nostre terre, grazie alla predicazione apostolica di S. Pietro e S. Paolo. S. Pietro venuto a Roma nel 42, passė molte volte per le terre del meridione, consacrando vescovi e preti; S. Paolo, approdato a Pozzuoli nel 61, perlustrė le nostre regioni e fondė molte comunitą cristia­ne, molte delle quali diventarono diocesi, come l'antica Bussento, oggi Policastro, verso il 66[9].

In veritą la fede cristiana fu importata privatamente dai "trafficanti levantini" dediti al commer­cio nei paesi del Mediterraneo[10]. Non mancarono pericoli e traversie a causa della lenta decadenza dell’Impero Romano d'occidente e della susseguente irruzione dei nemici d'oltre cortina.

La prima sede vescovile di Bussento, distrutta dai Vandali nel 440, risorse nel 500, anno in cui appare il primo vescovo storico Rustico[11]. Colle invasione dei barbari e di altri popoli nordici (Lon­gobardi, Ostrogoti, ecc.) la diocesi fu devastata a tal punto che Papa S. GREGORIO I MAGNO nel 592 ordinė a Felice, vescovo di Agropoli, di compiere le visite pastorali alle diocesi limitrofe di Velia, Bussento e Blanda nelle coste tirreniche, perché prive di vescovi[12]

Restaurata la seconda volta la sede di Policastro grazie alle suppliche di GISULFO II Principe di Salerno e del popolo numeroso di Bussento, sotto il pontificato di S. GREGORIO VII, col nuovo vescovo SAN PIETRO PAPPACARBONE, III Abate Benedettino di Cava dei Tirreni, la nostra, Diocesi ebbe un rias­setto definitivo con 30 parrocchie in un'area territoriale piuttosto vasta, da Camerota (Salerno) a Scalea (Cosenza) e retroterra di Tortora, Laino, Rotonda, Latronico, Lauria, Lagonegro, Trecchina ed altri paesi vicini nel Cilento. Tra i centri o comunitą parrocchiali figurano: Castrucucco e Marathia. La pri­ma, ubicata su un costone a mare nella Marina di Tortora (S. Maria), la seconda, sul Castello (S. Biagio)[13].

Il territorio in questione, cioŹ la nostra Parrocchia, indicata geograficamente nella Bolla di ALFANO del 1079, era indubbiamente parte integrante di S. Biagio in Maratea Superiore, dove, nel se­colo VIII (a. 732), secondo una verace e costante tradizioni, arrivarono dall'Asia Minore (Armenia) le reliquie di S. Biagio e di S. Macario[14]. La popolazione doveva essere considerevole se nella seconda metą del secolo VIII accolse i profughi di Blanda, comunitą vicina e sede vescovile, distrutta da un violento maremoto[15].

Dopo il famoso Editto dell'Imperatore COSTANTINO IL GRANDE (a. 313), sotto il pontificato di S. Melchiade, la Chiesa ebbe piena pace e libertą di culto[16]. Nonostante l'imperversare delle persecu­zioni, le prime comunitą cristiane, che praticavano il culto in grotte o altri luoghi nascosti e riparati, erano assistite dai preti e dai vescovi. Infatti, nel I secolo, BACCHILO, Arcivescovo di Messina, fece una visita apostolica a Bussento passando per Blanda e per una via alle falde del Monte Coccovello, su un cavallo grigio[17].

Blanda, educata nella stessa fede e decorata dalla sede vescovile tra il III e l’VIII secolo (a. 250-743), ebbe la felice sorte di salvare gli abitanti superstiti, che trovarono accoglienza presso i paesi vici­ni come Castrocucco, Aieta, Tortora e Maratea Superiore[18]. L'accoglienza fu cosď spontanea e cordiale da restare come esempio di caritą fraterna a tutti i paesi del circondario.

3. L'annessione di Maratea alla Diocesi di Cassano Jonio (sec. XI, a.1098)

La sede vescovile bussentina o di Policastro, restaurata la seconda volta nel secolo XI, grazie all'interesse dei pontefici, dei vescovi, dei principi e dei conti, ebbe lunga durata ed oggi conta oltre nove secoli con una serie quasi continua di vescovi, da S.PIETRO PAPPACARBONE a Mons. FEDERICO PEZZULLO († 1979).

Come anche oggi accade, anche allora, nell'Alto Medioevo, la spartizione delle terre, sia dei feudi che delle diocesi, come anche l'assegnazione delle stesse parrocchie lungo il litorale e nell'entro­terra, era suscettibile di mutazioni. Venuta meno la diocesi di Blanda e scomparsa nella seconda metą del secolo VIII, al tempo del sesto ed ultimo vescovo Gaudioso, presente nel Sinodo Romano di Papa Zaccaria del 743 con Anteramo di Bisignano e Pelagio di Cosenza[19], verso la seconda metą del secolo IX sorse la nuova Diocesi di Cassano, la quale cominciė a far parte della Eparchia o Provincia Eccle­siastica di Calabria, con capoluogo a Reggio[20].

Nel 1098, sotto il pontificato di URBANO II, l'episcopato di SASSONE ed il governo di RUGGERO BORSA, Duca di Calabria e Puglia, Maratea fu dismembrata da Policastro ed annessa a Cassano. Que­sto vescovo, il cui presulato durė meno di vent'anni (1088 - 1106), chiese ed ottenne dall'Arcivescovo metropolita di Salerno ALFANO II il trasferimento della Cittą di Maratea a Cassano. Era il tempo in cui, per motivi politici o altre ragioni, i feudi e i benefici ecclesiastici erano trasferiti e accettati da regno a regno, non solo in Italia, ma anche all'estero. Ma, la ragione piĚ evidente era l'eccellenza di Maratea come meta di devoti e continui pellegrinaggi al Santuario di S. Biagio, le cui preziose reliquie erano un vero tesoro. La posizione felice ed incantevole del sito, definito “perla della diocesi” dava lustro e guadagno alla nuova sede e da quel tempo S. Biagio fu proclamato “Patrono della diocesi di Cassano Jonio”[21].

Fino al secolo XVI, epoca del Concilio di Trento, tali trasferimenti erano cose di ordinaria am­ministrazione. In seguito si ebbe un certo equilibrio. Ma anche oggi il fatto non Ź infrequente, perché le circoscrizioni civili e religiose vanno incontro a modifiche e variazioni opportunamente giustificate.

4. I1 culto della S.Vergine Maria

Come spiegare l'esistenza di ben 20 Chiese e Cappelle nell'agro di Maratea (centro e frazioni), tutte dedicate alla Madonna, oltre le numerose Edicole con dediche ed iscrizioni commemorative? Mons. Domenico Damiano, Rettore e Parroco di S. Biagio, cosa si esprimeva nella sua pregiata opera: “La devozione verso la Madre di Dio brillė e brillerą sempre nel cielo della pietą cristiana come un gran sole! E nella nostra Maratea, sembra incredibile, una ventina di chiese sono dedicate a Lei![22].

Una recente accurata descrizione bene illustrata ed intitolata “Maratea Sacra”, composta negli anni '90, invita tutti noi ad una spirituale riflessione su una realtą viva e costante, intessuta di fede, di tradizione e di storia. Maratea puė definirsi la "Cittadella mariana". Sei mesi l'anno si celebrano feste con una certa solennitą (novena, predicazione, messa solenne e processione) in onore di S. Maria di Portosalvo, del Carmine, dell'Assunta, dell'Addolorata, del Rosario e dell'Immacolata.

Dalle due prime comunitą parrocchiali (Maratea Superiore e Castrocucco) alle altre, come S. Maria Maggiore, piĚ antica; Acquafredda e Porto, piĚ recenti, nell'insieme delle frazioni e delle nume­rose contrade nel corso dei secoli il popolo marateese ha sempre inneggiato alla Madre di Dio con co­stante fervore e devozione. Questo fatto si spiega e si comprende per l'affermazione della “religiositą popolare nella osservanza della Legge di Dio, nel rispetto delle feste e nella frequenza delle celebrazio­ni liturgiche”. Esiste un forte filo conduttore: la fede nei dogmi mariani nell'obbedienza a tutte le dispo­sizioni dei pontefici e dei vescovi.

Ma c'Ź di piĚ. In precedenza, da tempo immemorabile, la piĚ antica forma di venerazione ma­riana Ź dovuta all'esistenza, nell'Italia Meridionale e nella nostra diocesi, del culto di S. Maria Odegitria (Dux Viae) o Madonna del Buon Cammino, detta poi Madonna di Costontinopoli. Questo culto fu importato dai Monaci Italo-Greci" (Basiliani), venuti nell'Italia Meridionale e nel Golfo di Policastro in varie epoche tra il VI e il IX secolo, in seguito alle guerre gotiche (a. 553) e alle lotte iconoclastiche (a. 726)[23]. Detti monaci, accompagnati da tanti fedeli, grazie alla loro santitą di vita, fecero ovunque vera opera di evangelizzazione e di risanamento ecologico e morale nelle nostre terre devastate in varie epoche, tra i secoli VI e X, dai barbari invasori[24]. La devozione alla Madre di Dio, importata dall'Oriente, penetrė nelle nostre zone e fu affiancata dal "rito greco". Numerose cappelle portarono questa dedica­zione (l’Odegitria) per indicare Maria SS. come guida e condottiera dei fedeli nella ricerca e nel cam­mino verso Cristo "Via, Veritą e Vita"[25].

L'effigie, secondo la teologia dell'Icona, o "La Cona", a confronto con altre immagini presenti nel territorio dell'Italia Meridionale, presentava la Vergine come "quella che mostra la via", cioŹ, se­condo il dogma cattolico, "Colei che mostra il suo Figlio che Ź la Via. In particolare, la Madonna sul braccio sinistro porta il Bambino che benedice e con la destra indica il Salvatore"[26].

Dopo questo titolo, tanto caro ai monaci itineranti, se ne aggiunse un secondo equivalente: la Madonna di Costantinopoli, perché in questa cittą, punto strategico e ponte fra l'Oriente e l' Occidente, l'effigie si fermė e fu modello artistico di altri esemplari. Numerose furono le chiese dedicate col primo titolo: Bussento-Policastro (Cripta della prima Cattedrale), Salerno, Velia, Paestum, Capaccio, Pattano e Rofrano. Ancora piĚ numerose quelle col secondo titolo in quasi tutti i paesi della nostra diocesi, sia nel Cilento che nel Lagonegrese. Queste immagini dipinte dagli stessi monaci, si moltiplicarono ovunque in appositi cicli pittorici e, nel tempo del loro cammino di espansione, assunsero altre denomina­zioni e conservarono la forma caratteristica delle icone fissate nei tipi convenzionali[27].

Al culto della Vergine si unď quello dei Santi orientali piĚ venerati dagli stessi monaci: S. PIETRO E PAOLO, S. BIAGIO, S. BASILIO, S.FILIP1P0 D'AGIRA, S. GIORGIO, S. ELIA PROFETA, S. SOFIA, ecc. I templi mariani si diffusero nell'Europa e nell’Italia Meridionale, specialmente nelle nostre terre, sotto l'influenza spirituale del dominio bizantino[28].

Senza voler enumerare le cappelle mariane di Maratea, cui si aggiungevano altre di vari Santi fino a 44, oltre le piccole edicole, riportiamo un breve giudizio del nostro concittadino Mons. DO­MENICO DAMIANO, Rettore e Parroco di S.Biagio, circa le perenni testimonianze di fede dei marateoti: “Questo costante miraggio di fede - che nel caso nostro non Ź un fenomeno di illusione prodotto dalla rifrazione di una devozione sentimentale - Ź l'esponente di una pietą fortemente sentita che si traduce senz'altro in una lampante realtą progressiva attraverso le tante opere di religione gią viste e da vede­re”[29].

Sulla pietą mariana e sulla devozione ai Santi continua Mons. Damiano: “Dovunque la venera­zione - o culto verso i Santi - Ź antica quasi quanto la Chiesa. La Vergine gode del piĚ alto onore: Essa é esaltata in numerosi trattati e nelle omelie dei Santi Padri; celebrata nelle arti con iscrizioni, imma­gini e templi. Questa venerazione tutta speciale si manifestė maggiormente quando Nestorio, patriarca di Castantinopoli, deposto nel 431, ardď ricusarle la divina, maternitą. Il culto dei martiri si accrebbe nel IV secolo; ma restė molte volte limitato ai luoghi del loro martirio o della loro sepoltura. Cessate le persecuzioni si tributarono pure grandi onori a quelli che si erano maggiormente distinti per le loro eroiche virtĚ, specialmente ai vescovi, agli eremiti, ai monaci, e tutti venivano chiamati Santi”[30].

Fra i titoli mariani dedicati alla nostre chiese, dopo il Mille, risaltano quelli dell'Assunta (Policastro, Maratea, Caselle, Poderia, Lauria,); del Rosario, dopo la famosa battaglia di Lepanto del 1571 (Maratea, Roccagloriosa); dell’Immacolata e dell'Addolorata o della Pietą (Conventi Francescani) e delle Grazie (Maratea, Lentiscosa)[31].

5. La Parrocchia di S.MARIA MAGGIORE

Trattiamo cronologicamente non solo della Chiesa Parrocchiale come edificio sacro, ma anche del territorio e dei fedeli abitanti. Il Comune, unico in origine, poi duplicato per la diversa collocazione e disposizione del sito (il Castello e il Borgo) di Maratea Superiore ed Inferiore, ha una superficie di 67, 3 Kmq. con 5261 abitanti (Cens. 1991) distribuiti in 4 Parrocchie: S. Biagio, S.M. Maggiore, Ac­quafredda e Porto. Confina a ovest col Mar Tirreno e Sapri, a nord con Trecchina, a est e a sud con Tortora. La parrocchia, invece, confina con le vicine chiese di Trecchina, Porto, Acquafredda e S.Biagio. E' superfluo descrivere le bellezze incomparabili del luogo, come la freschezza dei monti e delle valli, l'olezzo del mare, la varietą dei ruscelli e l'eccellenza delle acque sorgive e dei prodotti agricoli. Il tema Ź orientato sul sacro, per cui c'inoltriamo nella storia e nell'arte.

La Chiesa Madre Ź ubicata nel centro storico, ove Ź la piazzetta o largo S. Maria Maggiore, nella parte piĚ alta, presso il Rione di Capo Casale. Questa zona piĚ antica oggi Ź poco abitata perché col l'andare del tempo le case si sono moltiplicate verso la periferia e la valle, in un ambiente piĚ co­modo, spazioso e soleggiato.

a)- Origine di Maratea Inferiore.

