Dal libro di Sergio De Nicola:

Maratea … parliamone ancora

 

Industria e turismo al Sud nell’esempio di Rivetti

Ingenue speranze e forti delusioni

in uno spaccato della storia di Maratea

 

Ai funerali di Stefano Rivetti, nell’ottobre scorso, si sono avute manifestazioni nelle quali, proprio da parte di amministratori locali, sono state ri­petute cose non vere con interpreta­zioni di comodo della vicenda dell’industrializzazione nella nostra zona, e, dando fondo alle risorse di piaggeria tipiche di certo personale politico che si caratterizza per subalternità culturale, se non civile, è stata scritta una brutta pagina.

Per avere un’idea del discorso pronunciato nell’occasione dal Sindaco, per esempio, basterà leggere il manifesto (riprodotto in questa pagi­ne) attribuito ad un ipotetico cittadino qualunque, che ha costituito in effetti la traccia della suddetta ispirata orazione funebre (riprodotta poi nel bollettino dell’Amministrazione ad edificazione del pubblico). Come si può vedere, c’è ancora chi, ai nostri giorni, confonde investimenti industriali sostenuti da finanziamenti pubblici con la beneficenza privata e, con mancanza di gusto, avvolge di spirito religioso anche le attività speculative.

In verità, l’intervento della fami­glia Rivetti a Maratea è stato già studiato e raccontato in tempi non sospetti per quello che effettivamente e­ra, sicché una sintetica ripresentazione - come questa che ci accingiamo a fare - vale piuttosto come segnalazio­ne per lettori più giovani, oltre che doverosa testimonianza, a fronte del­la avvilente retorica e piaggeria di alcuni rappresentanti del declassato potere locale.

La vicenda comincia negli anni ‘51-52 quando un industriale distinto, alto, accompagnato dal capo dei vigi­li urbani, incontra sul cantiere della villa comunale, dove dirige i lavori, il sindaco di Maratea, Biagio Vitolo.

Questo è l’inizio di un confronto impari, fra due mondi, uno semplice, fatto di espedienti per superare le mille difficoltà che quotidianamente si frappongono sulla via di una Amministrazione protesa verso il progresso, e quello di chi ha lungamente ideato un progetto economico a breve e lunga scadenza sul nostro territorio..

Stefano Rivetti, in paese subito conosciuto come il Conte, cala in una comunità in cui, come risulta dal censimento del 1951, il 36,4% dei cittadini è dedito all’agricoltura, il 34,7% all’industria, il 9,7% impiegato nella pubblica amministrazione.

L’agricoltura condotta con metodi primitivi coinvolge prevalentemente nuclei familiari interi, sul loro fazzoletto di terra.

Quella che figura come industria è rappresentata quasi totalmente dalla attività edilizia, peraltro non costante, con una piccola frangia di artigiani, mentre nel settore terziario quasi totalmente sono occupati i commercianti al minuto. La popolazione non attiva risulta essere al 22,2% conside­rando i residenti dai dieci anni in su. In questa fascia è inclusa la fetta dei disoccupati.

I consumi, dato il basso reddito dei cittadini, sono ridotti pressoché all’essenziale; la condizione abitativa è rappresentata prevalentemente da edifici a struttura tradizionale serviti da luce, acqua, ma carenti per il resto di servizi igienici. Discreta è la viabilità, buono l’allacciamento ferroviario.

Nonostante il clima recessivo, in questo paese continuano a vivere le sue secolari istituzioni, come l’ospedale, l’educandato femminile De’ Pino, mentre l’ansia di vivere si manifesta con attività ricreative di gruppo; grazie poi all’ideatività del sindaco Vitolo si cerca di migliorare il territorio con opere viarie e luoghi di ritrovo, nella speranza di un futuro turistico già dà tempo auspicato in molti.

Il Conte, espressione di una delle più grosse famiglie di industriali lanieri, in cerca di contributi della Cassa per il Mezzogiorno, non può strategicamente scegliere area geografica più propizia data la bellezza del luogo e la sua contiguità con le regioni Calabria e Campania, ciò ben auspicante per altri finanziamenti da ottenersi da altri enti e da altre regioni.

