Industria e turismo al Sud nell’esempio di Rivetti

Ingenue speranze e forti delusioni

in uno spaccato della storia di Maratea

 

Ai funerali di Stefano Rivetti, nell’ottobre scorso, si sono avute manifestazioni nelle quali, proprio da parte di amministratori locali, sono state ri­petute cose non vere con interpreta­zioni di comodo della vicenda dell’in­dustrializzazione nella nostra zona, e, dando fondo alle risorse di piaggeria tipiche di certo personale politico che si caratterizza per subalternità cultu­rale, se non civile, è stata scritta una brutta pagina.

Per avere un’idea del discorso pronunciato nell’occasione dal Sinda­co, per esempio, basterà leggere il manifesto (riprodotto in questa pagi­ne) attribuito ad un ipotetico cittadi­no qualunque, che ha costituito in effetti la traccia della suddetta ispi­rata orazione funebre (riprodotta poi nel bollettino dell’Amministra­zione ad edificazione del pubblico). Come si può vedere, c’è ancora chi, ai nostri giorni, confonde investimenti industriali sostenuti da finanziamenti pubblici con la beneficenza privata e, con mancanza di gusto, avvolge di spirito religioso anche le attività spe­culative.

In verità, l’intervento della fami­glia Rivetti a Maratea è stato già stu­diato e raccontato in tempi non sospetti per quello che effettivamente e­ra, sicché una sintetica ripresentazio­ne - come questa che ci accingiamo a fare - vale piuttosto come segnalazio­ne per lettori più giovani, oltre che doverosa testimonianza, a fronte del­la avvilente retorica e piaggeria di al­cuni rappresentanti del declassato potere locale.

La vicenda comincia negli anni ‘51-52 quando un industriale distinto, alto, accompagnato dal capo dei vigi­li urbani, incontra sul cantiere della villa comunale, dove dirige i lavori, il sindaco di Maratea, Biagio Vitolo.

Questo è l’inizio di un confronto impari, fra due mondi, uno semplice, fatto di espedienti per superare le mille difficoltà che quotidianamente si frappongono sulla via di una Am­ministrazione protesa verso il pro­gresso, e quello di chi ha lungamente ideato un progetto economico a breve e lunga scadenza sul nostro territorio..

Stefano Rivetti, in paese subito conosciuto come il Conte, cala in una comunità in cui, come risulta dal censimento del 1951, il 36,4% dei cittadini è dedito all’agricoltura, il 34,7% all’industria, il 9,7% impiegato nella pubblica amministrazione.

L’agricoltura condotta con metodi primitivi coinvolge prevalentemente nuclei familiari interi, sul loro fazzo­letto di terra.

Quella che figura come industria è rappresentata quasi totalmente dalla attività edilizia, peraltro non costan­te, con una piccola frangia di artigia­ni, mentre nel settore terziario quasi totalmente sono occupati i commer­cianti al minuto. La popolazione non attiva risulta essere al 22,2% conside­rando i residenti dai dieci anni in su. In questa fascia è inclusa la fetta dei disoccupati.

I consumi, dato il basso reddito dei cittadini, sono ridotti pressoché all’essenziale; la condizione abitativa è rappresentata prevalentemente da edifici a struttura tradizionale serviti da luce, acqua, ma carenti per il resto di servizi igienici. Discreta è la viabi­lità, buono l’allacciamento ferrovia­rio.

Nonostante il clima recessivo, in questo paese continuano a vivere le sue secolari istituzioni, come l’ospe­dale, l’educandato femminile De’ Pi­no, mentre l’ansia di vivere si manife­sta con attività ricreative di gruppo; grazie poi all’ideatività del sindaco Vitolo si cerca di migliorare il territo­rio con opere viarie e luoghi di ritro­vo, nella speranza di un futuro turi­stico già dà tempo auspicato in molti.

Il Conte, espressione di una delle più grosse famiglie di industriali la­nieri, in cerca di contributi della Cas­sa per il Mezzogiorno, non può stra­tegicamente scegliere area geografica più propizia data la bellezza del luo­go e la sua contiguità con le regioni Calabria e Campania, ciò ben auspi­cante per altri finanziamenti da otte­nersi da altri enti e da altre regioni.