In seguito all'immigrazione dei fedeli della vicina Blanda, che incrementarono Castrocucco e Maratea Castello[32] nel secolo VIII, e piĚ tardi il Borgo Inferiore[33], la popolazione esorbitante non poté vivere a proprio agio sia per la ristrettezza del luogo, sia per il disagio nel recarsi a piedi a coltiva­re i terreni della vallata[34]. I castellani pensarono di sistemarsi possibilmente nei luoghi ombrosi sotto i carpini, alle falde del Monte Minerva, detto poi di S. Biagio. Risolti i primi due problemi vitali, ne sus­sisteva un altro maggiore: il pericolo dei corsari, i quali, dai Saraceni ai Musulmani e ai Turchi, invase­ro, depredarono e distrussero tutti i centri costieri, tra i secoli IX e XVI[35]. Perciė i cittadini cercarono nelle grotte di S.Vito improvvisando capanne e casupole tra le spine del carpineto in un lungo arco di tempo di quasi due o tre secoli. Il Castello restė sempre nella sua roccaforte, ben difeso da mura e ba­stioni, fino all'inizio del secolo XIX[36]. Aumentata la popolazione per la presenza e residenza di castel­lani, di blandani, di Greci cristiani della diaspora e di monaci bizantini sfuggiti alle feroci persecuzioni degli iconoclasti, al primo rione di Capo Casale segui un secondo del Casaletto[37]. Cosď, tra il 1000 e il 1300, i due rioni si fusero dando origine alla grande borgata, che oggi corrisponde a Maratea Centro[38]. Nel frattempo sorsero anche le chiese di piccola grandezza: S.Vito, al Capo Casale (sec. XI); S.Maria, sotto S.M.Maggiore (sec.XII); S.Pietro Apostolo, sotto l'Immacolata (sec. XIII); S.Anna (sec. XIV), al Casaletto[39]. In veritą la prima semplice denominazione o dedica alla Madonna, segno antico della pietą mariana, era quella di Santa Maria data a 4 chiese consecutive: la prima al Castello[40], la seconda a S. Vito, la terza e la quarta, a S. M. Maggiore. Quest'ultima, ampliata nel secolo XV, fu detta S.Maria la Nova[41]. Come si vede ancora oggi, il centro storico, nonostante gli avanzamenti delle fabbriche in un millennio, dall'Alto Medioevo all'Etą Contemporanea, presenta molti aspetti e strutture edilizie tra vicoli e vicoletti, scalinate e piazzette, archi e portali caratteristici di interesse storico ed artistico (la cit­tadella medioevale). Le anguste costruzioni fra le strettoie indicano la difesa dal freddo e dal terremoto.

b)-              La dedica della PARROCCHIA a S. MARIA MAGGIORE.

Come gią detto, il filo conduttore, per fede e tradizione, fu la devozione alla Madonna. Il titolo ha un fondamento storico risalente al IV secolo. Dopo la fondazione della Basilica di S. Maria Maggio­re sull'Esquilino in Roma, tutte le chiese della cristianitą dedicate alla Vergine, beneficiarono del ve­nerabile titolo, in qualitą di filiane in omaggio di fedele sottomissione. Questa prima chiesa fu fatta edi­ficare da Papa Liberio, per cui fu detta liberiana, in ricordo del miracolo della neve caduta la notte del 5 agosto del 352. Ebbe anche due altri sottotitoli: S. Maria ad Nives o Madonna della Neve per il fatto prodigioso e S.Maria del Presepio, perché custodiva le reliquie insigni del presepe e della culla di Ge­sĚ Bambino. Per queste prerogative la Basilica patriarcale di Roma eccelle su tutte le altre chiese con­sacrate alla B. Vergine[42]. Per commemorare questo tempio insigne della cristianitą e della devozione mariana sorsero in Italia e nel mondo centinaia di chiese e cappelle, tra cui la nostra parrocchiale e l'al­tra, sul Monte S. Biagio; la Madonna della Neve o Madonna dell'Ulivo, stazione basiliana del secolo VI. Qualche altra chiesa fu eretta a Castelruggero, a Celle di Bulgheria e a Lagonegro[43].

c)-              Origine della Chiesa di S. MARIA MAGGIORE

I fedeli antenati di un millennio nel nostro centro storico, accompagnati dai blandani e dai greci, nonché dai vicini emigrati del Castello di Maratea Superiore, formarono in precedenza il paese e porta­rono il nome e la devozione della Madonna. Perciė la nostra parrocchia fu filiana di S. Biagio, in quanto sorta per naturale generazione, non per dismembramento o trasferimento o nuova erezione[44]. I segni di questa identitą, paternitą e maternitą si riconoscono nei reperti archeologi e nella genealogia. Infatti la prima chiesa di S. Maria, sorta sulle basi del tempio pagano di Minerva, fu dedicata alla Ma­donna delle Grazie o della Visitazione nel secolo VI; riattata in forma basilicale, accolse le reliquie di S. Biagio nel secolo VIII (a. 732). Una statua dell'Assunta fra gli Angeli, in marmo giallo, fu trasfe­rita nell'abside della nostra chiesa parrocchiale[45]. Anche la Porta d'ingresso al Castello, a sud, si chia­mava Porta S.Maria[46]. Costruita la prima chiesetta di San Vito, questa portė per un certo tempo la de­dica a S.Maria[47].

Ingranditosi l'abitato e moltiplicatesi le case dal Capo Casale in giĚ, fu eretta una seconda chie­sa, nel secolo XII, pure dedicata a S.Maria. Di questo tempio, sito a qualche metro, nel piano sotto­stante dell'attuale chiesa di S. M. Maggiore, restano un portale in marmo scuro, di forma ogivale, con abside circolare e pareti dipinte a vivaci colori. La superficie Ź quasi pari ad un quarto del pavimento di S. Maria Maggiore ed inizia presso la porta grande d'ingresso[48]. Il titolo delle tre precedenti chiese, detto sempre di S.Maria, sottintendeva la specificazione devozionale della prima basilica romana di S.M. Maggiore.

Ingranditosi ormai il Borgo in Maratea Centro, non essendo piĚ capienti le due prime chiese, perché piccole ed incastonate tra vie e case in poco spazio, per comoditą dei fedeli e praticitą delle stes­se funzioni liturgiche, fu eretta l'attuale chiesa intitolata e dedicata a S. Maria de la Nova o S. M Mag­giore, nel sec. XV (a.1434)[49]; fu rinnovata ed ampliata dopo 40 anni, nel 1474, in pieno Rinascimento, come appare da un portale marmoreo, ed ha conservato, dopo ulteriori restauri, la forma attuale. Il por­tale Ź opera di T. Malvito (sec. XVI). Cosď la comunitą si staccė da quella di Maratea Superiore.

La nostra chiesa ebbe due succursali: S. Maria di Castrocucco e la SS. Annunziata, in paese.

La prima era ricordata in una Platea del 1510[50]; ma, in seguito al terremoto del 1638, alle deva­stazioni dei corsari di Biserta (1645-1661), alle insurrezioni di Napoli del 1647 ed alla peste del 1656, il piccolo feudo decadde[51] e la residua comunitą sopravvissuta fu assorbita da S.M. Maggiore, come dalla Convenzione del 7 maggio 1819 per la nuova circoscrizione delle due parrocchie, stipulata tra D. Giuseppe D'Alitto, Parroco di Maratea Inferiore e D. Carmine Iamini, Parroco di Maratea Superiore[52]. La seconda, eretta nel sec. XVI, fu unificata nel 1589 colla Chiesa Madre da Ludovico Audoeno, Ve­scovo di Cassano[53]. Il primo Arciprete di S.Maria Maggiore fu D. GIOVANNI MAIMONE, sotto l'episcopato di Mons. BELFORTE SPINELLI[54]. Un secondo omonimo risulta arciprete dal 1582 al 1599[55].

d)- Stato attuale della Chiesa di S.M. MAGGIORE

L'edificio (lungo m. 40, largo ed alto m. 10) fu ingrandito per maggior comoditą della popola­zione, aumentata nell'arco di circa tre secoli, dal XIII al XV, ormai stabile nel Borgo. Comune auto­nomo ed indipendente da quello del Castello, Cittą demaniale e libera da vincoli feudali, forte di privi­legi e riconoscimenti regali. I lavori furono agevolati dalla felice posizione centrale sulla roccia, dalle basi della primitiva chiesa del 1200 e dalla presenza di una robusta Torre, che fu incorporata nel Pre­sbiterio e nel Coro. Questa e una delle tre torri penitenziarie (di cui altre due in Contrada Calata) edifi­cate dai Signori Giordano, antenati e predecessori dei Labanchi[56]. La sagoma della torre appare ancora oggi, all'esterno, a base quadrangolare, con 3 finestre alte e strette. Eliminata la parete occidentale col prolungamento e l'incorporamento dei muri, sostiene bene tutto il tempio e sottostante ossario protetto da molteplici volte in muratura.

La Chiesa era Arcipretura Curata ed aveva un Clero numeroso, che vi esercitava le sacre fun­zioni in forma di Capitolo; infatti Pio IV, con la Bolla del 4 settembre 1560, ne affidė la Cantoria a BERNARDINO CALň di Castrovillari[57].

Fu costruita e lo Ź tuttora ad una sola navata; si presenta in stile barocco, senza particolari pregi storici, come tutte le chiese del tempo. Fra i cimeli meglio conservati esistono ancor a oggi, oltre al re­sto di antico Portale, in pietra scura, la Statua di S.Maria Maggiore, in marmo giallo, proveniente dalla chiesa omonima parrocchiale del Castello, (ora nell'abside); il pregevole Coro ligneo, in stile gotico, del secolo XV, rifatto nel '700 con l'incastro di due stalli primitivi; un resto di antico Portale laterale, grande, murato nel 1948, indicato da due bassorilievi di marmo bianco del 1500, raffiguranti due An­geli in adorazione ed incastrati nella parete esterna. Il portale era in pietra arenaria.

La Chiesa, ricettizia e civica, di antico patronato Comunale, eretta ex publico aere Universitatis Maratheae, e affidata al Parroco locale pro-tempore, il quale vi esercita piena giurisdizione e manuten­zione, con relativa amministrazione. Le riparazioni ordinarie e straordinarie erano a carico del Munici­pio e dei fedeli secondo le vigenti leggi Comunali e Provinciali favorevoli ad eventuali petizioni. Senza dubbio ha subito rifacimenti nei secoli XVII e XVIII, come appare da qualche pittura rimasta nascosta sotto la nuova decorazione completamente barocca e dalla evidente sovrastruttura del rafforzamento interno dei muri molto spessi. Gli ultimi restauri rimontano al 1876, sotto la cura di D. Luigi Marini e, trent'anni dopo, con D. Vincenzo Scognamiglio cui l'edificio fu cinto da due or­dini di catene di ferro, che appaiono in alto sul presbiterio, come due tiranti paralleli, per rafforzarlo contro eventuali lesioni, pericoli di frana e scosse sismiche. Infatti la base rocciosa non Ź uniforme, anzi Ź scoscesa ed in parte poco solida, come del resto Ź quasi tutto il comprensorio di Maratea, ricco di sor­give, di canali, di grotte e di piccoli precipizi.

Nel 1926, con la costituzione di un Comitato di cittadini presieduto dall'Arciprete D. ANTONIO CRISPINO, furono restaurati le fondamenta, con consolidamento di base, chiusura di fessure e rafforza­mento delle volte sottostanti, ed il pavimento, rifatto con maioliche decorate, nonché il soffitto. Quest'ultimo portė la spesa di £. 29.860,60. Il pavimento nell'arco di 50 anni, non solo si Ź logorato col calpestio, ma ha ceduto in molte parti, perché l'ossario sottostante non ha piĚ retto agli ovvi pregiu­dizi del peso delle folle Ź dell'umiditą in ben cinque secoli.

Attigua alla Chiesa, presso l'entrata al Campanile, era una casetta di proprietą della Chiesa, con due vani l'uno sopra l'altro, lasciata ab antiquo tempore al Sagrestano per abitarvi e confinante con ca­sa Picone. La Chiesa non ha avuto nessuna servitĚ, attiva, passiva, accessi o finestre da case private. Circondata da via pubblica (Via Sotto il Campanile di S.M.Maggiore), da piccola traversa a scalinata, dietro il Coro, la piazzetta antistante (Largo S.M.M.), sotto, a nord, quasi a sostegno del sacro edificio, Ź la casa Dattoli, addossata alla fabbrica e alla Sagrestia. Si estende da Nord-Ovest a Sud-Est.

Godeva di annue offerte di £. 500, comprese £. 300 dal Comune per predicazioni quaresimali; l'annuo reddito era di £. 24. Possiede, come tuttora l'archivio proprio, con Registri completi dalla se­conda metą del 1500 ed altri vari documenti, custodito ed ordinato, nell'Ufficio Parrocchiale presso la Comunitą Religiosa dei Padri Oblati di Maria Immacolata, in Via Alessandro Mandarini, 1° Piano, tel. (0973) 876224.

Il Parroco o Arciprete, Ź di libera collazione dall'Autoritą Ecclesiastica. Dal 1950, per esauri­mento di clero locale, la Parrocchia Ź stata affidata alla Comunitą dei P. Oblati. Il titolare, volta per volta, presentato dal P. Provinciale, Ź accettato dal Vescovo pro-tempore, ed Ź coadiuvato da un Vice-Parroco o da altri sacerdoti della stessa comunitą. Maratea, appartenente ab immemorabili alla Diocesi di Policastro Bussentino (Salerno), almeno fin dal sec. XI (1079), passė alla dipendenza di Cassano (Cosenza) dal sec. XII al 1898; indi ritornė alla primitiva diocesi di Policastro. per dismembra­mento da Cassano, attesa la grande distanza, nel 1898 (11), giusta i Decreti ecclesiastici e civili per in­teressamento di un illustre concittadino, S.Em.za il CARD. CASIMIRO GťNNARI[58]. Dal 6 novembre 1976 Maratea, con tutti i comuni della Prov. di Potenza, nella zona del Lagonerese, gią appartenenti alla Diocesi di Policastro, Ź stata assegnata alla nuova Diocesi di Tursi- Laonegro, per l'attuazione dei nuovi criteri adottati dalla S. Sede allo scopo di unificare diocesi e regioni[59].

La Sagrestia Ź addossata a nord alla chiesa ed ha due vani, uno grande, con due finestre, ed uno piccolo, riservato al Parroco, con una finestra; vi si accede da porta interna, donde si procede, per una piccola scaletta, alla Cantoria, situata sopra la grande porta d'ingresso, e dove esiste ancora un Organo antico “di buon gusto armonico”.

Il soffitto, restaurato, dal pittore LANZIANI di Lauria (Pz) nel 1906, Ź a cassettoni, con al centro un grande medaglione dell'Assunta, Ź stato recentemente rafforzato da ottima copertura negli ultimi la­vori di consolidamento di tutto l'edificio (1976- 83). Da esso pendono sei lampadari, con 13 luci cia­scuno.

La porta grande d'ingresso non Ź centrale, per la occlusione della roccia antistante, ma al lato destro di chi entra. ť preceduto da un Capellone che fa anche da riparo, sormontato, per estetica, da una loggetta con archetti. L'accesso Ź favorito da due porte medie laterali, delle quali due furono aperte nel 1948, in sostituzione della grande piĚ antica, poi murata. A queste corrispondono altre due, di ser­vizio, una per entrare in Sagrestia, ed una per salire sul Pulpito.

La chiesa Ź sufficientemente illuminata da ben 10 finestre, di cui 6 di modesta grandezza, con telaio intrecciato di vetri piccoli a grata, laterali; 2 rettangolari, pure a grata, sulla Cantoria, e 2 piĚ semplici, nel Presbiterio o Coro.

I lavori di restauro del 1948 furono eseguiti sotto la cura pastorale dell'Arciprete D. GAETANO SANTORO. In quell’epoca fu demolito il grande Altare Maggiore, sostituito da un altro, pure grande, ma basso, con una semplice mensa ed un ciborio e 6 candelieri alti e ben visibili.

Nel Presbiterio, avanti al Coro, stanno, ai due lati, rispettivament in cornu Evangelii et in cornu Epistolae, due robusti candelieri, con grande lampada elettrica. A lato sinistro e affissa al muro la cam­panella per i segnali liturgici, cui fanno eco i campanelli piccoli ed un'altra, piĚ sonora, alla porta della Sagrestia, per avvertire tutti i numerosi fedeli in grande assemblea,

ALTARI, QUADRI e STATUE

Gli Altari sono 7, con corrispondenti quadri o statue.