L’anelito collettivo e cosciente, poi, a voler progredire fa in modo che il Conte trovi una comunità che appare matura per tale incontro, come si evidenzia a una lettera inviata al sindaco Vitolo dal sig. Antonio Cernicchiaro (il 4 aprile 1953) il quale dice di essere disposto a cedere per le attività produttive del Conte, a prezzo simbolico, una grossa proprietà al solo scopo di pubblico bene, essa servirà (vi si legge), a completare un’opera che apporterà senza dubbio il benessere ad una intera popolazione....

Tale decisione è favorita dalla convinzione di un immediato lancio turistico di Maratea da parte di chi avrebbe potuto farlo in grande stile e contribuisce a persuadere altri proprietaria cedere i loro terreni ad una cifra media di 50 lire a metroquadrato con­vincendoli delle buone intenzioni del Conte.

Il Comune, retto da maggioranza DC, cerca poi di fornirgli ogni tipo di agevolazione dimostrandogli sensibilità e fiducia illimitata, avallata anche dalle assicurazioni dei parlamentari più rappresentativi della Democrazia Cristiana lucana.

Il 12 luglio 1953 è annunciata al popolo di Maratea, presenti autorità comunali e provinciali, la volontà del Conte di installare un impianto indu­striale a Maratea che aprirà le porte a circa 250 apprendisti nel 1956.

L’immagine che Stefano Rivetti cerca di dare subito di alla popolazione è da una parte quella fortemente radicata ai valori tradizionali quali famiglia e religiosità, capisaldi della cultura locale, dall’altra quella di stampo feudale vista però come normale e quindi accettata dalla gente. Si stabilisce poi in un vecchio castello fatto rimodernare ed espone, si dice, una bandiera per annunciare la propria presenza in casa.

Il tutto, grazie anche agli atteggiamenti servili di parte del clero e di alcuni rappresentanti della politica locale, rende più mitica la sua figura, favorendo quel processo di esaltazione del personaggio che in parte ancora si avverte.

Si diffonde tra le contrade la notizia che un Missionario OMI, Padre Petrucci, sottratto ai bisogni dei comuni mortali, alla Torre sarebbe il direttore spirituale dei figli, mentre a Natale circolano le calde iconografie augurali dove, in una armonia dl profili ed affetti, i suoi figli vengono raffigurati ora separatamente, ora uniti in mistica preghiera, davanti al Bambino benedicente.

Nella chiesetta del Gesù, poi, tutti possono constatare la pietà del Conte, al quale non è nemmeno negata una parola nel Sacrificio della Messa, che inizia solo quando, tra il brusio dei cittadini e la riverenza di amministratori pronti a fargli corona, viene occupato il primo banco a lui riservato.

Fa scalpore poi la sua prodigalità durante la questua, nella Chiesa dell’Immacolata, nel centro storico, quasi a ringraziare l’attenzione del sacrestano che, alla sua vista, subito è corso, con l’approvazione del clero, ad offrirgli, in posizione di riguardo, s’intende, un inginocchiatoio con relativo cuscino. Ciò evidentemente perché lo si considera non un semplice ricco, quanto un benefattore, sceso dalla città del nord per il riscatto delle nostre genti, trascurando il particolare degli oltre settemila milioni di finanziamento statale che ha ottenuto.

Altra precisazione utile è che il suddetto Conte non disdegna di usare la mano dura nelle sue fabbriche, quando qualche ingranaggio scalda o lavora male. Però, per lenire eventuali dissapori per problemi di lavoro, fa venire i padri gesuiti Spallone e Triva: a loro e non ai sindacati dovranno rivolgersi gli operai. Ai quali, infatti, scrive: I padri vi saranno vicini per l’assistenza spirituale e per cercare di risolvere i problemi inerenti alla vostra occupazione, e quelli eventuali della vostra famiglia. Grazie a tale sensibilità, i suoi operai potranno evitare il contatto fuorviante con i sindacati, portatori solo di preoccupazioni e dispiaceri al buon padre-padrone.

In questo scenario abilmente costruito, si può sfociare in una sorta di sacralizzazione di un uomo al quale tutto acriticamente viene concesso: il territorio, il potere politico, e forse an­che altro. Noterà Daniela Testa, nella sua tesi di laurea all’università di Milano, proprio sul caso Rivetti (ampi stralci di essa sono stati riportati da Basilicata nel n. 442,9/10 del ‘70), dalla quale traiamo molte citazioni, che in tal modo Rivetti impadronitosi di mezzo paese, per non dire di tutto, vi instaura una specie di neo-feudalesimo a cui nessuno osa ribellarsi.