L’anelito collettivo e cosciente, poi, a voler progredire fa in modo che il Conte trovi una comunità che appa­re matura per tale incontro, come si e­videnzia a una lettera inviata al sin­daco Vitolo dal sig. Antonio Cernic­chiaro (il 4 aprile 1953) il quale dice di essere disposto a cedere per le attività produttive del Conte, a prezzo sim­bolico, una grossa proprietà al solo scopo di pubblico bene, essa servirà (vi si legge), a completare un’opera che apporterà senza dubbio il benes­sere ad una intera popolazione....

Tale decisione è favorita dalla con­vinzione di un immediato lancio turi­stico di Maratea da parte di chi avreb­be potuto farlo in grande stile e con­tribuisce a persuadere altri proprieta­ria cedere i loro terreni ad una cifra media di 50 lire a metroquadrato con­vincendoli delle buone intenzioni del Conte.

Il Comune, retto da maggioranza DC, cerca poi di fornirgli ogni tipo di agevolazione dimostrandogli sensibi­lità e fiducia illimitata, avallata anche dalle assicurazioni dei parlamentari più rappresentativi della Democrazia Cristiana lucana.

Il 12 luglio 1953 è annunciata al popolo di Maratea, presenti autorità comunali e provinciali, la volontà del Conte di installare un impianto indu­striale a Maratea che aprirà le porte a circa 250 apprendisti nel 1956.

L’immagine che Stefano Rivetti cerca di dare subito di sè alla popola­zione è da una parte quella fortemente radicata ai valori tradizionali quali fa­miglia e religiosità, capisaldi della cul­tura locale, dall’altra quella di stam­po feudale vista però come normale e quindi accettata dalla gente. Si stabili­sce poi in un vecchio castello fatto ri­modernare ed espone, si dice, una bandiera per annunciare la propria presenza in casa.

Il tutto, grazie anche agli atteggia­menti servili di parte del clero e di al­cuni rappresentanti della politica loca­le, rende più mitica la sua figura, favo­rendo quel processo di esaltazione del personaggio che in parte ancora si av­verte.

Si diffonde tra le contrade la noti­zia che un Missionario OMI, Padre Pe­trucci, sottratto ai bisogni dei comuni mortali, alla Torre sarebbe il diretto­re spirituale dei figli, mentre a Natale circolano le calde iconografie augurali dove, in una armonia dl profili ed af­fetti, i suoi figli vengono raffigurati o­ra separatamente, ora uniti in mistica preghiera, davanti al Bambino bene­dicente.

Nella chiesetta del Gesù, poi, tutti possono constatare la pietà del Conte, al quale non è nemmeno negata una parola nel Sacrificio della Messa, che i­nizia solo quando, tra il brusio dei cit­tadini e la riverenza di amministratori pronti a fargli corona, viene occupato il primo banco a lui riservato.

Fa scalpore poi la sua prodigalità durante la questua, nella Chiesa dell’Immacolata, nel centro storico, quasi a ringraziare l’attenzione del sacresta­no che, alla sua vista, subito è corso, con l’approvazione del clero, ad offrir­gli, in posizione di riguardo, s’intende, un inginocchiatoio con relativo cuscino. Ciò evidentemente perché lo si considera non un semplice ricco, quanto un benefattore, sceso dalla cit­tà del nord per il riscatto delle nostre genti, trascurando il particolare degli oltre settemila milioni di finanziamen­to statale che ha ottenuto.

Altra precisazione utile è che il suddetto Conte non disdegna di usare la mano dura nelle sue fabbriche, quando qualche ingranaggio scalda o lavora male. Però, per lenire eventuali dissapori per problemi di lavoro, fa venire i padri gesuiti Spallone e Triva: a loro e non ai sindacati dovranno ri­volgersi gli operai. Ai quali, infatti, scrive: I padri vi saranno vicini per l’assistenza spirituale e per cercare di risolvere i problemi inerenti alla vo­stra occupazione, e quelli eventuali della vostra famiglia. Grazie a tale sensibilità, i suoi operai potranno e­vitare il contatto fuorviante con i sin­dacati, portatori solo di preoccupa­zioni e dispiaceri al buon padre-pa­drone.

In questo scenario abilmente co­struito, si può sfociare in una sorta di sacralizzazione di un uomo al quale tutto acriticamente viene concesso: il territorio, il potere politico, e forse an­che altro. Noterà Daniela Testa, nella sua tesi di laurea all’università di Mi­lano, proprio sul caso Rivetti (ampi stralci di essa sono stati riportati da Basilicata nel n. 442,9/10 del ‘70), dalla quale traiamo molte citazioni, che in tal modo Rivetti impadronito­si di mezzo paese, per non dire di tut­to, vi instaura una specie di neo-feu­dalesimo a cui nessuno osa ribellarsi.