1.           Altare Maggiore, semplice, del 1948, con Crocifisso, con 7 gradini di accesso (5 dal pavimento della chiesa e 2 dal presbiterio);

2.           S. Biagio, con quadro e ciborio, lato nord;

3.           S. Cuore di GesĚ, con statua ed altare grande, molto decorato;

4.           Madonna delle Grazie, con statua;

5.           S.Nicola di Bari, con tela e reliquie di S.Donato Vescovo e Martire, lato sud;

6.           GesĚ Bambino, con statuetta;

7.           Madonna di Pompei, con quadro e ciborio grande.

Altri due vani, senza altare, sono presso la porta grande: il Crocifisso, grande, in legno, presso l'Acquasantiera, ed il Battesimo di GesĚ con Battistero in pietra e piccola balaustra.

Alternati agli altari, o Cappelle, stanno nei muri laterali 6 nicchie corrispondenti alle finestre pa­rallele, con cornici indorate e con vetri protettivi, di S. Emidio, S. Giuseppe, S. Teresa del B. GesĚ, Ma­donna del Carmine, l'Assunta; l'ultima fa da uscita sul Pulpito in legno e sorregge un tendaggio rosso. Nell'abside ne resta un'altra colla statua in marmo giallo della Vergine in gloria.

Ai due lati, sotto le nicchie di S. Giuseppe e del Carmine, sono incastonati nei muri due Confes­sionali, in legno, a tre scompartimenti, di cui uno per il confessore e due per i penitenti.

Il resto Ź tutto un insieme di stucchi, archi e lesene, con volute e motivi floreali di tipo barocco, in bianco con sfondo celestino. I quadri, o tele, sono di scuola napoletana del '600 e '700.

Gli altari o Cappelle sono di antico patronato, come si rileva dalle relative dediche o lapidi commemorative.

LAPIDI e NOTE STORICHE

Nella Chiesa di S. Maria Maggiore di Maratea (Potenza) possiamo leggere quanto segue.

1. Nell'arco del Battistero (1505)

MERCVRIVS. GRECVS. GRECA. DE. GE(N)TE. PROFECT(VS).
HA(N)C QVA(M): CAPPELLA(M).
CO(N)DIDIT: AG. HABVIT.
GRECA. DOMVS. DA(M). NVLLV(M). M. SSVR ABEVI.
CONCESSAM: AC. D.NO, PRESVLE. IVRE. TENET.
LECTOR . AMICE. VIDE(N)S. VOS. PECTORA. N.RA IOVET.
SANTE. MICHAEL. TV. ET. S. SEBASTIANE SIMVL
F. F. ANNO D. NI MCCCCCV.

Sopra l'iscrizione abbreviata, in lingua latina medioevale, incisa su pietra nera rettangolare, e disegnato lo stemma gentilizio della famiglia GRECO, con striscia parallela tra tre lettere: due Ipsilon (minuscoli - sopra) ed una M (minuscola - sotto) infiorata. Importante Ź l'origine greca di questa fami­glia (Grecus de Greca gente) di antichissima memoria … "MERCURIO GRECO, di origine greca, ve­nuto (a Maratea) fondė questa antica Cappella; ebbe un tempo famiglia greca...e casa per diritto dal Signor Preside. O lettore (di questa memoria), amico, vedendo voi, commuova il nostro cuore S. Mi­chele con S. Sebastiano. Fece fare quest'opera l'anno del Signore 1505".

2. Altare della Madonna delle Grazie (1859)

Di patronato del Cav. ALESSANDRO MANDARINI (Maratea 1762- S. Lucido 1820) nobile patriota e di SALVATORE Giureconsulto Napoletano e Prefetto di Calabria e Campania (sec. XVIII e XIX). Segue lapide.

3. Altare di S. Nicola e S. Donato (1828) -Donato Marini D'Armenia

D.O.M.

VETVSTVM HOC ALTARE
A MARINORVM FAMILIA

DIV. NICOLAO PATRONO ANTIQVITVS ERECTUM

QVOD
A TEMPORE INJURIIS DONATUS SENIOR
REFICIENDVM INCHOAVERAT
DONATVS MARINVS DE ARMENIA NEPOS
MAJORVM VOTA PERSOLVENS
RESTITVENDVM EXORNANDVMQVE CURAVIT
ANNO R.S. MDCCCXXVIII

(st. il ciborio)

S. DONATI EP . ET MART.
INSIGNES RELIQVIAE.

A Dio Ottimo Massimo. Questo antico altare, eretto dalla famiglia Marini nei tempi antichi al Patrono S. Nicola, che in tempi calamitosi Donato Marini Senior aveva iniziato a restaurare, il nipote Donato Marini D'Armenia, attuando i desideri degli antenati, provvide ad un decoroso restauro l'anno di sal­vezza 1828.

(al centro, visibili — Reliquie insigni di S. Donato Vescovo Martire)

4- Lapide funebre dell'illustre Giovane D.DIEGO MARINCOLA , morto a 23 anni a Maratea (rinvenuta sotto il pavimento negli scavi,1978)

D. O. M.

PROH DOLOR

DIDACO MARINCOLA NEAPOLITANO

PATRITII DUCI

ATAVIS ILLUSTRI ET PRAE INDOLIS INGENIO

IUVENI IN OPTVMAE SEGETIS SPEM SOBOLESCENO
CUI GENUS ET VIRTUS

CUIQVE IN PATRIAM E CALABRIA REDUCI
CASU HEIC APPULSO

DIRA PARCA HAUD PARCENS

PRIDIE IDUS IANUARIAS

ANNO DOMINI MDCCCXVI AETATIS SUAE XXIII

IMPARATO TUMULO
UNAE STAMINA PEREGRE SUCCIDIT
MARIA ANTONIA MARICONDA PATRICIA PARTHENOPEA
MATER ADFLICTISSIMA

MONIMENTUM HOCCE
QUO INFOSSUS IPSE JACET
AMORIS ET MOERORIS ERGO
POSUIT.

(A Dio Ottimo Massimo. Oh, dolore! A Diego Marincola napoletano, duce patrizio, illustre per discen­denza, ingegno e carattere, giovane di ottime speranze nel rigoglio della sua crescita, nobile e valoro­so, al quale, approdato qui per caso, reduce dalla Calabria di ritorno in patria la morte feroce non perdonando il 12 gennaio dell'anno del Signore 1816, all'etą di 23 anni, recise i fili dell'unica sua vita in paese straniero. La madre afflittissima, Maria Antonia Mariconda, Patrizia di Napoli, pose questo monumento, in cui egli stesso giace sepolto, in segno di amore e di tristezza).

5- Altra iscrizione funebre (sotto lo Stemma antico di Maratea, esistente nel Campanile, della famiglia GRECO (1611).

EX. MERCVRIO. GRECO DESCE(N)DE(N)TES.

TVMVLVM. HOC. SIBI. CONSTITVERVNT.

ANNO.SALVTIS . M. D C. XI.

(I discendenti di Mercurio Greco eressero questa tomba di famiglia l'anno di salvezza 1611).

IL CAMPANILE

Alto circa 35 m., eretto su un grande masso, ad ovest della Chiesa, e di stile romanico, con base quadrata e tre grandi finestre ogive e porta, senza battenti, un piano ottagonale e sette finestre medie e cuspide piramidale, orologio squillante di un bel suono duplice, per le ore intere e quarti. Attorno alla cuspide sta una ringhiera in ferro del 1885. Ha tre belle campane, una grande, del 1300, una media del 1885, ed una piccola del 1791. La grande porta il nome dell'Arciprete D. BOEZIO SANTORO e di D. FRANCESCO GINNARI. La data Ź decifrabile, se si interpreta una particolare siglatura del secolo XIII ( I B Z S ), diversa dalle altre medioevali, a seguito della dedica all'Assunta:

† ASSVMPTA. EST. MARIA. IN. COELVM. LAVDATE. DOMINVM. UT LAVDANTES

BENEDICVNT. DOMINVM. C. AT

† D. NO. BOETIO.

 SANCTORO. AR

 ET D. FRAN . GINNARO A. D. I B Z S.

[+ Maria Ź Assunta in Cielo: Lodate il Signore e lodando benedicono il Signore...

+ (Benedetta) da D. Boezio Santoro Arciprete e D. Francesco Ginnari Panna del Signore 1325 (?)]

La seconda campana media porga il nome e l'anno:

FRANCESO. D'AGOSTINO. DI. MONDORO.

1885

La terza, piccola, reca il nome di un'antica famiglia del sec.XVIII:

FACTA . DA . I . CASADOGLI . DI . MARATEA A. D. 1791
(ai due lati le immagini in bassorilievo di S. Biagio e Maria SS.)

Nel primo piano e base del Campanile si vede l'antico Stemma civico di Maratea, in marmo giallo, scheggiato in parte, a bassorilievo, raffigurato dal Mar Tirreno, un giardino ed un gran torrione, sormontato da due altre torri piĚ piccolo, con merli, senza l'aquila bicipite (degli Asburgo), con intorno due volute di motivi floreali e due nastri svolazzanti. Ai piedi il piccola stemma di Mercurio Greco.

La Chiesa Ź stata sempre ben tenuta e curata dai parroci pro-tempore. Gli ultimi restauri, fra i piĚ importanti, sono stati eseguiti al tempo di D. Gaetano Santoro (1948), P. Clemente Trombetta OMI (1988) e P.Giovanni Fustaino OMI (2002).

6 - Le altre chiese e i Conventi.

Coll'andar del tempo, dal 1500 in poi, sorsero altre chiese, grazie alla pietą dei fedeli e alla loro costante devozione. Per brevitą le nominiamo: la SS Annunziata, il Rosario e la M delle Grazie (sec. XVI); l'Addolorata, l'Immacolata e S. Francesco di Paola (sec.XVII); S.Maria di Portosalvo, l'Immacolata ad Acquafredda e S. Antonio di Padova ai Cappuccini (sec. XVIII).

La presenza di Ordini Religiosi in Maratea pure Ź stata di grande efficacia per l'opera di evan­gelizzazione e di formazione dei giovani. I loro Conventi, oggi adibiti ad altre attivitą sociali, dopo la soppressione e l'incameramento dei beni nel secolo XIX. stanno a testimoniare tutta una istituzione: i Frati Minori Osservanti di S. Francesco d'Assisi (1575), al De Pino; i Frati M Cappuccini (1615),all'ex Orfanotrofio S.Cuore; e i Padri Paolotti di S.Francesco di Paola (1605). alla Scuola Alberghiera, nel rione omonimo. Anche questi edifici, con chiese di notevole valore storico ed artistico, sono state re­staurate nel secolo XX, grazie alla premura delle autoritą locali, religiose e civili, diocesane e regio­nali (Provincia dď Potenza e Soprintendenza ai B.A.A.A.S.).

Non dobbiamo dimenticare, fra i Religiosi, i Padri Oblati di Maria Immacolata (0.M.I.), i quali hanno dimorato a Maratea da un sessantennio. Arrivati il 21 marzo 1943, non hanno avuto un convento, né una chiesa particolare. Per la diminuzione del clero locale e la necessitą pastorale in una zona piutto­sto vasta il vescovo pro-tempore Mons. FEDERICO PEZZULLO chiese ed ottenne la loro presenza. Molti padri, in vari e continui turni di servizio ecclesiale, avvicendandosi per lunghi anni, hanno retto le chie­se parrocchiali e succursali, con centro operativo nella Chiesa dell 'Annunziata. Alloggiati per necessitą in varie case, onde assicurare ai fedeli l'assistenza nel centro storico, hanno svolto le ordinarie funzioni liturgiche, affiancate dall'insegnamento nelle scuole, dalla catechesi, dalla predicazione, non che all'assistenza alle Suore, all'Ospedale, alla Casa di Riposo, ai Collegi e alle Colonie. In seguito alla rinunzia dell'Arciprete di S.M.Maggiore, D. GAETANO SANTORO, che nel dicembre 1949 emigrė in Ve­nezuela, alla delibera del Capitolo Cattedrale di Policastro del 10 marzo 1951 ed alla prima Convenzio­ne tra il Vescovo di Policastro ed il Provinciale P. CARLO IRBICELLA dei Missionari Oblati, datata a Po­licastro il 1 ° settembre 1952, Maratea fu affidata ai Rev.mi Padri e ne furono assegnati, oltre il Centro, i tenimenti di Fiumicello, Porto, Marina e Castrocucco[60].

L'opera dei religiosi ed in particolare degli Oblati era caratterizzata dalla continuitą. Parroci, Superiori e sudditi subivano periodici cambiamenti, secondo le direttive del Provinciale e del Vescovo; ma la pastorale non ne aveva alcun pregiudizio, anzi veniva affiancata dalla presenza consistente di Predicatori, sia nelle feste che nei tempi forti di Avvento e Quaresima, come pure nei periodi estivi in­dicati e scelti per le colonie, i convegni ed il turismo. Nello stesso tempo i Padri insegnavano religione o discipline letterarie nelle scuole medie e superiori, dove convenivano spesso alunni dai paesi vicini. Nel secolo XX ben quattro convitti hanno beneficiato di questa opera educativa: il Lucano, il De Pino, il S. Cuore e l'Alberghiero.

7 - Edicole, iscrizioni e cimeli.

Sembrerebbe questo un argomento superfluo nel suo aspetto minuscolo, ma' ugualmente im­portante per la ricchezza dei suoi contenuti.

Le edicole o tempietti furono sempre di moda e lo sono ancora oggi. Infatti, con poca spesa, si installano negli angoli di un palazzo, nei crocevia, all'inizio di una strada e perfino sui monti immagini sacre votive, affiancate da colonnine, coperte da tegole o da tettoie lignee e spesso adornate da cornici. La finalitą era unica: lo spirito di preghiera per elevare t'anima durante il cammino, nella partenza o nell'arrivo, o in occasioni problematiche. Dipinte su maioliche, raffiguravano la Madonna e i Santi o qualche mistero del S. Rosario.

Sotto le edicole si leggevano iscrizioni col titolo o con una invocazione. Sui portali delle case o dei cancelli si ritrovano ancora oggi le scritte JESUS, (invocazione a GesĚ Cristo); oppure le date di co­struzione, precedute da due lettere: A. D. (Anno Domini: anno del Signore). Nelle chiese o cappelle pu­re si notano, oltre le dediche, i nomi degli offerenti per fondazioni o restauri: A cura di, A devozione dei fedeli, come anche (Nomi e cognomi) seguiti dal verbo FECIT o F.F., [fieri fecit = fece fare (que­sta opera)]. In testa alle grandi lapidi commemorative spesso appare la sigla D.O.M. (Deo Optimo Maximo). Invece, in testa ai documenti matrimoniali, si leggono: Jesus oppure I.M.I. (Jesu, Maria, Jo­seph), sotto le quali, dopo un giuramento, si apponevano le firme degli sposi e del Parroco[61]. Nelle lapidi funebri, oltre una brevissima sintesi della vita del defunto ricordato, si apponevano frasi bibliche, per illustrare colla fede l'itinerario della vita terrena orientata verso quella celeste.

Qualche esemplare lo abbiamo nella Madonna della Cona edicola restaurata quest'anno, nella Madonna della Pietra, nella Madonna del Divino Amore, nella Grotta di Lourdes (Ave Maria), nelle effige in Via Santicelli e in S. Biagio, alla Fontana Vecchia. Un altro ricordo sono le Croci, in memoria delle S. Missioni dei Padri Passionisti, e tutte le iscrizioni nei Cimiteri. Segni tutti di una fede viva ed operante e di un anelito di offerta e di preghiera, che partono da un cuore che si apre a Dio, alla Ma­donna e ai Santi, per implorare aiuto e protezione giornate laboriose guadagnando meriti e premi meri­tati.