Padrone unico delle varie aziende del luogo riesce con la complicità delle DC locale ad esser il padrone incontrastato di ogni genere di attività: è presidente della A.A.S.T., commissario prefettizio dell’ospedale di zona, presidente della casa di riposo, presidente del consorzio per il nucleo di sviluppo industriale del golfo di Policastro, e gestore di ogni attività comunale tramite i suoi uomini piemontesi e alcuni locali eletti al comune nella lista della DC.

Mentre su questo Uomo la stampa dei Sud tace, quella dei Nord si scioglie in deliranti e sprezzanti analisi sociologiche antimeridionali al solo fine di mitizzare la figura del pioniere, del nuovo redentore delle zone depresse dei Mezzogiorno.

Montanelli scrive: prima che un industriale del Nord, l’ing. Rivetti, venisse a restituire questi luoghi al loro naturale destino di ottava meraviglia del mondo, gli abitanti di Maratea vivevano come venti secoli fa: di fichi, di pomodori, di carrube, d’uva e di cacio pecorino.

Il Pionere, più oltre si ribadisce, cala in una realtà dove solo le donne lavorano, mentre gli uomini giocano solo a scopone e briscola, aggrumandosi come mosche nei caffè locali, perché schivi, come tutti i meridionali, per un complesso di paure e abitudini casalinghe del sole e della luce.

Si fanno risaltare le difficoltà e gli ostacoli nei quali ogni giorno si trova questo industriale che anziché portare i capitali all’estero, sente l’impegno morale e nazionale di investirli al Sud affrontando difficoltà burocratiche e tecniche enormi ma sopratutto trovandosi di fronte a gente neghittosa, a pretese salariali senza senso, a persone comunque non disposte ad accettare con disciplina la dura servitù del lavoro moderno.

Tali difficoltà non dovevano essere certo così pesanti se l’attività del Conte si estende a largo raggio su tutta la zona con ritmo solerte e alacre.

Si decantano in questi articoli le fabbriche provviste di attrezzature tra le più moderne d’Europa, ma a Maratea sembrano giungere solo vecchi telai che il Nostro aveva in Toscana e a Biella e fatti figurare come acquistati nelle più moderne fiere d’Europa.

Questo è dunque il profilo dell’Uomo amato e odiato e che comunque ha segnato direttamente nel bene e nel male la nostra storia fino al 1964.

Con le elezioni comunali di questo anno, la quasi totalità del popolo, stanco di servire e di subire le sue prepotenze e i suoi arbitri, si scrolla dei suoi collaboratori servili, scacciandoli dal comune, segnando il progressivo ridimensionamento di questo Uomo e del suo potere.

Con la forza propulsiva dei settemila milioni avuti dallo Stato come finanziamento e come contributo a fondo perduto il Pianeta Rivetti, quale meteora piena di energia, si infrange sul nostro territorio creando un cratere attivo di iniziative e progetti di cui rimarranno a distanza di un decen­nio, come testimonianza di vecchia era geologica, solo i resti degradati e corrosi.

Per la nostra collettività, che appagate alcune esigenze fondamentali vive senza essere stimolata dal bisogno di accelerare i tempi per risolvere i problemi rimasti insoluti, è un’onda d’urto che investe e scuote tutti gli strati sociali facendo intravedere nella maggioranza di essi l’Epifania di un Eldorado a lungo sognato.

Ciò si concretizza in una globale delega al Rivetti sui programmi di sviluppo e in un consenso totale e fiducioso.

Né può essere altrimenti se alla promessa di un immediato sviluppo industriale e turistico fanno subito l’apparizione numerosi cantieri dietro i quali, però, cominciano ad incrociarsi interessi di numerose società, le cui operazioni, spesso non chiare, sono ignorate dalla gente, e che nel corso degli anni divengono mezzi di pressione e ricatto su una classe politica ingenua, credulona, poco preparata a fronteggiare la nuova realtà.

Nel 1953 fra l’Istituto industriale laniero Italiano e i Rivetti, viene istituita la S.p.A. Lanificio di Maratea con sede legale in Maratea, avente per oggetto La fabbricazione ed il commercio di filati e tessuti in genere.