Padrone unico delle varie azien­de del luogo riesce con la complicità delle DC locale ad esser il padrone in­contrastato di ogni genere di attività: è presidente della A.A.S.T., commis­sario prefettizio dell’ospedale di zo­na, presidente della casa di riposo, presidente del consorzio per il nucleo di sviluppo industriale del golfo di Policastro, e gestore di ogni attività comunale tramite i suoi uomini pie­montesi e alcuni locali eletti al comu­ne nella lista della DC.

Mentre su questo Uomo la stampa dei Sud tace, quella dei Nord si scio­glie in deliranti e sprezzanti analisi sociologiche antimeridionali al solo fine di mitizzare la figura del pionie­re, del nuovo redentore delle zone depresse dei Mezzogiorno.

Montanelli scrive: prima che un industriale del Nord, l’ing. Rivetti, ve­nisse a restituire questi luoghi al loro naturale destino di ottava meraviglia del mondo, gli abitanti di Maratea vi­vevano come venti secoli fa: di fichi, di pomodori, di carrube, d’uva e di cacio pecorino.

Il Pionere, più oltre si ribadisce, cala in una realtà dove solo le donne lavorano, mentre gli uomini giocano solo a scopone e briscola, aggruman­dosi come mosche nei caffè locali, perché schivi, come tutti i meridiona­li, per un complesso di paure e abitu­dini casalinghe del sole e della luce.

Si fanno risaltare le difficoltà e gli ostacoli nei quali ogni giorno si trova questo industriale che anziché por­tare i capitali all’estero, sente l’impe­gno morale e nazionale di investirli al Sud affrontando difficoltà burocrati­che e tecniche enormi ma sopratutto trovandosi di fronte a gente neghitto­sa, a pretese salariali senza senso, a persone comunque non disposte ad accettare con disciplina la dura servi­tù del lavoro moderno.

Tali difficoltà non dovevano esse­re certo così pesanti se l’attività del Conte si estende a largo raggio su tut­ta la zona con ritmo solerte e alacre.

Si decantano in questi articoli le fabbriche provviste di attrezzature tra le più moderne d’Europa, ma a Maratea sembrano giungere solo vec­chi telai che il Nostro aveva in Tosca­na e a Biella e fatti figurare come ac­quistati nelle più moderne fiere  d’Europa.

Questo è dunque il profilo del­l’Uomo amato e odiato e che comun­que ha segnato direttamente nel bene e nel male la nostra storia fino al 1964.

Con le elezioni comunali di questo anno, la quasi totalità del popolo, stanco di servire e di subire le sue prepotenze e i suoi arbitri, si scrolla dei suoi collaboratori servili, scac­ciandoli dal comune, segnando il pro­gressivo ridimensionamento di que­sto Uomo e del suo potere.

Con la forza propulsiva dei settemila milioni avuti dallo Stato come finanziamento e come contributo a fon­do perduto il Pianeta Rivetti, quale meteora piena di energia, si infrange sul nostro territorio creando un crate­re attivo di iniziative e progetti di cui rimarranno a distanza di un decen­nio, come testimonianza di vecchia e­ra geologica, solo i resti degradati e corrosi.

Per la nostra collettività, che appagate alcune esigenze fondamentali vi­ve senza essere stimolata dal bisogno di accelerare i tempi per risolvere i problemi rimasti insoluti, è un’onda d’urto che investe e scuote tutti gli strati sociali facendo intravedere nel­la maggioranza di essi l’Epifania di un Eldorado a lungo sognato.

Ciò si concretizza in una globale delega al Rivetti sui programmi di sviluppo e in un consenso totale e fi­ducioso.

Né può essere altrimenti se alla promessa di un immediato sviluppo industriale e turistico fanno subito l’apparizione numerosi cantieri die­tro i quali, però, cominciano ad incro­ciarsi interessi di numerose società, le cui operazioni, spesso non chiare, so­no ignorate dalla gente, e che nel cor­so degli anni divengono mezzi di pressione e ricatto su una classe poli­tica ingenua, credulona, poco prepa­rata a fronteggiare la nuova realtà.

Nel 1953 fra l’Istituto industriale laniero Italiano e i Rivetti, viene isti­tuita la S.p.A. Lanificio di Maratea con sede legale in Maratea, avente per oggetto La fabbricazione ed il commercio di filati e tessuti in gene­re.