8. I Monaci Italo-Greci Basiliani e loro grancia a Maratea (sec. VI-XVII)

L'arrivo nell'Italia Meridionale dei Monaci Italo-Greci cominciė a verificarsi al tempo delle guerre gotiche (a. 553) e delle lotte iconoclastiche (a. 726). Essi portavano ai superstiti lucani scampa­ti dalle distruzioni la vera pace in un mondo dilaniato e disperso[62]. Lo stato delle nostre terre era deso­lante. Alle gravi conseguenza delle invasioni barbariche, operate dai Vandali, dagli Ostrogoti, dai Lon­gobardi e dai Saraceni, si aggiunsero altre pubbliche calamitą, come la carestia e la malaria[63].

I monaci vissero in zone impervie per molti anni, adattandosi su colline e montagne e anche in grotte. Risalirono in Lucania per la Valle del Noce, tra i tenimenti di Tortora e Maratea, e s'insediarono verso Lauria[64]. Essendo eremiti, si sistemarono dapprima in piccoli abituri (celle), luoghi di ritiro per il lavoro e la contemplazione[65]; in seguito, riunitisi in Laure e cenobi e diretti da un Abate, iniziarono l'opera di ricostruzione civile e morale delle terre sinistrate.

Coll'andar del tempo attorno ai cenobi sorsero i primi casali o nuclei medioevali che diedero origine ai nostri paesi, tra i secoli VII e X. Cosi si formė il nostro Capo Casale nella parte alta della Maratea Inferiore, colla chiesetta di S. Vito Martire[66]. Tra il IX e il X secolo i monaci, aumentati di numero e qualitą, crearono la zona monastica o Eparchia del Mercurion, il cui primo settore si esten­deva dalla Valle del Lao a quella del Noce, cioŹ dai centri di Grisolia e Verbicaro a Castrocucco, Tortora, Maratea, Rivelo, Rotonda, Castelluccio e Lagonegro[67]. Altri due settori furono: il Vallo di Diano­Teggiano (Latiniano) e le Valli del Mingardo e del Bussento, intorno al monte Bulgheria, nel Cilento, in provincia di Salerno[68].

Fra le piccole chiese o grotte eremitiche in Maratea ricordiamo: S. Michele (dell'Angelo), a sud del M. S.Biagio; Santo Janni (S. Giovanni) sull'isolotto a Marina; grotta dell'Eremita (Zu Jancu), al Vallone di Malcanale; S. Paolo, presso il M. S.Biagio; Madonna della Pietą (sopra Filocaio); Madonna della Neve o degli Ulivi, a nord del M. S. Biagio. Quest'ultima chiesetta, detta anche S. Maria ad Nives, Ź la piĚ grande, unita ad altri locali adiacenti dove dimorarono fino al sec. XVIII alcuni eremiti. ť sita su una via montana che da Castrocucco passava per Massa e portava i pellegrini, sotto le falde del M. Crivi, fino al Passo della Colla, sotto il M. Coccovello, verso Trecchina. I monaci itineranti, viaggian­do con sacrificio da un paese all'altro, trascorrevano il tempo pregando, salmeggiando e cantando, in lingua greca. Uno di questi canti era il famoso Inno alla Vergine di S. Efrem, composto nel sec. IV:

La Vergine mi ha chiamato
perché io canti le sue gesta che ammiro.
Dammi la tua ammirazione, o Figlio di Dio,
ed io arricchirė la mia cetra del tuo dono,
sď che alla tua Genitrice io dipinga
una immagine piena di bellezza...
Il Cielo non Ź piĚ sublime di Te.
In Te, che sei un secondo cielo.
esulta la terra perché nel tuo Figlio
fu pacificata[69].

Altre due cappelle vanno ricordate ed unite alle precedenti, come S. Basilio e S. Biagio (secolo VI e VIII), ora Santuario.

Fra i monaci immigrati dall'Oriente o dalla vicina Grecia e giunti nel terzo settore, cioŹ nel Golfo di Policastro, dobbiamo tener presenti quelli giunti a S.Giovanni a Piro, nel Cilento, nel secolo X. Dimorarono nella grande Grotta del Ceraseto nel M. Bulgheria e vi fondarono un Cenobio intitolato a S. GIOVANNI BATTISTA verso il 990[70]. Il cenobio fu visitato da S. NILO DA ROSSANO qualche anno dopo il Mille e fu da lui stesso detto recentemente eretto. L'abitato s'ingrandď e prese il nome dai devoti di S.Giovanni Damasceno, emigrati dalla regione greca dell'Epiro, donde la denominazione di Sanctus Joannes ab Epyro, lievemente ridotto in San Giovanni a Piro[71]. Il territorio divenne proprietą di un fiorente Istituto: l'Abbazia di San Giovanni a Piro. Essa ebbe vasti tenimenti non solo nel centro stori­co, ma in vari paesi nel Golfo di Policastro e in Calabria (Bosco, Lentiscosa, Torraca, Policastro, Roc­cagloriosa, Grisolia, Maierą, Rivello, Trecchina e Maratea) consistenti in terreni di varia cultura, pari a n. 1751, tra oliveti, castagneti, vigneti ed orti, con 23 case e quattro chiese[72].

Lo stato di questi beni Ź descritto in una Platea del 1695-96, registro di amministrazione molto minuzioso che annota le vie e i siti, le entrate in denari ed in natura e i rispettivi coloni di quel tempo[73].

La grancía di Maratea era limitata, nella Valle, alle zone di S. Nicola, Ondavo, Onda e S. Leo­nardo; quest'ultima localitą comprendeva pure il Monastero di S. Francesco di Paola. Sembra strano, poiché i Paolotti vissero a Maratea dai primi del Seicento per circa tre secoli; forse il loro convento fu diretto temporaneamente dai P. Basiliani alla fine del sec. XVII ? Nella relazione del 7 maggio 1796 Maratea aveva ben 70 terreni alla dipendenza dell'Abbazia di S. Giovanni a Piro[74]. Non si conosce il principio e la fine di quell'amministrazione, perché la preziosa Platea consta di un solo ed unico volu­me, relativo a due anni.

I beni in questione sia di Maratea che di altri paesi indicati nelle grance basiliane, erano rego­lamentati dagli Statuti del 7 ottobre 1466 emanati dall'Abate greco TEODORO GAZA[75], il quale, da buon umanista e sacerdote sapiente, ne visitė piĚ volte i luoghi.

Nella Platea la grancia marateese Ź descritta nei fogli IL 144- 147. Vi sono indicati i nomi se­guenti: D. DOMENICO MAGLIANO, redattore e Notaio; D. EGIDIO SORRENTINO, Vicario e Procuratore Generale dell'Abbazia; D. FRANCESCO BARLESE; D. DOMENICO BARLESE e GIOVANNI BATTISTA TARANTINI di Maratea Alla fine figurano un mulino e un forno, al Campo Mulini, colla chiesa di S. Francesco[76]. Ma forse, per i raduni e le funzioni liturgiche degli Abati, fu fiutato il monastero?

La presenza dei Padri Basiliani, detti cosi perché seguivano le Regole monastiche di S. BASILIO MAGNO, giovė tanto a Maratea. Grazie alle affinitą di dottrina e di spiritualitą, ma anche per motiva­zioni di carattere liturgico e politico, i Basiliani furono seguiti a ruota dai Benedettini nel secolo XII. Alcune abbazie passarono ai benedettini, come quella di S. Nicola di Bari in Bosco di S. Giovanni a Pi­ro; una cappella cistercense la si ritrova a Maratea, in via Calata, intitolata a S. BERNARDO DI CHIARAVALLE, Benedettino di Clervaux[77].

9. Le circoscrizioni parrocchiali nel 1589

Nella seconda metą del sec. XVI la popolazione dď Maratea Inferiore cresceva sempre piĚ; s'ingrandiva il Borgo, oggi Centro Storico, dal Capo Casale al Casaletto e alla Pendinata. Questo fe­nomeno, per cui la nostra cittadina “sorpassante per grandezza e per numero di anime Maratea Supe­riore[78], attesa la necessitą di occupare lo spazio per poter vivere sistemandosi nel migliore dei modi, fu segno di progresso e di miglioramento in un movimento di popolazione sempre piĚ accentuato, sia pure nel volgere di qualche secolo[79].

Studi recenti hanno illustrato la storia dei centri della Basilicata, grazie all'esame minuzioso di molte statistiche, Maratea, considerata un solo Comune (castello e borgo), dal secolo XIII al XVIII, fu soggetta alla tassazione focatica delle Universitą del Regno di Napoli, sotto i vari governi angioini, ara­gonesi e borbonici. La numerazione in fuochi (famiglie) iniziė da n. 190 nel 1277 a circa n. 400 nel 1732[80]. Ecco un prospetto statistico nel corso di sei secoli: a. 1277, dal cedolario in once, tari e grana: 47. 13. 4, fuochi a. 190; a. 1320, ced. 47. 26. 95 f. n. 192; etą aragonese: f. 455 + 263; a. 1531, f. 388; an. 1539 f. 328; a. 1545, f. 417; a. 1561, f. 564; a. 1568, f. 637; a.1595, f. 642; a. 1669, f. 274 + 58; a. 1732, f. 332[81]. Le divergenze si giustificano per cause di forza maggiore, come calamitą naturali (pe­ste e terremoti). Da questo resoconto Maratea contava complessivamente 3500 abitanti, considerato in media ogni focolare di 5 persone[82].

Le condizioni del paese non dovevano essere disagiate, anzi prosperavano, se i marateoti vive­vano “in buona armonia con quelli della madre patria, il Castello; e anche con gli eventuali immigrati, dai primi di Blanda a tutti gli altri pellegrini e lavoratori occasionali, che dissodavano la valle fertilis­sima irrigata sempre da fiumi e torrenti”[83].

Al benessere economico corrispondeva il profondo senso religioso della vita. Per motivi facil­mente comprensibili e per la esuberanza della devozione mariana, sorse l'idea di erigere una nuova chiesa parrocchiale, sita in un punto centrale dell'abitato: la SS.Annunziata.

L'esistenza di almeno cinque chiese in funzione (S. Anna, S. Vita, S. Pietro e S. Maria Maggiore la Nova), oltre il Convento degli Osservanti (S. Rosario), offriva una buona ed immediata disponibilitą per il culto. Infatti le ultime due chiese erano ampie e di piĚ recente e nuova fondazione di sana pianta (S. M. Maggiore, da 115 anni, nel 1474; S. Rosario, da 14 anni, nel 1575).

Il clero, composto da circa 15 sacerdoti, sapientemente diretto dagli Arcipreti D. Colella De Cerrato (1573-1582) e D. Giovanni Maimone (1582-1599), era senz'altro sufficiente e disponibile per l'assistenza spirituale della nostra comunitą in cammino ed in pieno sviluppo. Il Clero era composto dai seguenti sacerdoti: D. Giovanni Pietro Giordano, D. Boezio Santoro De Vescis, D. Fabio Bori (De Boreis), D. Domenico Nicola Remida, D. Pietro D’Alfano, D. Salvatore Bonito, D. Giovanni Domenico Ferraro, D. Biagio De Vita, D. Cola Antonio Vitale, D. Giovanni Battista Ginnari, D. Francesco Reale, D. Giovanni Biase Farro, D. Giovanni Cola Remida[84].

Ma, come quando nel cielo sereno splende il sole non tarda, talvolta il sopraggiungere della tempesta; cosi anche nella nostra diletta Maratea pullulavano quą e lą sensi di dissesto e di disarmonia per i diversi pareri riguardo al servizio delle chiese e le forti esigenze dei fedeli. Questi, unitamente al clero, cominciarono a distinguersi in due gruppi, tra i rioni di sopra (Capo Casale e S. M. la Nova) e quelli sotto (Casaletto e periferia). Fra i cittadini emergevano, per censo e nobiltą, alcune famiglie illustri: Ginnari, Greco, Giordano, Labanchi, Di Lieto, Buono, Santoro, Santoro De Vescis, Remida e Raele. Da questi nobili casati sortirono sacerdoti, medici, avvocati, notai e studiosi.

L'anno in questione fu il 1589, quando era gią in progetto la costruzione della prima Cappella dell’Annunziata, che doveva essere la piĚ adatta all'esercizio del culto fra le altre piĚ piccole.

Il vescovo di Cassano, Mons. Ludovico Audoeno, che governė la diocesi dal 1589 al 1595, con varie lettere, suppliche e decreti, seppe sapientemente comporre la lite, equilibrando le opposte tendenze e calmando gli animi accesi di un popolo effervescente. Egli, Leivis Owen, era un inglese na­tivo del Galles (a. 1533) ed aveva ricoperto gli uffici di Vicario Generale di S. Carlo Borromeo, Arci­vescovo di Milano, e Segretario della Congregazione dei Vescovi sotto Gregorio XIII e Sisto V. Perciė era un ottimo esperto di problemi giuridici e pastorali, onde la sua abile destrezza unita a tanta caritą sacerdotale[85].

Dal carteggio del vescovo Audoeno indirizzato al Clero e al Popolo di Maratea si leggono bellissime espressioni: "Molti Rev. Figli dilettissimi gią con molti segni anco esteriori speramo nel Signo­re aver visto il nostro zelo verso di voi ed il desiderio nostro, che fra voi fosse pace, concordia ed unione, come conviene a persone dedicate al servizio di Dio, ed anca per dar buon esempio di voi a cotesto onorato popolo, del quale voi siete padri spirituali, ed abbiamo dunque ora con l 'aggiuto di Dio benedetto, ed ispirazione dello Spirito Santo come vostro Padre, e Pastore accomodato, e definito il negozio di controversia tra cotesta Chiesa Matrice e quella dell 'Annunziata, come vedrete danno no­stra Sentenza...per servizio di Dio, della quieta vostra, e di cotesto popolo quietandovi alla nostra ri­soluzione e che per l'avvenire unanimemente sarete tutti d'una volontą e d'un parere insieme per dar continua consolazione a noi, e buon odore non solo a cotesto Popolo, ma a tutta questa Diocesi. Piac­cia al Signore darvi ogni consolazione, come noi vi benediciamo[86].

Nella Lettera Commissoriale diretta a D. Benigno Magri, Segretario e Visitatore Generale, il vescovo puntualizzava le seguenti decisioni: come Angelo di Pace, davanti a tutte le Autoritą ed il Popolo di Maratea, al Clero e al Cappellano, il Vicario deve comporre la lite tra l'Annunziata, nuova parroc­chiale, e S. Maria de Nova; che in vista dell'erezione della nuova parrocchia vi sia pace e tranquillitą tra clero e popolo; che la parrocchia sia unica, una sola Matrice con un solo Arciprete di S. M. Maggio­re, Pastore di tutta la Cittą di Maratea; che per l'Annunziata vi sia un Cappellano perpetuo, Coadiutore dell'Arciprete; che l'Annunziata sia filiana di S. M. Maggiore; che una terza parte del Clero sia a servizio dell'Ammalata; che i proventi delle due chiese facciano una sola massa comune; che vi sia un solo sacerdote proposto come Procuratore del Clero; che i diritti dell'Arciprete siano rispettati[87].