Sembra che tale scelta produttiva, che rappresenta una fase intermedia nel processo industriale e tessile, sia stata dettata dall’urgenza che i Rivetti hanno nel rinnovare i vecchi macchinari esistenti nei loro stabilimenti del nord.

Con tale operazione, infatti, possono essere acquistati, con i contributi dello Stato, nelle più moderne fiere d’Europa, macchinari d’avanguardia destinati a Maratea, ma che non avrebbero mai toccato il suolo lucano.

Nel 1956, in una delle aree più incantevoli della costa di Maratea, si dà il via all’attività produttiva del Lanificio che negli anni immediatamente seguenti si arricchisce di un secondo stabili mento nella confinante Calabria con la finalità di completare in zona tutto il ciclo produttivo tessile.

Nel 1953 altre due società: la S.p.A. Imprese Turistiche Lucane divenuta poi nel 1958 Imprese Turistiche Golfo di Policastro, con lo scopo di attendere alla costruzione e all’esercizio di alberghi, ristoranti, caffè e simili e alle iniziative e servizi turistici in genere, per l’acquisto, l’amministrazione, la conduzione, la costruzione e la locazione di beni immobili. Mentre la seconda nasce ed opera in sordina, la prima società fa subito parlare di sé facendosi promotrice della costruzione del SantaVenere Hotel, residenza temporanea anche di tutte le personalità in visita al Rivetti.

Tale società riesce a strappare una convenzione finanziaria con i comuni di Praia a Mare e Maratea, sede degli stabilimenti, con la quale le suddette amministrazioni si impegnano, per concorrere ai sacrifici pecuniari che vengono affrontati per lo sviluppo turistico del paese, a versare un contributo per 29 anni a fondo perduto, senza l’obbligo di rendiconto, sulla sua destinazione e rinunciando anche al diritto di poter intervenire nella stesura dei programmi di sviluppo turistico. Tale contributo è costituito dall’80% delle imposte di consumo sui materiali da costruzione impiegati per l’installazione degli impianti industriali della S.p.A. Lanificio di Maratea e società collegate per la costruzione di fabbricati ad uso civile, nonché della imposta sulle industrie e di quelle di consumo sulla energia elettrica, pagate dal lanificio di Maratea o da quelle società che ad esse dovessero sostituirsi. Con quest’ultima postilla il Conte, in caso di vendita degli impianti ad altre società, si trova ad avere un vantaggio di gran lunga accresciuto.

Se a tali agevolazioni si aggiungono le facilitazioni fornite dai Comuni sull’acquisto dei terreni e su altre spese come la fornitura di acqua si può notare come strumentali e speciosi siano gli interventi della stampa del nord, nell’evidenziare le fantomatiche difficoltà che il Rivetti etti incontra in zona.

Nel 1955 viene costituita la Pamafi SpA. con sede legale a Trieste avente per oggetto l’acquisto, la vendita, 1’amministrazione di titoli industriali, di Stato, di obbligazioni da chiunque emesse; l’acquisto e la vendita di fabbricati e di terreni, la partecipazione in società di qualsiasi forma, il compimento di qualsiasi operazione finanziaria, immobiliare e mobiliare, commerciale e industriale in Italia a all’Estero. E’ questa in pratica una vera società di tipo finanziario che serve a coprire tutte le operazioni di tipo mobiliare e immobiliare del Conte in zona, almeno fino al 1958, quando all’oggetto viene aggiunto: la società potrà inoltre compiere opere di bonifica e di trasformazione agraria, la vendita di prodotti agrari e anche la loro trasformazione. La società, così, riesce ad ottenere i migliori terreni agricoli della zona, al confine calabro-lucano, ed in base alla legge del 26.11.55 n° 1177 oltre 15 milioni per opere di sistemazione, impianti di irrigazione eccetera, e 702 milioni per opere di miglioramento fondiario corrispondenti al 75% circa del costo dichiarato per tale realizzazione, ammesso che questo fosse veritiero. Per la parte lucana riesce ad ottenere il 38% di quanto dichiarato e, considerata esigua tale cifra, grazie all’intervento della Cassa per il Mezzogiorno, il Conte riesce ad ottenere un congruo contributo, come premio, dall’Ispettorato compartimentale agrario della Lucania, perché la Pamafi e considerata azienda modello.

