Desiderando far cosa
gradita a chi ha sete di sapere, vogliamo proporre un poeta-scrittore, che
– dopo il successo della famosa ÇCHIMICA IN
VERSIÈ – sembra tornato tra gli Autori sconosciuti o, comunque, poco
considerati.
Piacevole e arguto come Trilussa, e Suo contemporaneo, il
calabrese ALBERTO CAVALIERE – uomo di cultura, ma in Lingua – ci
porta i dubbi e le preoccupazioni proprie dellÕuomo di scienza e ci allerta sui
pericoli che possono derivare dallÕuso sconsiderato del Progresso.
Pur nellÕÇumorÈ caratteristico del grande Poeta romano ci pone, cos“,
di fronte alla ÒRealtˆ NucleareÓ, da cui potremmo, da un momento allÕaltro,
essere sopraffatti. (Cfr. oltre:
______________
Alberto
CAVALIERE
1 Parte: Scienza - Satira e
Poesia
Alberto CAVALIERE nacque a Cittanova (Reggio
Calabria) il 19 ottobre 1897 da Domenico, avvocato e deputato provinciale, e
Anna Fonti, una famiglia numerosa, ma economicamente benestante.
Studi˜
dapprima nel collegio di Montecassino (da
dove a tredici anni fu espulso per aver scritto satire contro i professori),
quindi in quello Nazionale di Torino.
SÕiscrisse controvoglia alla facoltˆ di
chimica dellÕUniversitˆ di Roma, rivelandosi presto
abile e originale verseggiatore, quando, bocciato nella Materia – pi� per
esigenze mnemotecniche che per spirito goliardico – seppe rendere, in
versi e con rigore scientifico, le aride formule della Chimica.
Ne sort“ un
libro famoso, ÒChimica in versi-rime distillateÓ (Na 1921, 2»
ed. Bo 1928), completato, poi, da ÒChimica organica in versi-rime bi-distillateÓ (Bo 1929),
un gran successo presso la giovent� universitaria del tempo, tanto che, nel 1955 – riproposta
dallÕEditore Signorelli di Roma – lÕOpera era giunta giˆ alla settima
edizione, prezzo 700 lire la copia. (!)
Alberto si era, intanto, laureato in chimica (nel
1921) e preferiva i lavori saltuari e provvisori, come la compagnia
Palmarini-Capodaglio.
* * *
Dopo alcuni viaggi allÕestero, entr˜ come
chimico al ministero dellÕAeronautica, dimettendosi subito dopo per dedicarsi alla
libera attivitˆ di giornalista e di scrittore. Pubblicava,
intanto, le raccolte di poesie ÒLe
soste del vagabondoÓ (Bo
1925) e ÒLa strada
sullÕabissoÓ (ib.1929).
Lo stesso anno sposava Fania Kauffmann, di origine russa, e – con i due figli
considerati ebrei dalle leggi razziali allora vigenti – sarˆ costretto a
diciassette lunghi mesi di fuga e clandestinitˆ, fino alla Liberazione.
La suocera e la cognata Sofia Schafranov vengono, invece, deportate e,
nel 1945, raccoglierˆ la testimonianza di questÕultima nel libro: ÒI campi della morte in Germania nel
racconto di una sopravvissutaÓ, in quello che � il primo
memoriale di un reduce di Auschwitz, editato in Italia.
Nel 1930, a Bologna, esce ÒStoria romana in versiÓ, in cui i
grandi fatti degli antichi imperatori – pur fedeli agli eventi –
sono trattati con sottile e arguto umorismo e la satira di costume caratterizza
le gustose parodie; lÕEdizione Signorelli del 1939 � impreziosita, peraltro,
dalla dotta prefazione dellÕallora Ministro dellÕEducazione Nazionale, Giuseppe
Bottai.
Cavaliere
collabor˜ ai pi� importanti giornali umoristici e satirici del tempo,
quali Il Becco giallo, MarcÕAurelio,
Bertoldo, Travaso, LÕ Illustrazione
italiana,
Anche la sua attivitˆ di romanziere fu
piuttosto importante: in ÒQuella
villa � miaÓ (Roma
1937) e ne ÒLe frontiere dellÕÒimpossibileÓ (Mi 1944), gli spunti autobiografici e le
esperienze personali danno vita a un intreccio, che si snoda in peripezie, in
cui lÕautore stesso pare quasi smarrirsi.
Segu“ Il Megalomane (ib.1946), un romanzo di amore e di pazzia, ambientato nella Roma
fascista, con situazioni grottesche e sarcastiche allusioni al regime
mussoliniano.
Oltre a ÒLÕAbissinia liberataÓ (Roma 1935), ÒReparto agitatiÓ (Bo
1936), in versi, si possono ricordare: ÒDa Cesare a ChurchillÓ (Mi
1950) - divertente e piacevole storia dellÕInghilterra -, ÒDue lombardi alla prima crociataÓe ÒLa parola ad Alberto CavaliereÓ (Mi-Roma 1953), ÒLe satire politicheÓ, ÒRadiocronache rimateÓ(To 1956), ÒLa storia di MilanoÓ (1959), in sesta rima, ricca di
considerazioni e divagazioni umoristiche e, infine, la prefazione e traduzione del romanzo di Andrej S. Remisov ÒUn uomo
fra due mondiÓ (1961).