Nei medesimi atti della sentenza arbitrale del vescovo erano segnati i nominativi di tutti i re­sponsabili, che presero visione ed approvarno i decreti: Sig. Pietro De Castroblanco Ispano, Go­vernatore (del Castello); D. Giovanni Leopoldo da Castrovillari; Magn.co D. Giovanni Giacomo De Tommasio Giudice a contratti; D. Pietro Nicola Ventapane; Magn.co D. Tiberio Sarubbi; D. Giovanni Camillo Pascale di Tortora; Sig. Battista De Jordanis, Sindaco; gli Eletti Assessori: Scipione Vitale, D. Iundulgenzio Greco Giurista; Giovanni Biagio De Cerrato; Cesare De Pino, Vespasiano Di Lieto, Marco Antonio Ginnari, Francesco Buono (ed il Parroco D.Giovanni Maimone)[88].

Fra i Cappellani nominati per l'Annunziata risultano: D. Fabio De Boeris, D. Giovanni Biase Farro, D. Boezio Santoro, D. Francesco Ginnasi, D. Michelangelo Taranto, D.Giovanni Tommaso Bianco ed altri, a cominciare dal 1589 fino alla prima metą del Seicento[89].

10. Il Beato P.Angelo d'Acri, Cappuccino e suoi miracoli (sec. XVIII).

Nel Convento dei Cappuccini in Maratea, fondato per disposizione testamentaria dai coniugi De Pino del 9 aprile 1613 ed eretto qualche anno dopo, vissero molti frati, paesani e forestieri, a comincia­re dal 1634. Si distinse fra loro P.Angelo D'Acri per santitą di vita. Nato ad Acri (Cosenza) il 10 otto­bre 1669 da Francesco e Diana Errico, al battesimo ebbe il nome di Luca Antonio[90]: prese i voti reli­giosi nel 1691. Fu Superiore in vari conventi e anche Provinciale. Compose un opuscolo intitolato GesĚ piissimo ossia Orologio o svegliarirno della Passione di N.S.G. Cristo, diffuso in molte edizioni. Mori ad Acri il 30 ottobre 1739[91]. Fu beatificato da Leone XII il 29 dicembre 1825.

La sua vita intemerata fu contrassegnata dal sigillo di Dio. Predicatore esimio, si dedicė alla istruzione del popolo e alla educazione di tanti giovani, tra i quali quelli di Maratea. Era cappuccino e risiedeva nella Provincia francescana di Cosenza; ma ebbe tempo e modo di andare in altri luoghi, in­vitato per l'apostolato della Divina Parola. Nel 1736 venne a Maratea a predicare per la S. Quaresima; nel mese di maggio dello stesso anno fu invitato a predicare per la festa di S. Biagio al Castello. Mentre predicava se ne andė in estasi e nel frattempo scaturď dalle colonne del trono e dalle pareti del Santuario una grande quantitą di Sacra Manna. P. Angelo, meravigliato per il fatto insolito, esclamė: "Basta, non piĚ, Santo mio!". Finita la predica, se ne andė di nuovo in estasi, tanto che P. Bernardo da Marsico per espressa volontą di alcuni presenti malvolentieri fu costretto a dirgli, come precetto: "P. Angelo, fa' l'ubbidienza: scendete dal pulpito!". Fu visto ancora P. Angelo fare gesti inconsueti e prodigi, come la guarigione di una mula, il posarsi della bianca colomba sulla sua testa. Altri fatti miracolosi furono: la guarigione della signora Caterina Remida con un segno di croce; la cessazione del dolore di denti a Suor Giuseppa da Vibonati, che si trovava nel Conservatorio delle salesiane; la guarigione del bimbo Urbano Fedele, figlio di Clemente Lombardi e di Teresa Grilluccio; e cosď altri farti prodigiosi.

Di questi avvenimenti ne fu stesa una relazione giurata da P. Bernardo da Marsico e firmata dai Padri Cappuccini e da alcuni signori di Maratea, come testimoni, il 3, 17 e 20 novembre 1745: P. Ber­nardo da Marsico Cappuccino, P. Celestino da Ferrandina, P. Domenico da Grottole, P. Fedele da Ferrandina; Sigg. D. Bernardo Grilluccio, Bernardino Siciliano, Biase Buono, Maria Diodata Sifanni, Ma­ria Anagilda Sifanni, Paola M. Palomella Salone, D. Teresa Grilluccio[92].

Nella Chiesa dei Cappuccini in Maratea fu eretto un altare al Beato Angelo, con statua intera, al primo posto al lato del Vangelo. Vissero nel Convento, nei secoli XVII e XVII, sette frati sacerdoti: P. Ludovico (Giov. Battista Pesce): 1600-1650; P. Francesco (Domenico Di Felice) +1656; P. Antonio (Francesco Ginna): 1672-1722; P. Geremia (Giovanni Pietro Barone): 1673-1722; P.Martino (Giuseppe Comes):1615-745, P. Ludovico (Rocco Di NoŹ): 1735-1776; P. Mariano (Stefano Bernardo): 1700­1748; e quattro laici: Fr. Bernardo (?): 1618-1665; Fr. Placido (Francesco Pizzillo):1614; Fr. Biagio (Giov. Battista Schettino) 1631- 1642; Fr. Ludovico (?): 1702-1798[93].

Altri 13 sacerdoti cappuccini e tre laici, vissero e morirono nel Convento di Maratea, prove­nienti da altri paesi: P. Arcangelo da Lagonegro (+ 1715), P. Bonaventura da Lagonegro (+1700); P. Francesco da Pietragalla (1671-1749), P. Rosario da Castelluccio (1737-1803), P. Fedele da Lauria (1722-1816), P. Francesco Saverio da Latronico (1780-1842); P. Egidio da Latronico (1750-1836), P. Andrea da Lagonegro (1777-1839), P. Girolamo da Sapri (1745-1829), P. Domenico da Racchetta (1752-1822), P.Pio Serafino da Sapri (1745-1829), P. Pasquale da Buonabitacolo (1750-1832), P. Carlo da Celle Buigheria (1799-1828) P. Francesco da Latronico (1737-1823)[94].

11. Vicende politiche di P. Carlo da Celle Bulgheria, Cappuccino (1828).

Il secolo XIX segnė l'etą del Risorgimento, tempo fervido di movimenti politici a vasto raggio nell'Italia travagliata problemi vitali ed impegnata in una lotta continua per emergere dall'oppressione dei governi, nell'anelito della libertą e dell'indipendenza nazionale. La nostra Italia Meridionale, detta prima Regno di Napoli, poi Regno delle Due Sicilie, dalle sue gloriose remote origini medioevali (a. 1130), doveva rassegnarsi a declinare e cambiare volto soffrendo amari dissidi negli ultimi tempi (1820- 1860). Governata dai Barboni (Ferdinando I, Francesco I, Ferdinando II e Francesco II) in buo­na parte dell'Ottocento, quella che era la parte piĚ bella e piĚ eletta della nostra patria, dovŹ patire i fermenti di varie generazioni, motivati da insofferenze e da spirito rivoluzionario. Sorgevano e si mol­tiplicavano le famose societą segrete, animate e dirette da ferventi cospiratori contro il Re di Napoli, come la Fratellanza a Novi Velia, la Filarete Lucana a Lagonegro, la Consilina Cosmopolita a Sala Consilina, la Scuola dei Costumi a Marsiconuovo, il Vulture Illuminato a Melfi, l'Aurora Lucana, a Moliterno, i Calderari a Tricarico e i Trinitari a Rivello[95]. I giovani carbonari, filadelfi e liberali, gui­dati dai loro caporioni, irrompevano di paese in paese, organizzando sfilate, manifestazioni e comizi nelle piazze. Tra questi rivoltosi non mancavano i preti, i quali forti nei discorsi dal pulpito ed ascoltati, grazie al loro prestigio ecclesiale, mettevano in luce e denunziavano apertamente e coraggiosamente le negativitą del regime, come quello di Francesco I[96].

Ne ricordiamo alcuni: D. Francesco Antonio Diotaiuti di Camerota, D. Antonio Maria De Luca di Celle Bulgheria, e due nipoti: D. Giovanni De Luca di Montano Antilia e P. Carlo Guida, cappuccino di Celle.

P. Carlo Celle, Guardiano del Convento dei Cappuccini di Maratea e Predicatore, invitato a Bosco di S. Giovanni a Piro nella chiesa di S. Nicola, facendo il punto della situazione sui costumi dell'epoca e richiamando al dovere gli erranti, "chiamava le genti alle armi nel nome di Dio, della li­bertą e dell'onore nazionale, offeso dai ministri di un re antico spregiatore dei diritti della nazione"[97]. E anche a Maratea, nei bassi locali del convento, non mancarono riunioni e confabulazioni per incitare i giovani alla rivoluzione.

Ma queste lotte non ebbero esito felice, perché il governo, scelta una Commissione Militare ed una Corte Marziale a Vallo della Lucania, fece pagare il fio ai rivoltosi col sangue o con altre pene, se­condo la gravitą dei loro reati, nei luoghi dove erano stati commessi. Infatti, nel 1828, il Canonico An­tonio M. De Luca fu moschettato a Salerno e Bosco, villaggio piĚ acceso dal fuoco della rivolta, fu bruciato e cancellato dai comuni del regno[98].

P. Carlo da Celle si era prima rifugiato nel Convento di S. Maria degli Angeli a Lagonegro, per sfuggire ai trambusti e alla cattura; ma qui fu arrestato dai gendarmi reali e condannato a morte. Prima della esecuzione capitale i rei ecclesiastici o religiosi, essendo sacerdoti, dovevano subire la sconsacra­zione e riduzione allo stato laicale per mano di un vescovo. Ma, in questo caso tanto delicato, i vescovi delle diocesi vicine si erano rifiutati per vari motivi, come lo stato di salute, l'etą avanzata e soprattutto la pretesa di salvare per se stessi e per i loro preti il prestigio e la dignitą della veste[99]. Allora il Mare­sciallo Del Carretto, essendo la Diocesi di Cassano sede vacante, interpellė Mons. Nicola Maria Laudisio, Vescovo di Policastro, il quale, letta una amorevole lettera tramite il capitano Carabba in Lauria, dove si trovava per ministero, accettė di buon grado e partď per Maratea[100].

Il rito della sconsacrazione fu eseguito da Mons. Laudisio nella chiesa dell'Immacolata Conce­zione; indi fu accompagnato dai gendarmi al Convento dei Cappuccini P. Carlo, dove fu giustiziato. Il vescovado di Cassano era governato dal Vicario Capitolare Mons. Pietro Di Benedetto. Riportiamo due note d'archivio su P. Carlo, morto nel bel fiore della sua giovinezza, a 29 anni.

1) “1828 Maratea - P. Carlo da Celle Bulgheria, Predicatore. Era nipote del celebre patriota. Canonico Antonio Maria De Luca, anima della rivoluzione del Cilento dell '828, e con lui coinvolto nel processo che portė sul patibolo tanti generosi patrioti anelanti ad un governo costituzionale. P. Carlo, giovane Guardiano di Maratea, fu quivi arrestato e, condotto davanti ad una corte marziale, dopo sommario processo, veniva fucilato e la sua testa fu appesa per alcuni giorni sulla porta del Convento. Aveva fatto i voti il 30 giugno 1821”[101].

2) “A 12 Agosto 1828. Il P. Carlo da Celle Guardiano del Monistero de' Cappuccini, per esser­si ritrovato Reo di una Setta, e Promotore di una ribellione contro del nostro glorioso Governo, avve­nuta in pochi paesi del Cilento, e subito dalla forza repressa fu condannato ad esser fucilato avanti del proprio Monistero; per cui precedente la dissacrazione fatta da Monsignore di Policastro, con li­cenza del Vicario Capitolare di Cassano, quale accadde nella Congregazione dell’Immacolata Conce­zione, si Ź immediatamente dopo eseguita la giustizia nel succennato luogo, avendosi fatto da Confor­tatore il Rev. Economo Don Francesco Ant. Mordente ed il Rev. D. Daniele Farachi Economo nel vil­laggio di Acquafredda; ed il suo cadavere Ź stato seppellito nella Chiesa del detto di lui Monistero. Giuseppe Arcipr. D'Alitto[102].

Sulla facciata d'ingresso al Convento, nel Largo Cappuccini, cioŹ all'ex Collegio femminile S. Cuore delle Suore di N. Signora al Monte Calvario, fu posta una lapide commemorativa, per iniziativa del Sindaco Fernando Sisinni e dell'Amministrazione Comunale di Maratea, l'anno 1998, 150° Anni­versario:

PER LA LIBERTA'

DI QUESTE POPOLAZIONI
P. CARLO DA CELLE

CAPPUCCINO VENTINOVENNE
IN QUESTO LUOGO VENIVA SACRIFICATCO
DALLA TIRANNIDE BORBONICA
IL 12 AGOSTO 1828.

NEL 150° ANNIVERSARIO

L'AMMINISTRAZIONE COMUNALE POSE.

12. L'annessione di Maratea alla Diocesi di Policastro per di smembra­mento da Cassano Jonio (1898)

Dopo 800 anni, la "perla del Golfo di Policastro" tanto decantata da poeti e scrittori, passava sotto l'antica giurisdizione del vescovo locale, nel 1898. Le ragioni plausibili, tra cui la devozione a S.Biagio e il prestigio del suo Santuario, erano piĚ o meno le stesse dell'anno Mille; ma, tranne il fattore del feudalesimo, abolito ormai e tramontato, in seguito alle leggi eversive del 1806[103], sussisteva un altro motivo. Un duplice problema vitale interessava la diocesi di Cassano: la viabilitą e la eccentri­citą della stessa sede vescovile, che distava da Maratea ben 200 Km.

Le strade non erano come oggi, belle, asfaltate e comode. La diocesi di Cassano detta “dei due Mari”, per il doppio versante costiero tirrenico e ionico, non era a prima vista raggiungibile dai molti paesi di periferia. Le vie mulattiere e le tracce quasi perdute degli itinerari Greco-romani, come la Via Popilia, l'antica Strada Consolare e interregionale, che da Capua conduceva a Reggio Calabria, tramite la variante lungo la costa tirrenica, erano sentieri battuti dai viandanti, dai commercianti e dagli stessi vescovi itineranti, per le loro sante visite pastorali.

Un altro problema serio era quello degli “esercizi spirituali” per i chierici prossimi alle S. Ordinazioni, minori e maggiori; questi si tenevano di solito nel seminario vescovile, ma spesso anche fuori. Perciė da Policastro i seminaristi sbarcavano al Porto di Maratea e raggiungevano il Convento dei Cap­puccini nel secolo XVIII[104]. Viceversa, da Maratea o da altri paesi vicini, i chierici partivano dal Por­to e raggiungevano Policastro per ricevere i S. Ordini, col dovuto permesso del vescovo di Cassano, tramite le “lettere dimissoriali[105].

Sorse perciė l'idea di staccare Maratea da Cassano e di riannetterla a Policastro. L'iniziativa fu senz'altro accettata dal clero e dal popolo di Maratea, grazie anche alle favorevoli circostanze: la va­canza della sede vescovile di Policastro, il beneplacito del Governo Reale e la linearitą delle vigenti leggi ministeriali. Il vescovo di Policastro Mons. Giuseppe Maria Cione era morto il 26 agosto 1898, mentre a Cassano restava ancora Mons. Evangelista Di Milza, Cappuccino, come Amministratore Apostolico, essendo stato trasferito a Lecce[106]. Questo saggio provvedimento era stato preso per inte­ressamento di Mons. Casimiro Gennari, il quale, nella sua spiccata qualitą di Prefetto di molte Con­gregazioni Romane aveva tanta voce in capitolo. Perciė egli, presa a cuore la causa della sua diletta e natia Maratea, chiese ed ottenne il Decreto Apostolico Illud semper di Leone XIII, emanato da Mons Carlo Nocella. Segretario della S. Congregazione Concistoriale di Roma il 21 ottobre 1898, in forza del quale la Cittą di Maratea si dichiarava dismembrata dalla Diocesi di Cassano ed annessa per sempre alla Sede Vescovile di Policastro. L'atto fu sottoscritto nella Sagrestia di S. Maria Maggiore in Maratea il 6 novembre '98 da: Mons. Michele Pignataro, Vicario Capitolare di Policastro e Delegato Apostolico; D. Luigi Marini, Arciprete di Maratea; D. Gennaro Buraglia, Rettore Curato di S. Biagio; D. Francesco Vita; D. Filippo Iannini; D. Nicola Marini D'Armenia; Sig. Filippo Tarantini e D. Biagio Pignataro, Cancelliere Vescovile della Curia di Policastro[107].