Non passerà qualche anno e il vento forse strumentale, della crisi, investe l’azienda i cui suoli vorrebbero essere sfruttati non più a scopo produttivo ma turistico, e riesce a sopravvivere grazie al forte impegno delle forze sindacali e politiche, ma principalmente dalla determinante volontà di lotte degli operai, poi costituitisi in cooperativa, che più volte all’epoca occupano la sede comunale.

Nel 1959 sorgono altre due industrie: la Packing. S.p.A. allo scopo di produrre e commercializzare articoli da imballaggio la cui attività si svolge fino alla sua volatilizzazione pressocchè in sordina, e lo stabilimento elettromeccanico Calabro S.E.C. avente per scopo la manutenzione, la ripara­zione e forse la costruzione di macchinari per il Lanificio di Maratea nel momento, in cui, questa azienda, riesce a dimostrare con le fatture di acquistare macchinari dallo stabilimento elettromeccanico. Dopo qualche anno di detto stabilimento rimane solo un capannone fatiscente e cadente.

Nel 1960 nasce la LINI e LANE S.p.A. con oggetto tra l’altro l’acquisto, la vendita e la lavorazione... di fibre tessili naturali ed artificiali, la stampa di tessuti, confezioni in genere, fabbricazioni di tappeti di velluti e simili, eccetera. Nel 1962 la LINI e LANE si consocia per la confezione di abiti con la HIRSTAL ITALIANA, società in accomandita semplice di cui poco si sa tranne che come sede di produzione occupa un locale del capannone della Lini & Lane e scompare senza lasciare traccia, divenendo una delle tante società fantasma orbitanti intorno al nome Rivetti, che spesso evita di apparirvi in prima persona facendovi figurare i suoi dipendenti.

Nel 1960 con una certa società finanziaria incremento agricoltura ed industria con sede in Bellinzona il Conte costituisce la SASFAI, società finanziaria agricola immobiliare avente tra l’altro per oggetto la partecipazione finanziaria in aziende di qualsiasi specie: l’acquisto, la vendita, la permuta e l’amministrazione di titoli industriali, di Stato, obbligazioni, terreni, fabbricati e l’esercizio di attività a­gricole di qualsiasi specie.

Nel 1965, poi, compaiono altre due società: la turistica Monte S. Biagio in cui compare la figlia Silvia e la Bardelli e C. per la vendita di tessuti di marca a rate che sembrano concludere il vorticoso apparire di società ed industrie, dalla vita effimera e che per lo più misteriosamente si volatilizzano, creando interrogativi inquietanti che forse rimarranno sempre senza risposta.

Le uniche società che sembrano godere agli occhi di tutti buona salute, il Lanificio di Maratea e la LINI e LANE, conoscono ben presto il tarlo della crisi. Nel 1965 il Lanificio di Maratea mostra una improvvisa perdita per l’esercizio 1964.

Negli stessi anni la LINI e LANE, che da soli tre anni circa ha preso a produrre a pieno ritmo con invidiabile fatturato e commissioni presenta un bilancio passivo, il tutto riferibile ad una allegra amministrazione più che a crisi di mercato. Lo stesso Luciano Francolini, nominato dall’IMI nel consiglio della società Lanificio di Maratea scopre gravi irregolarità nei conti, come raccontato da Sindona (e ripreso dall’Espresso), il quale afferma ancora che l’azienda viene sanata, grazie all’intervento del Ministro del Tesoro dell’epoca Colombo, il quale, dopo averlo convocato a Roma, gli ingiunge: La società di Rivetti deve essere salvata a tutti i costi. Grazie a tale intervento, a dire sempre di Sindona, con l’intermediazione di Guido Carli, governatore della Banca d’Italia, si vince la resistenza di Carlo Bonpieni, responsabile della COMIT, e viene depennato al Conte un debito per complessivi 5 miliardi di lire.

La cogestione tra Rivetti e l’IMI continua per alcuni anni, fra crisi, difficoltà e problemi fino a quando, con le dimissioni di Luciano Francolini nel 1968, il Lanificio di Maratea si avvia a passare all’ENI. Da allora inizia il travagliato cammino di questa industria che di volta in volta, con continui contributi dello Stato, sopravvive cambiando padroni, non garantendo serenità e prospettive di lavoro sicuro ai suoi dipendenti.