Sembra che tale scelta produttiva, che rappresenta una fase intermedia nel processo industriale e tessile, sia stata dettata dall’urgenza che i Rivet­ti hanno nel rinnovare i vecchi mac­chinari esistenti nei loro stabilimenti del nord.

Con tale operazione, infatti, pos­sono essere acquistati, con i contribu­ti dello Stato, nelle più moderne fiere d’Europa, macchinari d’avanguardia destinati a Maratea, ma che non a­vrebbero mai toccato il suolo lucano.

Nel 1956, in una delle aree più in­cantevoli della costa di Maratea, si dà il via all’attività produttiva del Lanifi­cio che negli anni immediatamente seguenti si arricchisce di un secondo stabili mento nella confinante Calabria con la finalità di completare in zona tutto il ciclo produttivo tessile.

Nel 1953 altre due società: la S.p.A. Imprese Turistiche Lucane di­venuta poi nel 1958 Imprese Turisti­che Golfo di Policastro, con lo scopo di attendere alla costruzione e all’e­sercizio di alberghi, ristoranti, caffè e simili e alle iniziative e servizi turisti­ci in genere, per l’acquisto, l’ammi­nistrazione, la conduzione, la costru­zione e la locazione di beni immobi­li. Mentre la seconda nasce ed opera in sordina, la prima società fa subito parlare di sé facendosi promotrice della costruzione del Santa-Venere Hotel, residenza temporanea anche di tutte le personalità in visita al Ri­vetti.

Tale società riesce a strappare una convenzione finanziaria con i comuni di Praia a Mare e Maratea, sede degli stabilimenti, con la quale le suddette amministrazioni si impegnano, per concorrere ai sacrifici pecuniari che vengono affrontati per lo sviluppo tu­ristico del paese, a versare un contri­buto per 29 anni a fondo perduto, senza l’obbligo di rendiconto, sulla sua destinazione e rinunciando anche al diritto di poter intervenire nella stesura dei programmi di sviluppo turistico. Tale contributo è costituito dall’80% delle imposte di consumo sui materiali da costruzione impiega­ti per l’installazione degli impianti in­dustriali della S.p.A. Lanificio di Ma­ratea e società collegate per la costru­zione di fabbricati ad uso civile, nonché della imposta sulle industrie e di quelle di consumo sulla energia elet­trica, pagate dal lanificio di Maratea o da quelle società che ad esse dovesse­ro sostituirsi. Con quest’ultima po­stilla il Conte, in caso di vendita degli impianti ad altre società, si trova ad avere un vantaggio di gran lunga ac­cresciuto.

Se a tali agevolazioni si aggiungo­no le facilitazioni fornite dai Comuni sull’acquisto dei terreni e su altre spe­se come la fornitura di acqua si può notare come strumentali e speciosi siano gli interventi della stampa del nord, nell’evidenziare le fantomatiche difficoltà che il Rivetti etti incontra in zo­na.

Nel 1955 viene costituita la Pamafi SpA. con sede legale a Trieste avente per oggetto l’acquisto, la vendita, 1’amministrazione di titoli industriali, di Stato, di obbligazioni da chiunque emesse; l’acquisto e la vendita di fab­bricati e di terreni, la partecipazione in società di qualsiasi forma, il compi­mento di qualsiasi operazione finan­ziaria, immobiliare e mobiliare, com­merciale e industriale in Italia a all’E­stero. E’ questa in pratica una vera società di tipo finanziario che serve a coprire tutte le operazioni di tipo mo­biliare e immobiliare del Conte in zo­na, almeno fino al 1958, quando all’og­getto viene aggiunto: la società potrà inoltre compiere opere di bonifica e di trasformazione agraria, la vendita di prodotti agrari e anche la loro trasfor­mazione. La società, così, riesce ad ottenere i migliori terreni agricoli del­la zona, al confine calabro-lucano, ed in base alla legge del 26.11.55 n° 1177 oltre 15 milioni per opere di sistema­zione, impianti di irrigazione eccetera, e 702 milioni per opere di migliora­mento fondiario corrispondenti al 75% circa del costo dichiarato per tale realizzazione, ammesso che questo fosse veritiero. Per la parte lucana rie­sce ad ottenere il 38% di quanto di­chiarato e, considerata esigua tale ci­fra, grazie all’intervento della Cassa per il Mezzogiorno, il Conte riesce ad ottenere un congruo contributo, come premio, dall’Ispettorato comparti­mentale agrario della Lucania, perché la Pamafi e considerata azienda modello.