Per conferma seguiva il Decreto di Umberto I Re D’Italia, emanato da Roma il 27 aprile dell'anno successivo 1899[108]. Dal novembre-dicembre 1898 tutti i carteggi e i documenti di Maratea (S. M. Maggiore e S.Biagio) venivano conservati nell'Archivio Diocesano di Policastro.

13. Maratea sede vescovile per trasferimento da Policastro

Questa bellissima proposta di elevare Maratea a Sede Vescovile per il trasferimento da Policastro, fon­data e motivata da valide ragioni, suscitė grande interesse ed infuse celestiale gioia nel Clero e nel po­polo nostro; ma non furono poche le amarezze e le agitazioni nel cuore e nelle menti dei policastresi, nella seconda metą del secolo XIX. Un primo sentore fu avvertito fin dal 1883, quando era vescovo di Policastro Mons. Giuseppe Maria Cione (1872-98). Intorno a quell'anno, invece. nella Diocesi di Cassano si avvicendarono tre vescovi: Mons. Alessandro M. Basile, Redentorista (1871-83) , Mons. Raffaele Danise , Camilliano (1883) e Mons. Antonio Pistocchi (1884-88)[109]. Arbitri definitivi della situazione? Non ancora.

La vera causa, unica fra tutte, era il flagello della malaria, malessere ecologico ultrasecolare. Da tempo immemorabile la piana del fiume Bussento, diventata palude per il ristagno delle acque piovane, rendeva impossibile la vita agli uomini e agli animali. Fin dal secolo XVI il vescovo Mons. Filippo Spinelli, in una delle sue Relazioni al Soglie Pontificio di Gregorio XIV, sottolineava la grave preca­rietą del paese e del circondario[110]. I vescovi successori presero seri provvedimenti. spostando periodi­camente la residenza e gli uffici di Curia, da aprile a novembre, nei mesi caldi, a Torre Orsaia (Saler­no), nel Cilento, e a Lauria Superiore( Potenza), nel Lagonegrese. Infatti si conoscono e documentano due date su pietra: il 1301, a Torre Orsaia, e il 1640, a Lauria Superiore. Ancora, nel 1500, non era del tutto scongiurato e superato un altro grave ostacolo: le incursioni dei pirati (Saraceni, Musulmani e Turchi) dei secoli IX-XI e XVI. Questi feroci nemici potevano sempre sopraggiungere, ma c'era la di­fesa delle torri costiere. La malaria, invece, era un danno permanente.

Il Seminario, fondato nel 1597 come Istituto ed inaugurato nel 1625, come edificio, fu trasferito a Torre Orsaia, da Mons. Pietro Magri nel 1639, e a Roccagloriosa, da Mons. Cione, nella fine dell'Ottocento e vi restė, sempre nei mesi estivi, fino al 1911[111].

Compiuta finalmente la bonifica, negli anni '30, per iniziativa del Duce Mussolini durante il governo reale di Vittorio Emanuele III, la situazione migliorė alquanto e la piana del Bussento divenne ancora piĚ fertile. Dopo un breve soggiorno degli alunni nel seminario di Vallo di Lucania, sotto l'episcopato di Mons. Francesco Cammarota, che governė anche Policastro (1924- 35), riattati i locali, il Semi­nario di Policastro fu riaperto coll'ultimo vescovo Mons. Federico Pezzullo (1937-70)[112].

Nella fine dell'Ottocento, come nel primo Novecento, la febbre malarica persisteva. Mons. Casimiro Gennari, Vescovo di Conversano, prese a cuore il problema e si adoperė in tutti i modi per venirne a capo in una faccenda un delicata. Un giorno venne a Policastro dove, accompagnato da un Canonico, volle visitare il paese percorrendo l'itinerario delle processioni, che si svolgevano nelle due feste principali: l'Assunta (15 agosto) e S. Francesco d'Assisi (4 ottobre). Il centro storico allora non era in condizioni felici e la gente, piuttosto povera, si dedicava all’agricoltura; gli edifici erano fati­scenti e la stessa Cattedrale vetusta non era del tutto eccellente. Tornando a Roma, dovette relazionare quanto aveva osservato nel sopralluogo. Vi fu senz'altro un carteggio tra lui, il vescovo Cione, la Congregazione e lo stesso pontefice.

In una lettera di risposta al vescovo, scritta da D. Carmine Sori, Segretario della S. Congregazione Concistoriale, datata 21 agosto 1883; dopo aver letto ed esaminato altre pregiatissime lettere precedentemente inviate da Policastro, si seppe che Leone XIII aveva sospeso tutto, per alcune difficoltą sorte da una petizione da parte del Clero e del Municipio di Maratea[113].

Circa il trasferimento della sede vescovile non v'era alcun cenno, ma ne doveva essere avvertito lo stesso Mons. Gennari. Un altro documento piĚ particolareggiato appare in una relazione negli Atti o Delibere del Capitolo Cattedrale di Policastro, dopo 15 anni, il 30 dicembre 1898, indicata al margine Trasferimento della Sede Episcopale[114]. Tale relazione evidenziava, fra l'altro, che l'aggregata Cittą di Maratea offriva l'opportunitą “come luogo adatto a potervi dimorare il Vescovo col Seminario, non potendo sempre a Policastro, come luogo di aria malsana in pochi mesi della stagione estiva[115].

La notizia, apparsa sul giornale La Croce (a. II, n. 1). circa il trasferimento aveva “suscitato un fermento straordinario di proteste e minacce presso popolazioni assai docili e buone per indole”. Ma il Capitolo dei Canonici della Cattedrale di Policastro, retto per la vacanza vescovile da Mons. Michele Pignataro, “geloso custode dei diritti e delle illustri tradizioni di questa Sede Bussentinadeliberė “doversi resistere in tutti i modi affinché non si verificasse un tale sconcio, caso mai la notizia venga malauguratamente confermata sobbarcandoci ad ogni spesa e sacrifizio per impedirne l'esecuzione, pur serbando quell'irreprensibile condotta di sudditanza e devozione verso la S. Sede”; che, in attesa di notizie autentiche e precise, il Can. D. Vincenzo Pecorelli, Rettore del Seminario, “doveva stendere una elaborata supplica di protesta al S. Padre”, da presentare a Roma dietro accompagnamento di altri due o tre canonici. Infine lo stesso Rev.do Capitolo si rassegnava alle ultime decisioni del Papa, “lasciando piena libertą al nuovo Vescovo di fare ciė che la prudenza e la condizione dei luoghi gli consiglieranno”. Il documento fu firmato da sei Canonici: D. Michele Pignataro, D. Giuseppe Menta, D. Biagio Rotondano, Teologo; D. Vincenzo Pifano, D. Luigi Filippo De Luca e D. Vincenzo Pecorelli[116].

L'annessione di Maratea a Policastro, come anche il trasferimento della sede bussentina a Maratea, tornava ad onore di tutti i diocesani policastresi, malgrado il dispiacere dei cassanesi. Uno dei vescovi di Cassano, Mons. Raffaele Barbieri (1937- 1968), ebbe a lamentarsi con le autoritą perché gli avevano tolto e strappato per sempre il tesoro di Maratea! Forse, nel tempo e nello'spazio, la nuova se­de vescovile si accostava un poco a quella dell'antica Blanda, una delle prime dell'Era Cristiana, non piĚ ripristinata e riassorbita da quelle vicine di Scalea e di Cassano.

Fra le onde della tempesta, che sembrava sedata, occorreva rimuovere un ostacolo serio e duro e dare al vescovado un volto, una importanza ed una vitalitą in uno dei centri piĚ popolati, bene esposto tra mare e monti, dove i campi e le case si armonizzavano mirabilmente, essendo ormai scongiurato ed inesistente il pericolo della malaria.

Maratea aveva a disposizione i bei locali dell'ex-Convento francescano dei Minori Osservanti, oggi l'Istituto De Pino, coll'annessa chiesa del Rosario, lontana dal centro e al sole. Il vescovo, col suo seminario, poteva vivere ed agire decorosamente. Questo tornava a grande onore della nostra cittadina, gią insignita da onorificenze civili dai vari sovrani di Napoli dal 1396 al 1636, centro di studi e sede di un clero eletto e di illustri personaggi, in un popolo nobile[117].

Per Policastro il problema del trasferimento, possibile e facile a tavolino, non lo era affatto in realtą, perché questa cittadina del Cilento, gelosissima delle piĚ antiche, sacre e care tradizioni, perdeva molto. Attaccata oltremodo alla persona del vescovo, il quale era stato ab immemorabili il salvatore, l'amico, il padre, il pastore e l'arbitro infallibile delle sorti politiche e religiose; affezionata al seminario che era stato sempre da oltre tre secoli, un cenacolo di scienza e di fede, Policastro perdeva l'onore piĚ grande.

Il nuovo vescovo, successore di Mons. Ciane, D.Giovanni Maria Vescia venne il 26 agosto 1899. Passė ancora del tempo, come un'ombra di quiete per altri 15 anni in una certa tranquillitą.

Il fatto clamoroso avvenne nel 1913. Quand'era tutto pronto per la partenza del vescovo Mons. Vescia, che sarebbe uscito di nascosto, un Canonico parlė e svelė il segreto. Il popolo policastrese, mentre stava nella consueta tranquillitą, intento alle faccende giornaliere, sentď svegliarsi nel cuore i primi ardori. Alla notizia non nuova, strana, ma neppure improvvisa, quasi a scoppio ritardato, la gente accorse davanti al palazzo vescovile sul portone grande sotto il campanile e, armata di arnesi di lavoro, impedď la partenza del vescovo. Molti gridarono: “Eccellenza, da morto uscirete di qui, non da vivo! .... E il povero ed umile prelato tornė indietro e non uscď piĚ da Policastro. Infatti resse la diocesi per 25 anni e morď il 6 agosto 1924.

14. Altre note particolari

Per il lustro di Maratea non possiamo mai dimenticare, fra tanti altri esponenti della cultura e della spiritualitą, ben sei personaggi: P. Baldassarre, paolotto; D. Carmine Iannini. Mons. Gennari, Mons. Antonio Crispino, D. Domenico Damiano e D. Gaetano Santoro.

1) P. Baldassarre Da Maratea, P. Provinciale dei Frati Minimi di San Francesco di Paola in Calabria Citeriore, risulta essere in detta mansione per due soli anni, 1565 - 1566[118]. La chiesa del Convento dei Minimi in Maratea fu fondato nel 1605 e dedicato prima a S. LEONARDO, poi a Santo di Paola. Fra i piĚ vicini conventi, ne furono eretti due: a Bonifati (1519) e a Vibonati (1410)[119].

2) D. Carmine Iannini (1774- 1835), Rettore Curato di S. Biagio. Se la tradizione Ź impor­tante, lo Ź soprattutto la storia: perciė Ź degno di ammirazione per aver raccolto tantissime notizie su Maratea, civile e sacra, nel suo manoscritto Di S. Biase e di Maratea. Discorso Istorico libri II. Scritti dal molto Rev. Confessore Missionario napoletano: e Rettore Curato. Cappellano della Maggiore, Madrice Chiesa: Parrocchiale e Real Cappella di S. Biase del Comune di Maratea Diocesi di Cassano, Carmine Iannini. L'anno 1835. Peccato che non si conosce il precedente volume, pure manoscritto, certamente ricco di preziose notizie. L'opera, ritenuta dispersa, Ź stata rinvenuta da Lorenzo Iannini, di­scendente dall'autore, che ne ha curato la stampa e la diffusione tramite l’Istituto Grafico Editoriale di Napoli il 1985.

3) Mons. Casimiro Cardinale Gennari (Maratea, 1839- Roma, 1914), autore di molte opere teologiche, morali, giuridiche, ascetiche e catechetiche, diffuse in varie edizioni in Italia e all'estero; Vescovo di Conversano, Prefetto di varie Congregazioni Romane e Fondatore del Monitore Ecclesia­stico. Di lui due cose belle, fra le altre: il monumento marmoreo alla Cappella gentilizia del Cimitero (1914) e nella Villa Comunale di Maratea (1953); e il Catechismo della Dottrina Cristiana edito a Sie­na nel 1894, cui si aggiunge, come continuazione del discorso, l'opera intitolata: L'Immacolato Conce­pimento di Maria in relazione con la sua vita, Tip. Giovanni Tata, Roma, 1904. Un capolavoro, direi unico, dal punto di vista biblico e ascetico. Le sue espressioni e riflessioni sono sublimi. Il formulario del Catechismo, delineato in domande e risposte, ma tutto originale, precede nel tempo quello successi­vo e definitivo di S. Pio X. Le meditazioni mariane, per ogni giorno del mese di maggio o di ottobre, divise in due sezioni, la biblica e la morale, toccano il cuore dei lettori.

Mons. Antonio Crispino Arciprete (1876- 1939), ha retto la Parrocchia di S. M. Maggiore dal 1915. Angelo di bontą e di esimie virtĚ sacerdotali, aspirava ad entrare nell'Ordine Religioso dei Predicatori o P. Domenicani di Reggio Calabria nel 1919. Il Rev.mo P. Antonino Ricagno, Vicario Ge­nerale del Meridionale in detta cittą, per la Calabria e la Sicilia, chiese dilucidazioni al Vescovo di Po­licastro Mons. Giovanni Vescia sulla condotta, carattere, capacitą, zelo a salute di D.Antonio, nono­stante vi fosse stata qualche difficoltą per mandarlo e lasciarlo libero di accettare[120]. Questi chiese a sua volta al Vescovo, con supplichevole istanza, il beneplacito[121]. Di nuovo il P. Ricagno O.P. riceve­va da Policastro “le piĚ ampie assicurazioni sulla inappuntabile condotta morale, sulla salute e non comune istruzione con inclinazione alla predicazione e non senza spiccato zelo nell'esercizio del mini­stero sacerdotale, con corredo specialmente delle virtĚ umiltą, modestia e pazienza del lodato sogget­to, il quale Ź da piĚ tempo che insistentemente chiede di farsi religioso”. L'autore di questa bella lettera, non firmata, proponeva un incontro personale “perché meglio col vivo della voce si potesse definitiva­mente conchiudere della di lui santa aspirazione”[122].

D. Antonio, in risposta alla lettera del giorno precedente, si rimetteva alle disposizioni dei Superiori, ma precisava dicendo: "Mi onoro rassegnarle, che, motivi di prudenza m'inducono a non dover rinunziare al Beneficio Parrocchiale, se prima non sia accettato dall'Ordine”. Richiesto con tante suppliche il desiato beneplacito, forse non lo ottenne piĚ, perché valutati i due pesi, giudicė coscenzio­samente scegliere la parte migliore, cioŹ di restare a Maratea per attendere alla cura delle anime[123]. Un altro sacerdote del suo casato, D. Francesco Crispino (1928 - 1973), fu degnissimo Parroco in due paesi del Cilento: Lentiscosa e Marina di Camerota (1953- 1973)[124].