Rimane all’IMI invece la LINI e la LANE S.p.A. che nel 1966 viene riconvertita in NUOVA LINI e LANE S.p.A. con oggetto la produzione, la lavorazione, la vendita di tessuti, articoli di abbigliamento e tessuti per uso domestico e relativo commercio. La NUOVA LINI e LANE cesserà ben presto la sua attività, pur continuando a presentare bilanci fino al 1968.

Dopo poco, anche di questa industria, in seguito a travagliati passaggi societari, rimangono inquietanti le mura fatiscenti del capannone, con i vetri fracassati e gli infissi divelti a testimonianza di una speranza non realizzata e di inganno perpetrato, con i soldi dei contribuenti, verso una collettività di lavoratori desiderosa di progredire con il proprio impegno.

Negli anni che vanno dal 1967 al 1969 ha termine la fase industriale dell’operazione Rivetti.

Il tutto iniziato come il bagliore di una meteora, man mano perde la sua luminosità, tra i labirinti di fantomatiche società e l’inerzia di una classe politica che, con la sua compiacenza, diviene complice dei disegni fallimentari dei Conte.

Eppure nel 1960, in contrapposizione alla  DC la lista civica del Campanile, sorta in segno di protesta verso coloro che avrebbero rappresentato il monopolio a scapito della dignità e dell’orgoglio cittadino come si esprime Biagio Schettino, primo eletto della lista DC dell’epoca e poi dissociatosi, evidenzia la necessità che la classe dirigente locale fosse più attenda e meno arrendevole nei riguardi del Conte, non per ostacolarne l’attività, ma per salvaguardare gli interessi del Comune e della sua gente.

I tempi però non sono maturi, la lista civica viene sconfitta.

Il popolo però sa attendere, vuole vedere, vuole valutare e alla fine, stanco di essere raggirato dai suoi stessi rappresentanti, per la prima ed unica volta, nel 1964, scaccia i democristiani succubi del Conte dal Comune, salvaguardando forse il territorio di Maratea da una nuova speculazione, questa volta di tipo turistico, in considerazione del fatto che un Piano Regolatore, come si dice, gestito da Rivetti, si sta approntando.

Rivetti ha intuito le potenzialità turistiche di Maratea che subito cerca di sfruttare, mettendo in moto meccanismi finanziari e politici di grossa portata, per cui da molti viene considerato come lo scopritore delle bellezze della nostra terra.

Bellezze, al contrario, percepite da tanti figli di Maratea in tempi difficili, quando il turismo è prerogativa di pochi, come dimostrano tra l’altro, i numerosi articoli di P.E. Iannini sul Popolo di Roma negli anni trenta, le inserzioni pubblicitarie di A. Cernicchiaro o gli almanacchi di P. De Grazia, editi dalla Paravia che già nel 1927 descrivono Maratea: come pittoresca cittadina sul terreno e stazione balneare.

Il conflitto mondiale, poi, con il suo retaggio di sciagure e di fame, non poteva essere certo da stimolo per uno sviluppo socio-culturale immediatamente orientato al turismo nel primo tempo della ricostruzione.

Con l’avvento di Stefano Rivetti, nel 1953, si blocca tutto insieme quel lento processo evolutivo in senso tu­ristico della nostra comunità, ancora solo nella fase intuitiva, definito autoctono dagli studiosi di geografia turistica e caratterizzato da un tipo di sviluppo lento, gestito dalle popolazioni locali nel rispetto di quelle regole sancite dagli usi e dalle tradizioni, per cui lo sviluppo turistico si integra con le altre attività e gli interessi dei singoli, facendo di una collettività la protagonista dei suo sviluppo e della sua storia.

, considerando i tempi, si può dire che a livello locale manchino le idee per avviare un discorso turistico, anche se queste non trovano credibilità nelle istituzioni, non essendo ancora esploso il turismo come fenomeno sociale ed economico.

La costruzione di un porto turistico, la realizzazione di una seggiovia che dal mare porti al Monte S. Biagio, l’urgenza della costruzione di strutture recettive, e la stesura di un progetto turistico a più ampio respiro, coinvolgente i comuni viciniori, è quanto auspicato, per esempio nei loro articoli dai vari F. Faraco, B. Schetti­no, P. E. Iannini, ecc.