Non passerà qualche anno e il ven­to forse strumentale, della crisi, inve­ste l’azienda i cui suoli vorrebbero essere sfruttati non più a scopo pro­duttivo ma turistico, e riesce a soprav­vivere grazie al forte impegno delle forze sindacali e politiche, ma principalmente dalla determinante volontà di lotte degli operai, poi costituitisi in cooperativa, che più volte all’epoca occupano la sede comunale.

Nel 1959 sorgono altre due indu­strie: la Packing. S.p.A. allo scopo di produrre e commercializzare articoli da imballaggio la cui attività si svolge fino alla sua volatilizzazione pressoc­chè in sordina, e lo stabilimento elet­tromeccanico Calabro S.E.C. avente per scopo la manutenzione, la ripara­zione e forse la costruzione di macchi­nari per il Lanificio di Maratea nel mo­mento, in cui, questa azienda, riesce a dimostrare con le fatture di acquistare macchinari dallo stabilimento elettro­meccanico. Dopo qualche anno di det­to stabilimento rimane solo un capan­none fatiscente e cadente.

Nel 1960 nasce la LINI e LANE S.p.A. con oggetto tra l’altro l’acqui­sto, la vendita e la lavorazione... di fi­bre tessili naturali ed artificiali, la stampa di tessuti, confezioni in gene­re, fabbricazioni di tappeti di velluti e simili, eccetera. Nel 1962 la LINI e LANE si consocia per la confezione di abiti con la HIRSTAL ITALIANA, so­cietà in accomandita semplice di cui poco si sa tranne che come sede di pro­duzione occupa un locale del capan­none della Lini & Lane e scompare senza lasciare traccia, divenendo una delle tante società fantasma orbitanti intorno al nome Rivetti, che spesso evita di apparirvi in prima persona fa­cendovi figurare i suoi dipendenti.

Nel 1960 con una certa società fi­nanziaria incremento agricoltura ed industria con sede in Bellinzona il Conte costituisce la SASFAI, società fi­nanziaria agricola immobiliare avente tra l’altro per oggetto la partecipazio­ne finanziaria in aziende di qualsiasi specie: l’acquisto, la vendita, la permuta e l’amministrazione di titoli in­dustriali, di Stato, obbligazioni, terre­ni, fabbricati e l’esercizio di attività a­gricole di qualsiasi specie.

Nel 1965, poi, compaiono altre due società: la turistica Monte S. Biagio in cui compare la figlia Silvia e la Bardel­li e C. per la vendita di tessuti di mar­ca a rate che sembrano concludere il vorticoso apparire di società ed indu­strie, dalla vita effimera e che per lo più misteriosamente si volatilizzano, creando interrogativi inquietanti che forse rimarranno sempre senza rispo­sta.

Le uniche società che sembrano godere agli occhi di tutti buona salute, il Lanificio di Maratea e la LINI e LA­NE, conoscono ben presto il tarlo del­la crisi. Nel 1965 il Lanificio di Mara­tea mostra una improvvisa perdita per l’esercizio 1964.

Negli stessi anni la LINI e LANE, che da soli tre anni circa ha preso a produrre a pieno ritmo con invidiabi­le fatturato e commissioni presenta un bilancio passivo, il tutto riferibile ad una allegra amministrazione più che a crisi di mercato. Lo stesso Lu­ciano Francolini, nominato dall’IMI nel consiglio della società Lanificio di Maratea scopre gravi irregolarità nei conti, come raccontato da Sindona (e ripreso dall’Espresso), il quale af­ferma ancora che l’azienda viene sa­nata, grazie all’intervento del Mini­stro del Tesoro dell’epoca Colombo, il quale, dopo averlo convocato a Roma, gli ingiunge: La società di Rivetti de­ve essere salvata a tutti i costi. Grazie a tale intervento, a dire sempre di Sin­dona, con l’intermediazione di Guido Carli, governatore della Banca d’Italia, si vince la resistenza di Carlo Bon­pieni, responsabile della COMIT, e viene depennato al Conte un debito per complessivi 5 miliardi di lire.

La cogestione tra Rivetti e l’IMI continua per alcuni anni, fra crisi, dif­ficoltà e problemi fino a quando, con le dimissioni di Luciano Francolini nel 1968, il Lanificio di Maratea si av­via a passare all’ENI. Da allora inizia il travagliato cammino di questa in­dustria che di volta in volta, con con­tinui contributi dello Stato, sopravvi­ve cambiando padroni, non garanten­do serenità e prospettive di lavoro si­curo ai suoi dipendenti.