5) Mons. Domenico Damiano (1891- 1969), Rettore e Parroco di S. Biagio affabile ed esem­plare, anche della Parrocchia di Maratea Superiore, Ź degno di nota oltre come predicatore e catechista, come scrittore di varie edizioni della storia locale: Maratea nella storia e nella luce della fede (De Giuli, Rovigo, 1954; Missioni O.M.I., Roma, 1960; San Francesco, Sapri. 1965), nonché di un libretto S. Biagio da Sebaste a Maratea (Manfredi, Napoli, 1928). Tanti altri articoli da lui redatti si trovano nel Bollettino di S. Biagio (Maratea, 1949, etc.).

6) D. Gaetano Santoro (Maratea, 1910-Roma, 1988). Prof. di Lettere e Filosofia, Predicato­re, Arciprete dal 1937 al 1949, diresse sapientemente il Bollettino Parrocchiale L'Apostolo in famiglia, miniera di notizie storiche, catechetiche e pastorali e restaurė la Chiesa Madre il 1948.

Mi soffermo qui, sottintendendo tante altre cose belle ed affascinanti, perché i limiti di una con­ferenza sono abbastanza contenuti. Altri amici ed esperti di storia locale, sotto i vari risvolti, potranno continuare il discorso e rivelare gli aspetti positivi e costruttivi della Comunitą di S. Maria Maggiore di Maratea.

15. Conclusione

Abbiamo illustrato, volando come l'ape industriosa di fiore in fiore, gli eventi particolari, che s'innestano nella storia civile e religiosa di Maratea nonostante i molti vuoti dovuti alla mancanza di documenti, come il primo fascicolo manoscritto preesistente a quello ritrovato in casa Iannini, alla cui famiglia apparteneva D. Carmine, Rettore Curato di S. Biagio, autore de libro Di S. Biase e di Maratea, 1835. La storia civile, abbastanza nota sia per i privilegi concessi alla cittadina nei secoli passati, sia per gli avvenimenti coevi agli altri paesi, si Ź svolta in parallelo alla storia religiosa.

I primi abitanti, scendendo giĚ per formare il Borgo Inferiore, portarono con se le loro cose piĚ care: la devozione alla Madonna, prima dell’Odegitria, poi della M di Costantinopoli. Infatti nell'Annunziata al posto dell'attuale altare di S. Biagio, c'era quello dedicato alla Madonna, sotto il secondo titolo[125].

Tra le devozioni, oltre alla Madonna, sotto vari titoli (S.M. Maggiore, Immacolata, Assunta, Addolorata, le Grazie, il Carmine, la Mercede, la Potenza, la Neve, ecc.), si aggiungeva quella dei Santi (Michele, Gabriele, Elia, Biagio, Basilio, Giuseppe, Giovanni, Vito, Rocco, Francesco, Antonio, Emi­dio e Giovanni Bosco). Incessante era il culto di questa schiera eletta di Protettori e di intercessori, una scuola ed una palestra di esempi fulgidi di sante cristiane virtĚ, un corredo sopraffino di grazie celesti donate da Dio, in risposta all'assidua quotidiana preghiera. Generazioni e generazioni, fino alla prima ­metą del secolo XX, per la maggior parte senza cultura, si sono formate nell'ascolto e nell'ubbidienza agli arcipreti e ai sacerdoti collaboratori. Quanti ripetevano a memoria gli insegnamenti del Cardinale Gennari! Questo vuol dire tanto, per un cammino di fede e per una adeguata crescita ed un progresso spirituale. Le feste, le processioni, le funzioni liturgiche, le litanie lauretane recitate o cantate, la Via Crucis, i Sacramenti ricevuti devotamente e i saggi consigli dei genitori, le esortazioni dei maestri e dei catechisti, ieri come oggi, tutto é stato via al bene.

Nello stesso tempo i numerosi altari, come pure le altrettante edicole, sono rimasti a testimo­nianza di un culto e di un'arte. Le statue monumentali e le iscrizioni sul marmo sono un testo di medi­tazione. La sacra Manna miracolosa, che appare ogni tanto, Ź stata certo un segno efficace della Prote­zione di S. Biagio, Patrono della Cittą. La santa Urna e le colonne di marmo della Regia Cappella, do­nate da Filippo IV di Spagna, irrorate da questo liquidi misterioso e miracoloso, hanno rafforzato la nostra fede in Dio Altissimo, del quale S. Biagio Ź lo specchio. Nel secolo XVIII un autore lucano, P. Placido Troyli, Abate Cistercernse di Montalbano Ionio, asseriva che anche la statua d'argento scaturi­va la manna.

Il turista, il pellegrino o il paesano, attraversando il Centro Storico, non puė fare a meno di os­servare qualcosa fra i ruderi di case, fra i vecchi portali cadenti o restaurati, gli archi e i muretti, il frontespizio di una cappella o i colori sbiaditi di una sacra edicola. Ma che cosa? II respiro di una vita vissuta piuttosto nell'austeritą che nell'agiatezza: e nel diuturno lavoro sacrificato e sacrificante.

Quanta ereditą Ź passata a tutti noi! ť un fatto che si ripete a distanza di tempo. A volte le pic­cole cose incidono nell'animo: un gesto, uno sguardo alla chiesa, un inchino riverente a volte anche un rimprovero: tutto concorre al bene. Un segno di croce, il suono di una campana, un fiore che sboccia, una preghiera, un canto, come anche il pianto o il sorriso di un bimbo: tutto Ź invito a vivere e a camminare meglio. Felici noi, se continuiamo questo cammino, trasmettendo le gesta eroiche e sante dei nostri antenati alla nuove generazioni.! Anche se oggi si dice che i tempi sono cambiati, le esigenze interiori dell'uomo sono sempre le stesse, perché Cristo non cambia mai!

Voi, o marateesi, custodite le sante tradizioni e siatene fieri... Da parte mia, perché ho cer­cato di raccogliere qualcosa di vero e di bello, abbiatevi tutti il mio augurio e la mia cordiale benedi­zione.

Policastro Bussentino, 9 maggio 2002

Sac. Don Giuseppe Cataldo


Canto Mariano per il mese di Maggio

Maratea (l° 900)

1.Intrecciate le rose celesti

alla bella e potente Regina,

che di perle ha infiorate le vesti

e fra figli soavi cammina.

RIT. - Viva, viva per sempre Maria,

che nel maggio vogliamo cantar !

2. Col tuo lume al mondo la guerra

e la fame e la peste sparď;

col tuo nome su tutta la terra

la giustizia e la pace appari.

RIT. - Viva, viva per sempre Maria,

che nel maggio vogliamo cantar !

3. Maratea con speme e costanza

ai tuoi piedi si aduna ogni sera;

tutti i giorni ogn'ora, ogn'istante

a te volge una casta preghiera.

RIT. - Viva, viva per sempre Maria,

che nel maggio vogliamo cantar !

Ai piedi dell'Addolorata per il Venerdď Santo

1.Ai tuoi piedi, o bella Madre, verso pianto, verso pianto di dolor. Per me prega il Figlia il Padre: in te solo, in te solo spera il cuor.

2.Una stilla al mento il sangue elle versava, che versava il tuo GesĚ. Mi conforta il cuor che langue: mi concedi, mi concedi amor, virtĚ.

3.10 seguir vorrei tuo Figlio ove mesto, ove mesto passa il di; avrą teco nel martire

ove il Figlio, ove il Figlio tuo mori.

4.Tu sei Madre del dolore,

degli affitti, degli afflitti sei consuol.

Hai per me trafitto il cuore,

per me, in Croce, per me in Croce il tuo Figliuol.


28

ARCIPRETI

di S.MARIA MAGGIORE in MARATEA

(Potenza)

Diocesi di Policastro Bussentino, Cassano Ionio e Tursi-Lagonegro fin dall'antichitą ad oggi.

I

D. Boezio SANTORO

1325

2

D. Giovanni MAIMONE I

  1434

3

D. Colella DE CERRATO

1573

4

D. Giovanni MAIMONE II

1582

5

D. Boezio SANTORO DE VESCIS

  1599

6

D. Giovanni Giacomo SANTORO DE VESCIS

1639

7

D, Giuseppe Antonio SANTORO DE VESCIS

1677

8

D. Biase FARRI

  1702

9

D. Biase FERRETTI

  1721

10

D. Francesco Antonio VITA DIODATI

1749

11

D. Giuseppe D'ALITTO

1794

12

D. Gabriele FEROLA

1832

13

D. Luigi MARINI

1840

14

D. Vincenzo SCOGNAMIGLIO

1901

15

D. Antonio CRISPINO

1914

16

D. Vito Antonio MIRABILE

1934

17

D. Gaetano SANTORO

1937

18

P. Ettore DE FILIPPIS O.M.I.

1950

19

P. Luigi PETRIN

1955

20

P. Erberto CERRACCHIO Q.M.I.

1957

21

P. Nicola OITAVIANI Q.M.I.

1963

22

P. Erberto CERRACCHIO Ú.M.I.

1964

23

P. Romualdo LOPARDO 0.M.I,

1967

24

P. Francesco BOVENSI Q.M.I.

1969

25

P. Domenico VITANTONIO......

1972

26

P. Amedeo MACCACARO O.M.T.

1975

27

P. Luigi RUSSO O.M.I.

1981

28

P. Clemente TROMBETTA O.M.I.

1984

29

P. Romualdo LOPARDO O.M.I.

1990

30

P. Erberto CERRACCHIO Q.M.I.

1993

31

P. Giovanni FUSTAINO O.M.I.

1993


29

BIBLIOGRAFIA

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25.   MAGLIANO DOMENICO-. Platea dei Beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Pim del 1695, MS (A.D.P. Sez. Amministrazione).

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27.   MIGNE. LP.- Patrologiae Cursus Completus, Toni. LXXVII1, S.Gregorio I Magno, Ep- 43", Paris, 1849).

28.   MINISCI TEODORO: Riflessioni studitani- sul Monachesimo Italo-Greco (in "Orientalia Christiana", n. 153)).

29.   N1SCO NICOLA: Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860, Napoli, 1908).

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31.   PINTO GIOVANNI: La "Translationis historia" del prete Gregorio (in l'Odegitria della Cattedrale,Edipuglia. Bari, 1995).

32.   PEDIO TOMMASO: La Basilicata dalla caduta dell'Impero Romano agli Angioini. Levante. Bari. 1987, vol. 1.


30

33.                                                                                                                                                                     PESCE CARLO-. Storia della Cittą di Lagonegro, Pansini, Napoli.                                                                                                             1913.

34. QUAQUARELLI ANTONIO: Spigolature cristiane nel Salento, (in "Vetera Christianorum", Ist. Lett. Cristiana Antica,1, Bari. 1987).

35. RACIOPPI GIACOMO: Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, E. Loescher, Roma, 11, 1889.

36. ROBERTI GIUSEPPE M: Disegno storico dell'Ordine dei Minimi dalla morte del S. Istitutore

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38. SALVINI ALFONSO: Santuari mariani d'Italia, Pia Societą S. Paolo, Roma, 1940.

39. TARANTINI BIAGIO: Blanda e Maratea. Napoli, 1883.

40. TROCCOLI CARMINE: il Mercurion e i tre insediamenti monastici (in lvIontesacro antichissimo santuario basiliano", Laurenziana.NA.1986)

41. TROYLI PLACIDO.- Istoria generale del Reame di Napoli. Tomo III, Napoli 1748.


 



[1] CICERONE MARCO TULLIO: De Oratore, II, 9, "Historia magistra vitae"

[2] TARANTINI BIAGIO: Blanda e Maratea. Saggio di monografia storica, Societą Tipografica Editrice, Napoli, 1883, p. 26.

[3] TARANTINI B.: op.cit., p. 26.

[4] ERODOTO: Le Storie, Libro III, par. 49, Mondadori, Milano, 1956.

[5] CURVO NICOLA (di Lauria Superiore: 1877-1942): Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini, Tip. Rossi, r ediz., Lau­ria, 1937, pag. 7.

[6] S. MATTEO: XI, 21 “Guai a te, Chorozain! Guai a te, Retsaidal Perché se i 'miracoli compitai tra voi fossero suddetta a Tiro e a Sidone, gią da tempo in cilicio e cenere avrebbero fatto penitenza!

[7] CURZIO N.: op.cit., pp. 11.-12.

[8] CURZIO N., op.cit, pag.7

[9] CURZIO N., Melania di Blanda, ovvero l'aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall'Etna ai sette Colli, in II Pensie­ro Cattolico. Manduria, 1910, Cap. XIV, p. 38.

[10] QUAQUARELLI ANTONIO, Spigolature cristiane nel Salento, in Vetera Christianorunr, Ist. Lert.Cristiann Antica, I, Bari,1987, p.160.

[11] GATTA COSTANTINO, Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, compresa al presente nelle provincie dď Basilicata e di Principato Citra, Gennaro Muzio , Napoli, 1732, II, p. 34.

[12] MIGNE J.P., Patrologiae Cursus completus, Tom.LXXVIII, S.Greg.M., vol. 3°, Libro 2°, Epistola 43a, Ind.^, Paris,1849, col. 581.

[13] Archivio Diocesano di Policastro (A D.P.): Documenti Antichi, fascicolo 1°- Dalle origini al 1400 ( Bolla di Alfano I Ar­civescovo di Salerno, ottobre 1079 "Alfanus omnibus fidelibus orthodoxis sacerdotali clericalique ordini, et plebi consistenti Buxentinae (quae modo Paleocasirensis dicitur)".

[14] IANNINI CARMINE, Di S. Biase e di Maratea Discorso !storico. Libri IL Ist. Grafico Editoriale Italiano, Ercolano, 1985, lib. II, Cap. VI, pag. 173.

[15] IANNINI C, op. cit., lib. IL, Cap.I, Pag.109.

[16] IANNINI C, op. cit., lib. IL, Cap.I, Pag.174.

[17] RUSSO FRANCESCO, Storia della Diocesi di Cassano al Jonio, vol.I, Laurenziana, Napoli, 1964, p.81; vol.III, 1968, pp. 17-20.

[18] DAMIANO DOMENICO, Maratea nella storia e nella luce della fede, Tipogr. De Giuli , Rovigo , 1954, pagg. 28 - 29.

 

[19] RUSSO F, op. cit., vol. III, 1968, pag. 19.

[20] RUSSO F, op. cit., voi. I, pp. 91-94.

[21] DRAGO GAETANO, S. Biagio di Sebaste Vescovo e Martire Patrono di Maratea Saggio storico, Ed. Missioni O.M.I., Tip. S. Pio X, S. Maria a Vico (CE), 1970, pp. 92 -91.

[22] DAMIANO D., op. pag. 127. Chiese e Cappelle mariane: Madonna della Neve o degli Ulivi (sec.VI), M. della Pietą (sec.VI), S.Maria (s.XII), Immacolata (S.XIV), S.M. Maggiore (s. XV), Rosario, Anixunziata, M. delle Grazie e M. della Cono (s. XVI), Addolorata, Immacolata (s. XVII), S. Maria di Portosalvo (s. XVIII), Immacolata a Castrocucco e M. di Fa­tima a Massa (sec. XIX). Seguono altre sei minori (Edicole) nel centro storico o in zone rurali.

 

[23] EBNER PIETRO: Chiesa, baronie popolo nei Cilento, Ed. Storia e Letteratura, Roma, 1982. vol. I, pp. 32 -34.

[24] MINISCI TEODORO: Riflessioni studitani sul Monachesimo Italo-Greco , (in Orientalia Christlana Analecta), n. 153, p. 215). CAPPELLI BIAGIO, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani Studi e ricerche, Napoli, 1963, pp. 13 e 93.