Con l’avvento di Rivetti, questo processo, ancora solo nella fase dialettica, viene troncato, e si inizia quei processo di sviluppo definibile di colonizzazione aristocratica in cui un grande operatore, estraneo alla comunità interessata, progetta e realizza lo sviluppo turistico di una località con una massima velocità di trasformazione dell’ambiente e di alterazione dei rapporti sociali esistenti.

La parte più turisticamente sfruttabile, frazionata tra numerosi proprietari, viene gradualmente acquistata da Stefano Rivetti o da società di sua emanazione creando un vero e proprio latifondo turistico che lo stesso si premura di fare attrezzare con varie infrastrutture a spese della collettività, tramite le discutibili scelte dell’amministrazione comunale dove il Rivetti non entra in prima persona ma attraverso servizievoli collaboratori che ricoprono i posti chiave nell’amministrazione comunale, facendo in modo che il territorio sia coordinato negli interventi e risponda alla stessa unica logica, ciò mentre i cittadini nel 1961 scendono per la prima volta in piazza per protestare contro l’esoso aumento della tassa di famiglia, inalberando cartelli sui quali si legge significativamente: vogliamo la libertà del popolo di Maratea, via i prepotenti dal nostro paese e si evidenzia paradossalmente il fenomeno del pendolarismo per mancanza assoluta di edilizia popolare.

Ci si pone all’epoca la domanda se è veramente un fatto positivo che un industriale operi in maniera incontrastata, in una zona vergine, producendo profonde modifiche sia dal punto di vista ambientale che  sociale o se è più giusto che gli strumenti di controllo governativo giochino il loro ruolo di intermediari tra l’iniziativa privata e il pubblico interesse come la necessaria pianificazione e identificazione delle aree industriali e turistiche.

Tale interrogativo viene posto mentre al comune di Maratea si dice che per il piano regolatore ci avrebbe pensato il Conte e che anzi lo stesso sarebbe stato progettato nei suoi studi di Firenze, ed adottato dall’Amministrazione che sarebbe scaturita dalla elezione del 1964.

Questo disegno crolla perché in tale consultazione un popolo non curante dei ricatti posti da chi è l’unico arbitro del diritto al lavoro scaccia i suoi uomini dal Comune.

Da informazioni verbali risulta che nel 1964 l’architetto Berardi, a lavori quasi ultimati, rinuncia all’incarico per la progettazione del piano regolatore; nel contempo è nuovamente il Rivetti a farsi vivo con i nuovi amministratori consigliandoli di affidare altro incarico ad una società specializzata nel settore: la Generalpiani.

La nuova Amministrazione, scaturita dalla vittoria della lista civica Sveglia, rifiuta tale indicazione, attua con i suoi tecnici il primo piano di fabbricazione del comune e fa suo il decreto ministeriale del 24 maggio 1966 il quale, ai sensi della Legge 29 giugno 1939 n° 1497, vincola tutta la fascia costiera Tirrenica della Lucania perché costituisce con le sue insenature, le sue spiagge, le coste, i valloni, i fiumi e i monti retrostanti una serie di quadri naturali di grande suggestività.

Nell’agosto del 1973 poi esplode la dignità del popolo del popolo che tumultuosamente non permette la programmazione del solito spettacolo elitario e crea i presupposti per l’allontanamento del Rivetti, nel dicembre dello stesso anno, dalla presidenza dell’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo.

Così dopo il fallimento della fase industriale, le manifestazioni dell’agosto 1973 creano i presupposti politici per una politica più popolare della locale Azienda Autonoma, che, escludendo il Rivetti, ne segna malinconicamente la scomparsa anche dallo scenario dell’industria turistica.

Della sua politica e dei contributi avuti per lo sviluppo turistico del posto, rimangono come uniche testimonianze un albergo, che ben presto dovrà essere rilevato da altre società, perché in passivo, i resti ancora visibili di un night, la disabitata e disadorna piazza del Gesù e un Cristo alto 22 metri che Rivetti dice di aver donato alla collettività.