Rimane all’IMI invece la LINI e la LANE S.p.A. che nel 1966 viene ri­convertita in NUOVA LINI e LANE S.p.A. con oggetto la produzione, la lavorazione, la vendita di tessuti, arti­coli di abbigliamento e tessu ti per uso domestico e relativo commercio. La NUOVA LINI e LANE cesserà ben presto la sua attività, pur continuan­do a presentare bilanci fino al 1968.

Dopo poco, anche di questa indu­stria, in seguito a travagliati passaggi societari, rimangono inquietanti le mura fatiscenti del capannone, con i vetri fracassati e gli infissi divelti a te­stimonianza di una speranza non rea­lizzata e di inganno perpetrato, con i soldi dei contribuenti, verso una collettività di lavoratori desiderosa di progredire con il proprio impegno.

Negli anni che vanno dal 1967 al 1969 ha termine la fase industriale dell’operazione Rivetti.

Il tutto iniziato come il bagliore di una meteora, man mano perde la sua luminosità, tra i labirinti di fantomatiche società e l’inerzia di una classe politica che, con la sua compiacenza, diviene complice dei disegni fallimentari dei Conte.

Eppure nel 1960, in contrapposi­zione alla  DC la lista civica del Campanile, sorta in segno di protesta verso coloro che avrebbero rappresentato il monopolio a scapito della dignità e dell’orgoglio cittadino come si esprime Biagio Schettino, primo eletto della lista DC dell’epoca e poi dissociatosi, evidenzia la necessità che la classe dirigente locale fosse più attenda e meno arrendevole nei riguardi del Conte, non per ostacolarne l’attività, ma per salvaguardare gli interessi del Comune e della sua gente.

I tempi però non sono maturi, la li­sta civica viene sconfitta.

Il popolo però sa attendere, vuole vedere, vuole valutare e alla fine, stanco di essere raggirato dai suoi stessi rappresentanti, per la prima ed unica volta, nel 1964, scaccia i demo­cristiani succubi del Conte dal Comu­ne, salvaguardando forse il territorio di Maratea da una nuova speculazio­ne, questa volta di tipo turistico, in considerazione del fatto che un Piano Regolatore, come si dice, gestito da Rivetti, si sta approntando.

Rivetti ha intuito le potenzialità turistiche di Maratea che subito cerca di sfruttare, mettendo in moto mecca­nismi finanziari e politici di grossa portata, per cui da molti viene consi­derato come lo scopritore delle bel­lezze della nostra terra.

Bellezze, al contrario, percepite da tanti figli di Maratea in tempi difficili, quando il turismo è prerogativa di pochi, come dimostrano tra l’altro, i numerosi articoli di P.E. Iannini sul Popolo di Roma negli anni trenta, le inserzioni pubblicitarie di A. Cer­nicchiaro o gli almanacchi di P. De Grazia, editi dalla Paravia che già nel 1927 descrivono Maratea: come pit­toresca cittadina sul terreno e stazio­ne balneare.

Il conflitto mondiale, poi, con il suo retaggio di sciagure e di fame, non poteva essere certo da stimolo per uno sviluppo socio-culturale im­mediatamente orientato al turismo nel primo tempo della ricostruzione.

Con l’avvento di Stefano Rivetti, nel 1953, si blocca tutto insieme quel lento processo evolutivo in senso tu­ristico della nostra comunità, ancora solo nella fase intuitiva, definito auto­ctono dagli studiosi di geografia turi­stica e caratterizzato da un tipo di svi­luppo lento, gestito dalle popolazioni locali nel rispetto di quelle regole san­cite dagli usi e dalle tradizioni, per cui lo sviluppo turistico si integra con le altre attività e gli interessi dei sin­goli, facendo di una collettività la protagonista dei suo sviluppo e della sua storia.

Nè, considerando i tempi, si può dire che a livello locale manchino le i­dee per avviare un discorso turistico, anche se queste non trovano credibili­tà nelle istituzioni, non essendo anco­ra esploso il turismo come fenomeno sociale ed economico.

La costruzione di un porto turisti­co, la realizzazione di una seggiovia che dal mare porti al Monte S. Biagio, l’urgenza della costruzione di strut­ture recettive, e la stesura di un pro­getto turistico a più ampio respiro, coinvolgente i comuni viciniori, è quanto auspicato, per esempio nei loro articoli dai vari F. Faraco, B. Schetti­no, P. E. Iannini, ecc.