[25] EVDOKIMOV PAVEL, La teologia della bellezza, Roma, 1971, p. 302.

[26] BUX NICOLA, La liturgia dell'Odegitria nel “proprio” barese tra culto locale e teologia bizantina, (in AA.VV., L 'Odegitria della Cattedrale. Storia, Arte, Culto, Edipuglia, Bari 1995. p. 137.

[27] BUX N. op.cit., pp. 135- 136., EBNER P., op.cit. pag. 35, GRABAR A., Iconografia cristiana, Milano, 1983, p. 197.

[28] PINTO GIOVANNI, La "Translationis Historia" del prete Gregorio (in L'Odegitria della Cattedrale. Storia, Arte, Culto, Edipuglia, Bari, 1095, pag. 81).

[29] DAMIANO D., op.cit, pag. 123.

[30] DAMIANO D., op.cit, pag. 127.

[31] A. D. P.: S. Visite Pastorali dei Vescovi di Policastro (passim): "Vasitaavit Ecelesiam; seu Cappellam erectam sub invocazione Sanctiseu Sanctae Mariae Assumptionis, de Montis Carmeli, Sancti Blasii Martyris, etc..."

N.B. A queste chiese mariane spesso erano unite le Congreghe o Confraternite. Nel secolo XVIII esse raggiungevano il nu­mero di 100, dirette da Cappellani, Priori e Collaboratori, col beneplacito dei Re di Napoli., dei vescovi e del Parroci.

[32] IANNINI C., op. cit., Libro II, Cap. I, pp. 110- 112.

[33] IANNINI C., op, alt., pag. 111.

[34] DAMIANO D., op.cit, pag. 31.

[35] TROYLI PLACIDO: istoria Generale del Reame di Napoli, Torno IIII, Napoli, 1748, Lib. VIII, Capo I, pp. 367- 370.Sono nominati, tra gli altri centri costieri tirrenici: Pesto, Velia, AgroPoll, Bussento, Cirella e Vibona Valenza.

[36] DAMIANO D., op.cit. 2' ed., 0.M.I., Roma, 1960, pp. 129-131.

[37] IANNINI C., op. cit., Libro iI, Cap. I, pag. 108. DAMIANO D., op.cit, ed., 1954, pag. 132.

[38] DAMIANO D., op.cit, 1^ ed., 1954, pag 132.

[39] AA.VV., Maratea Sacra, op. cit., pp. 10 e 19. - DAMIANO D., op. cit,. , pag. 32.

[40] DAMIANO D., op.cit., pag. 101 - IANNINI C., op. cit., Libro II, Cap. I, pag. 111.

[41] AA.VV., Maratea Sacra, pp. I0 e 19. Ist. Poligrafico e Zecca dello Stato, a c. della Soprint. ai Beni CC. e AA. e Centro Culturale di Maratea.(s.d.)

[42] SALVINI ALFONSO, Santuari mariani d'Italia, Pia Societą S. Paolo, Roma, 1940, p. 284- 286.

[43] A.D.P, S. Visite Pastorali della Diocesi di Policastra (passim).

[44] IANNINI C., op. cit., Libro II, Cap. XV, pag. 241.

[45] IANNINI C., op. cit., Libro II, Cap. V, pag. 149. " DAMIANO D., op. cit, pag. 15.

[46] DAMIANO D., op.cit., pag. 15.

[47] DAMIANO D., op.cit., pag. 129.

[48] AA.VV., Maratea Sacra, op. cit., pag.25.

[49] AA.VV., Maratea Sacra, op. cit., pag.26 - RUSSO F., op. cit., vol. I, pag. 228.

[50] RUSSO E., op. cit., voi. I, pag. 228.

[51] CAMPAGNA ORAZIO, La Regione Mercuriense nella storia delle comunitą costiere da Bonifati a Palandro, Pellegrini, Cosenza, 1982, pag. 247, nota 14.

[52] DAMIANO D., ap.cit, pag. 142-144.

[53] A.D.P, sez. Amministrazione (fasc. Maratea)

[54] IANNINI C., op. cit., Libro II, Cap. XV, pag. 242.

[55] Arch. Parrocchiale di Maratea S.M.Maggiore (Registri sec.XVI)

[56] DAMIANO D., op.cit, pag. 144.

[57] Archivio Vaticano, Reg. 1881, f.153.

[58] Arch. Parrocchiale di Maratea S.M. Maggiore.

[59] Idem.

[60] DAMIANO D., op.cit., pag. 152-155; - A.D.P.: Nuovo Registro dei Capitolo Cattedrale di Policastro (1880- 1956): fol. agg.to n. 175 - A.D.P.: Sez. Ufficio Amministrativo (Parr. S.M. Maggiore di Maratea - conferma del P. Luigi Peti'', Dele­gato dal Superiore Provinciale 0.M.I., del 20 gennaio 1956).

[61] A.D.P., Sez. Matrimoni (sec. XIX e XX). Atti relativi all'interrogatorio dei fidanzati e dei testimoni, con giuramento, sottoscritti dai medesimi e dal Parroco o Delegato.

[62] RAGIOPP1 GIACOMO, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Ermanno Loescher, Roma, volli, 1889 (rist. anast. Antonio Capuano, Fntncavilla sul Sinai, pagg. 30- 31).

[63] TROYLI P., op.cit., pagg. 382- 384. - CAPPELLI B.,                 pag.13 e ss.

[64] BOCCIA ANTONIO, Lauria tra leggenda e realtą, Tandem, Lauria,1993.

[65] BORBONI RUGGERO, L'eremitismo in Occidente nei secoli XI e XII, (in Vita e Pensiero, Note e Rassegne, Milano, a.XLIX, 1966, I, pagg. 71-75).

[66] IANNINI C., op.cit., Libro II, Cap. I, pag. 108.

[67] TROCCOLI CARMINE, Il Mercurion e i tre insediamenti monastici (in Montesacro antichissimo Santuario Basiliano, Laurenziana, Napoli, 1986, pagg. 43-50).

[68] TROCCOLI C., op.cit., pp.43-50.

[69] RICCIOTTI G., Gli Inni alla Vergine, Roma, 1925

[70] DI LUCCIA PIETRO MARCELLINO, L'Abbadia di S. Giovanni a Piro. Trattato historico-legale, Luca Antonio Chracas, Roma, 1700, pag.10.

[71] PALAZZO FERDINANDO, Il Cenobio Basiliano di S. Giovanni a Piro, Di Giacomo, Salerno, 1960, pp. 13- 15

[72] MAGLIANO DOMENICO, Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695… MS (in A.D.P.-Sez. Amministrazione) - DI LUCCIA P. M., op.cit., pag. 3;

[73] MAGLIANO D., op.cit., passim

[74] MAGL1ANO D., op.cit., "Die septima mensis maij mill.sex.non.sex.", 144

[75] DI LUCCIA P. M., op.cit., pag. 32, (n.1, Costituimo l'Universitą....)

[76] MAGLIANO D., op. cit., fol. 147.

[77] AA. VV., Maratea Sacra, op.cit., pag. 43. - A..C. M.,(Archivio Comunale di Maratea, Fondo Chiese e Cappelle).

[78] IANNINI C., op. cit., Libro II, Cap. I, pp. 109-111; DAMIANO D., op.cit, pp. 31-32;

[79] IANNINI C., op. cit., Libro II, Cap. 2°, pp. 122-123;

[80] PEDIO TOMMASO, La Basilicata dalla caduta dell'impero Romano agli Angiomi, Levante. Bari, 1987, I, pag. 148.

[81] PEDIO T., op.cit., pag.148.

[82] PEDIO T., op.cit., pag.170.

[83] IANNINI C., op. cit., Libro II, Cap. 2°, pp. 126-127;

[84] Arch.Parr. di Maratea (S.M.Maggiore), Registri Parr. (sec.XVI) Battesimi, Matrimoni e Defunti.

[85] RUSSO P., op.cit., Vol.III, pagg. 103-104 (Cronotassi dei Vescovi)

[86] A. D. P., Sentenza del 15 Marzo 1589, dal Vescovo Ordinario di Cassano, sui diritti della Parrocchia di S. M. Maggiore e i doveri della Succursale dell'Annunziata (pagg. 4 e 5).

[87] A. D. P., Sentenza etc. (pagg. 6- 13). Nelle note marginali degli Atti Vescovili sono sintetizzati i decreti, scritti in latino: "Liiterae Commissoriales et Seruentia arbitramentalis Episcopi in causa pretensae erectionis novae Parochialis SS. AnMilt­tiatae, Uno. C'erta, unus Pastor, man Ovile, una Parochia esse praecipitur. Noster Archipresbyter est unsis Pasto, et amniurn proprius ne Oppidun scinderetur in plura. In Ecelesia SS. Armuntiatae Cappellarms perpetua s statuitur, et dieta &devia si t filialis, et membrum nostrae S. Mariae Majoris".

[88] A. D. P., Sentenza, pagg. 3 e 20.

[89] A. P. M. (S.M.Maggiore): Registri Parrocchiali dei sec. XVI e XVII (Battesimi, Matrimoni e Defunti).

[90] LEONE GIOCONDO da Murano, I Cappuccini e i loro Conventi in Provincia di Cosenza, Fasano, Cosenza, vol. I, la ed., 1986 p.72

[91] BONAVENTURA da Arenano, (in Bibliotheca Sanctorum, Vol. I, Roma, Ist. Giovanni XXIII,1961, coll. 1234-1235).

[92] A.D.P., Relazione giurata dei Rev. P. Bernardo da Marsico, Sacerdote Cappuccino della Provincia di Basilicata sul Beato Angelo d'Acri, Maratea, a. 1745.

[93] P. MARIANO da Calitri o.f.m. Capp.no, Necrologio dei Frati Minori Cappuccini della Provincia di Basilicata, Salerno. Curia Provincializia, Salerno, voll. 1-11, 1959.

[94] A. P. M. (SMM), Registri dei Defunti (passim).

[95] RACIOPPI G., op.cit., pagg. 285- 286.

[96] DEL MERCATO PIERFRACESCO - INFANTE ANTONIO, Cilento, uomini e vicende, Reggiani, Salerno, 1980, pp.
121- 125.

[97] DEL MERCATO P. - INFANTE A., op. cit., pag.125 - NISCO NICOLA: Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860, Napoli, 1908, pag. 65.

[98] DEL MERCATO P. - INFANTE A., op.cit., pag. I 25 - NISCO N., op.cit., pag. 128.

[99] DEL MERCATO P. - INFANTE A., op. eli., pagg.131-132.

[100] PESCE CARIO, Storia della Cittą di Lagonegro, Passini, Napoli, 1913, pag. 348.

[101] P. MARIANO da Calitri, op. cit., vol. II (Defunti di Agosto). N.B. questa cronologia raccoglie tutti i religiosi Cappuccini deceduti nei vari conventi della vasta provincia salernitano-lucana Quelli piĚ illustri per opere pastorali e per santitą di vita, hado un ricordo speciale.

[102] A.P.M. (S.M.M.re) Registro dei Defunti, Voi. VIII, 8.1815-34, foglio n. 91. Si dice a Maratea che il Rev. D. Francesco Antonio Mordente confessore di P. Carlo da Celle, il giorno dopo la fucilazione, se ne mori di pena; e che un antenato dell'Avv. Biagio Calderano, oggi vivente, quel 12 agosto, salito al Castello, si affacciė verso la vallata e, udito il colpo del fucile, si tolse iI cappello e s'inchinė, in affettuoso saluto alla nostra patria.

[103] RACIOPPI G., op.cit., vol. II, pag. 227.

[104] A. D. P.: Atti di S. Ordinazioni del Clero (sec. XVIII)- Certificati di esercizi spirituali, predicati e sottoscritti dal predicatore o dal P. Superiore del Convento, con apposito timbro.

[105] A. D. P.: Registri di S. Ordinazioni del (passim)

[106] A. D. P., Sez. storica (Vescovi di Policastro) - RUSSO P., op. cit., voi. III, pag. 155

[107] A. D. P., Uff. AMM.V0 Diocesano (Maratea), "Die sexta mensis novembris .. Civitas Marathea a Cassanensi Dioecesi excorporata decictratur, et in perpetuum adneca Episcopali Dioecesi Polycastrensi..."

[108] A. D. P., Sez. Uff. Ammin. (Maratea): "Umberto I, per grazia di Dio e per volontą della Nazione Re d'Italia. Visto il Decreto Pontificio 21 ottobre 1898, riguardante l'oggetto fraindicato; Vista l'istanza, con cui si chiede il Regio Assenso all’anzidetto Decreto Pontificio; Visto l’Art. 16, ultimo a linea, della      Legge 13 maggio 1891, n. 214; Sentito il Consiglio di Stato; e sulla proposta del Nostro Guardasigilli, Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Grazia e Giustizia e dei Culti; Abbiamo decretato e decretiamo: Ź concesso il Nostro R. Assenso al D.P. 21 Ottobre 1898 col quale la Parroc­chia di Maratea Ź stata smenbrata dalla Diocesi di Cassano al Jonio ed aggregata alla Diocesi di Policastro. Il Guardasigilli. etc. Ź incaricato dell'esecuzione del presente Decreto. Roma, 27 aprile 1899”.

[109] RUSSO F., op.cit, vol. III, pagg. 147 - 150.

[110] A.D.P., Visita e Relazioni “Ad S. Limina Apostolorum(1.4.1591): "Civitas ipsa Polycastri adeo desolata et inhabitabi­lis existit, tum ar pessimam aeris intemperiem; tum quia ad raaris vicinitatem nimis exposita est infidelibus incursionibus". De Rosa Gabriele, Vescovi, popolo e magia nel Sud, Guida. Napoli, 1971, pag. 159.

[111] A.D.P., Sez. Ammin.ne Seminario (Registri e Varie).

[112] A. D. P., Sez. Storia e Amministrazione (Registri del Seminario Vescovile). - AA.VV., Bollettini Ufficiali delle Diocesi di Vallo-Policastro (1924- 1935) e Policastro Bussentino (1938-70).

[113] A.D.P., Sez. Uff.  Amministrativo (reser. Maratea, a. 1883).

[114] A.D.P., Sa. e Uff. e Amm.vo - Capitolo Cattedrale di Policastro (ultimo Nuovo Registro: 1880 - 1956), fol. n. 93, recto et verso

[115] A.D.P., idem, col. si. 73, verso

[116] A.D.P., idem, col. si. 73, verso

[117] DAMIANO D., op. cit., pp.59-61.

[118] ROBERTI GIUSEPPE MARIA, Disegno storico dell'Ordine dei Minimi dalla morte del S. Istitutore fino ai nostri tempi (1507 - 1907) , vol III: 1700-1800, Industria Tipografica Romana, Roma, 1922 , pp. 68 e 71.

[119] ROBERTI G. M., pag. 68. E' annotato cosi : Baidassarre da Maratea (Balthasar) quo, secundo anno defunto, suffectus fuit. 1566”.

[120] A.D.P., Sez. Clero (Maratea): Lettera del 18 ottobre 1919

[121] A.D.P., idem, Lett. di Mons. Crispino del 20 ottobre 1919.

[122] A.D.P., Sez. Clero (Maratea), Lett. da Policastro del 28 ott. 919

[123] A.D.P., idem, Lett da Maratea del 23 ottobre 1919.

[124] A.D.P., Sez.. Uff. Amm.vo (Registri del Clero: Generalitą).

[125] IANNINI C., op. cit., Libro II, Cap. 5°, pag. 170.