E’ la stessa DC locale d’altronde, come si evince dalla delibera di Giunta n. 22 del 4 febbraio 1971, che evidenzia la necessità di definire la linea di condotta del comune, perché non vada smarrito l’obiettivo primario di spinta per lo sviluppo turistico della zona, obiettivo solo in minima parte raggiunto sebbene siano trascorsi quasi venti anni di attività sociali di società a tal fine preposti e nonostante il comune abbia dato un notevole con tributo finanziario sotto forma di contributo annuale.

Nella stessa delibera si evidenzia come la legittima aspettativa a Maratea non sia stata sempre soddisfatta, nonostante a suo tempo, anche, alcuni cittadini abbiano messo a disposizione i loro terreni ricevendone compensi irrisori.

Rimane salvo e incontaminato l’incanto della nostra costiera, perché, a nostro giudizio, Stefano Rivetti non ha avuto semplicemente il tempo di deturparla, e non per gusto estetico, come da più parti si sostiene.

Negli anni immediatamente posteriori al 1953, si è ancora nella fase di aggregazione proprietaria che diviene poi un vero e proprio latifondo turistico intestato al Conte o a società a lui vicine, ed è ancora in fase iniziale l’ampia campagna di propaganda turistica, per cui non diviene giustificabile l’immediata realizzazione di importanti opere recettive sulla costa.

Il moto di ribellione istintiva popolare, che crea la debacle elettorale della DC del 1964, prima, e poi il decreto ministeriale del 1966 che vincola il territorio, e nella campagna elettorale del 1975 le forze della sinistra unita, raccolte nella lista civica La Spiga, sventano l’operazione speculativa del Rivetti, il quale vuole vendere alla SEMI i terreni della PAMAFI di Castrocucco avuti a buon mercato per realizzare sulla costa e nella piana un villaggio albergo per circa 5000 posti letto.

Ciò in totale disprezzo dei consistenti contributi avuti meno di dieci anni prima per l’acquisto, la sistemazione del terreno, e la costruzione dell’Azienda PAMAFI e della protesta di tutti i lavoratori che occupano più volte la sede del comune di Maratea con l’appoggio delle forze sindacali e politiche.

Nel contempo la vita politica locale diviene più articolata, e con i vari apparati di partito, che a livello regionali li sostengono, crea una rete che comunque riesce ad imbrigliare i sussulti speculativi del Conte.

Stefano Rivetti infatti sogna la creazione di grossi insediamenti sui terreni costieri di cui è in gran parte proprietario e ne parla anche di recente con esponenti di rilievo della DC Potentina, con uomini così detti di prestigio.

Ci riferiamo, infatti, ai progetti di una fantomatica nuova organizzazione ingegneristica s.r.l. di Roma la quale prevede la costruzione di altri porti oltre quello esistente sui 32 km di costa Lucana, di alberghi per talassoterapia (!) in uno dei punti più incantevoli della costa di Maratea (loca­lità Macarro-Matrella) e di villaggi a monte della strada nazionale per non parlare, poi, del globale progetto di devastazione della vecchia Maratea, sul Monte S. Biagio, di notevolissimo valore storico e paesaggistico, tanto da essere inclusa nei programmi di salvaguardia e di recupero del ministero dei Beni Culturali.

Campi di golf, maneggi, passeggiate ecologiche completano tale progetto, senza nessuna considerazione e rispetto del popolo di Maratea che oltre a venire espropriato, così, del suo territorio e della sua costiera, non avrebbe altra scelta economica se non quella di servire.

In tale piano, per realizzare i diciassettemila posti-mare vengono considerati perfino i metri quadrati o lineari da riservare sulla costiera ad ogni bagnante (15 mq. o un metro lineare) secondo una arida logica di profitto che mortificherebbe il turismo.

L’irrecuperabile, per fortuna, sul nostro territorio, per una serie di circostanze, non è avvenuto.

Sta ora alla sensibilità politica locale e regionale fare in modo che i cittadini locali si inseriscano su quanto in precedenza si è fatto, recuperando il tempo perduto, in una logica di sviluppo imprenditoriale orizzontale, l’unica in grado di porre le basi per una economia turistica stabile e che nello stesso tempo faccia degli abitanti del luogo i protagonisti e i padroni del proprio sviluppo, nel rispetto della loro storia e delle loro tradizioni.

 

 

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