Con l’avvento di Rivetti, questo processo, ancora solo nella fase dia­lettica, viene troncato, e si inizia quei processo di sviluppo definibile di colonizzazione aristocratica in cui un grande operatore, estraneo alla co­munità interessata, progetta e realizza lo sviluppo turistico di una località con una massima velocità di trasfor­mazione dell’ambiente e di alterazio­ne dei rapporti sociali esistenti.

La parte più turisticamente sfrutta­bile, frazionata tra numerosi proprie­tari, viene gradualmente acquistata da Stefano Rivetti o da società di sua e­manazione creando un vero e proprio latifondo turistico che lo stesso si premura di fare attrezzare con varie in­frastrutture a spese della collettività, tramite le discutibili scelte dell’ammi­nistrazione comunale dove il Rivetti non entra in prima persona ma at­traverso servizievoli collaboratori che ricoprono i posti chiave nell’am­ministrazione comunale, facendo in modo che il territorio sia coordinato negli interventi e risponda alla stessa unica logica, ciò mentre i cittadini nel 1961 scendono per la prima volta in piazza per protestare contro l’esoso aumento della tassa di famiglia, inal­berando cartelli sui quali si legge si­gnificativamente: vogliamo la libertà del popolo di Maratea, via i prepo­tenti dal nostro paese e si evidenzia paradossalmente il fenomeno del pendolarismo per mancanza assoluta di edilizia popolare.

Ci si pone all’epoca la domanda se è veramente un fatto positivo che un industriale operi in maniera incontrastata, in una zona vergine, producendo profonde modifiche sia dal punto di vista ambientale che  sociale o se è più giusto che gli strumenti di controllo governativo giochino il loro ruolo di intermediari tra l’iniziativa privata e il pubblico interesse come la necessaria pianificazione e identificazione delle aree industriali e turistiche.

Tale interrogativo viene posto mentre al comune di Maratea si dice che per il piano regolatore ci avrebbe pensato il Conte e che anzi lo stesso sarebbe stato progettato nei suoi studi di Firenze, ed adottato dall’Amministrazione che sarebbe scaturita dalla elezione del 1964.

Questo disegno crolla perché in ta­le consultazione un popolo non curante dei ricatti posti da chi è l’unico arbitro del diritto al lavoro scaccia i suoi uomini dal Comune.

Da informazioni verbali risulta che nel 1964 l’architetto Berardi, a lavori quasi ultimati, rinuncia all’incarico per la progettazione del piano regola­tore; nel contempo è nuovamente il Ri­vetti a farsi vivo con i nuovi ammini­stratori consigliandoli di affidare al­tro incarico ad una società specializza­ta nel settore: la Generalpiani.

La nuova Amministrazione, scaturita dalla vittoria della lista civica Sve­glia, rifiuta tale indicazione, attua con i suoi tecnici il primo piano di fab­bricazione del comune e fa suo il de­creto ministeriale del 24 maggio 1966 il quale, ai sensi della Legge 29 giugno 1939 n° 1497, vincola tutta la fascia co­stiera Tirrenica della Lucania perché costituisce con le sue insenature, le sue spiagge, le coste, i valloni, i fiumi e i monti retrostanti una serie di quadri naturali di grande suggestività.

Nell’agosto del 1973 poi esplode la dignità del popolo del popolo che tumultuosa­mente non permette la programma­zione del solito spettacolo elitario e crea i presupposti per l’allontanamento del Rivetti, nel dicembre dello stes­so anno, dalla presidenza dell’Azien­da Autonoma di Soggiorno e Turismo.

Così dopo il fallimento della fase industriale, le manifestazioni dell’ago­sto 1973 creano i presupposti politici per una politica più popolare della lo­cale Azienda Autonoma, che, esclu­dendo il Rivetti, ne segna malinconi­camente la scomparsa anche dallo scenario dell’industria turistica.

Della sua politica e dei contributi avuti per lo sviluppo turistico del po­sto, rimangono come uniche testimo­nianze un albergo, che ben presto do­vrà essere rilevato da altre società, perché in passivo, i resti ancora visibi­li di un night, la disabitata e disador­na piazza del Gesù e un Cristo alto 22 metri che Rivetti dice di aver donato alla collettività.

E’ la stessa DC locale d’altronde, come si evince dalla delibera di Giun­ta n. 22 del 4 febbraio 1971, che evi­denzia la necessità di definire la li­nea di condotta del comune, perché non vada smarrito l’obiettivo prima­rio di spinta per lo sviluppo turistico della zona, obiettivo solo in minima parte raggiunto sebbene siano tra­scorsi quasi venti anni di attività so­ciali di società a tal fine preposti e nonostante il comune abbia dato un notevole con tributo finanziario sotto forma di contributo annuale.

Nella stessa delibera si evidenzia come la legittima aspettativa a Mara­tea non sia stata sempre soddisfat­ta, nonostante a suo tempo, anche, al­cuni cittadini abbiano messo a dispo­sizione i loro terreni ricevendone compensi irrisori.

Rimane salvo e incontaminato l’incanto della nostra costiera, perché, a nostro giudizio, Stefano Rivetti non ha avuto semplicemente il tempo di deturparla, e non per gusto estetico, come da più parti si sostiene.

Negli anni immediatamente po­steriori al 1953, si è ancora nella fase di aggregazione proprietaria che di­viene poi un vero e proprio latifondo turistico intestato al Conte o a società a lui vicine, ed è ancora in fase inizia­le l’ampia campagna di propaganda turistica, per cui non diviene giustifi­cabile l’immediata realizzazione di importanti opere recettive sulla costa.

Il moto di ribellione istintiva po­polare, che crea la debacle elettorale della DC del 1964, prima, e poi il de­creto ministeriale del 1966 che vincola il territorio, e nella campagna elet­torale del 1975 le forze della sinistra unita, raccolte nella lista civica La Spiga, sventano l’operazione specu­lativa del Rivetti, il quale vuole ven­dere alla SEMI i terreni della PAMA­FI di Castrocucco avuti a buon merca­to per realizzare sulla costa e nella piana un villaggio albergo per circa 5000 posti letto.

Ciò in totale disprezzo dei consi­stenti contributi avuti meno di dieci anni prima per l’acquisto, la sistema­zione del terreno, e la costruzione dell’Azienda PAMAFI e della prote­sta di tutti i lavoratori che occupano più volte la sede del comune di Mara­tea con l’appoggio delle forze sinda­cali e politiche.

Nel contempo la vita politica loca­le diviene più articolata, e con i vari apparati di partito, che a livello regionali li sostengono, crea una rete che comunque riesce ad imbrigliare i sussulti speculativi del Conte.

Stefano Rivetti infatti sogna la creazione di grossi insediamenti sui terreni costieri di cui è in gran parte proprietario e ne parla anche di re­cente con esponenti di rilievo della DC Potentina, con uomini così detti di prestigio.

Ci riferiamo, infatti, ai progetti di una fantomatica nuova organizzazione ingegneristica s.r.l. di Roma la quale prevede la costruzione di altri porti oltre quello esistente sui 32 km di costa Lucana, di alberghi per talassoterapia (!) in uno dei punti più incantevoli della costa di Maratea (loca­lità Macarro-Matrella) e di villaggi a monte della strada nazionale per non parlare, poi, del globale progetto di devastazione della vecchia Maratea, sul Monte S. Biagio, di notevolissimo valore storico e paesaggistico, tanto da essere inclusa nei programmi di salvaguardia e di recupero del mini­stero dei Beni Culturali.

Campi di golf, maneggi, passeg­giate ecologiche completano tale pro­getto, senza nessuna considerazione e rispetto del popolo di Maratea che oltre a venire espropriato, così, del suo territorio e della sua costiera, non avrebbe altra scelta economica se non quella di servire.

In tale piano, per realizzare i diciassettemila posti-mare vengono considerati perfino i metri quadrati o lineari da riservare sulla costiera ad ogni bagnante (15 mq. o un metro li­neare) secondo una arida logica di profitto che mortificherebbe il turi­smo.

L’irrecuperabile, per fortuna, sul nostro territorio, per una serie di cir­costanze, non è avvenuto.

Sta ora alla sensibilità politica lo­cale e regionale fare in modo che i cit­tadini locali si inseriscano su quanto in precedenza si è fatto, recuperando il tempo perduto, in una logica di svi­luppo imprenditoriale orizzontale, l’unica in grado di porre le basi per u­na economia turistica stabile e che nello stesso tempo faccia degli abitan­ti del luogo i protagonisti e i padroni del proprio sviluppo, nel rispetto del­la loro storia e delle loro tradizioni.

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