* * *
Dopo aver aderito al Fronte
dellÕUomo Qualunque di Guglielmo Giannini, per la popolaritˆ acquisita
nell'immediato dopoguerra, Cavaliere fu, nel 1951, candidato dal partito
socialista al Consiglio Comunale di Milano,
e
due anni dopo, alle politiche, la spunt˜ in entrambe le candidature, con voti
di preferenza maggiori di tanti politici di professione; per lÕoccasione compose
alcune pungenti e divertentissime Poesie
socialiste (1953), edite a cura del P.S.I. Deputato
della II» legislatura (1953-1958), non perse la sua vena poetica, con argute e
pungenti interrogazioni parlamentari in versi, che gli costarono, per˜, la
ricandidatura.
Negli ultimi anni
collabor˜ a Stampa Sera e alla redazione milanese del Giornale Radio, alternando la sua
residenza di Milano con Sanremo, ove una motocicletta lo travolse il 30 ottobre
1967. Ricoverato in ospedale e trasferito subito a Milano, si spense il 7
novembre, dopo una notte passata in rianimazione.
Il Comune di
Milano gli ha intitolato una via, il paese natale, Cittanova, una piazza,
mentre, nel 1973, commission˜ al figlio, Alik Cavaliere,
una scultura in memoria. Fin qui la biografia.
______________
Poeta satirico, redattore e collaboratore dei pi� noti
giornali umoristici italiani, Alberto Cavaliere ci offre versi di pregevole fattura, ricchi di
romantica sentimentalitˆ, che cantano la cortigiana, la bisca, lÕamore fugace, la
fortuna capricciosa nel gioco delle carte o della roulette, insieme ai motivi cari agli scapigliati e
ai poeti maledetti.
In tanti anni si divert“
a scrivere per la Radio migliaia di poesie, quasi giorno per giorno,
a rincalzo della cronaca quotidiana. La gran parte fu composta nel giro di
unÕora, per le trasmissioni del ÒGazzettino PadanoÓ, in gara con i redattori
addetti alla cronaca, arricchendo spesso le notizie di un commento il versi che ne traeva la morale.
* * *
1871-1950 [Trilussa],
1897-1967 [Cavaliere]: pur di ventisei anni pi� giovane, Alberto Cavaliere ebbe a vivere
grosso modo le stesse vicende politico-sociali col Grande Poeta romano; ma
– mentre Trilussa rest˜ saldamente legato alla Societˆ del suo tempo,
attento a coglierne i difetti e a far parlare le sue bestie (e quanto sono pi� sagge le bestie!)
– Cavaliere, dalla propria erudizione universitaria fu portato a
proiettare lÕindagine sul futuro e – anche se insaporite da spregiudicato
e sano umorismo – si trascina dietro paure e preoccupazioni di quanto pu˜
costare il progresso.
La sua vasta cultura lo induce a far
satira un poÕ dappertutto e – mentre richiama fatti e personaggi della
leggenda e della storia, della letteratura e dellÕArte – commenta le
vicende di cronaca quotidiana con originali e argute considerazioni.
Plaude alla minigonna, bacchetta i
capelloni, discute di ÇBeatÈ e ride,
sornione, nellÕinformarci quanto si pu˜ ricavare dal cadavere di ognuno.
Poi, ci propina il Çmistero dellÕAtomoÈ, il pericolo nucleare e ci parla di ÇFantasia PlanetariaÈ:
spunti e argomenti completamente sconosciuti al Poeta romano.
UnÕattenzione a parte nella sua
produzione merita, intanto, ÒE vennero i BeatÓ – testo
rilevato da internet –, con la
pregevole prefazione di Vincenzo Buonassisi.
Vi troviamo concentrata tutta la
fantasia, la Çvis
comica e tragicaÈ dellÕAutore Òeternamente curioso del
mondo, anche se lo guardava con sorridente scetticismoÓ Pur se Òappariva tanto pungente, perchŽ continuava a
prendere in giro, a demitizzare ci˜ che vedeva [.] la sua satira, che sembrava
sempre occasionale, andava in realtˆ oltre le persone e i momenti.Ó
Il titolo indica
chiaramente questa direzione. ÒCavaliere,
che da ogni fatterello traeva spuntoÉlo ritroviamo qui a raccontare in versi -
per esempio - che gli piace s“ l'idea di istituire una giornata della bontˆ
verso gli animali: ma quando si farˆ una giornata della bontˆ verso gli uomini?
Oppure � la storia, che spiritosamente diventa favola nelle rime, del
ladro che ruba un pollo e prende un mese di carcere; torna libero, ruba un
altro pollo, e di mesi ne prende sei; dopo di che Çavrˆ
detto perci˜ con voce amara / la vita si fa sempre un po' pi� caraÈÓ. Come in Trilussa, anche qui troviamo un
ÇpolloÈ, non per la statistica, per˜: perÉ lÕinflazione!.
Oltre alla favolosa facilitˆ di rime, ÒAlberto Cavaliere riusciva a camminare
con i tempi, ad essere dentro le cose e le idee nuove,
anche se continuava a farne la satira: oppure proprio per questo.Ó
Buona parte del libro � riservata ai ÒBeatÓ, alla loro smania di contestazione
e di rivolta (passando per la droga e la
mania per lo snob).
NellÕÇAntologiereÈ, coglie occasione di far satira dei pi� famosi fatti della
Leggenda e della Storia con ÒIliadeÓ,
ÒDante e BeatriceÓ, ÒFrancesca da RiminiÓ, ÒDon ChisciotteÓ, ÒAmletoÓ, ÒTartarino di TarasconaÓ, ÒRobinsom CrosueÓ, ÒIl giovane
WertherÓ, ecc., passando per ÒI
promessi sposiÓ, fino a Ò20.000 leghe
sotto i mariÓ, toccando ÒLa signora
delle camelieÓ, ÒOtelloÓ, ÒToscaÓ, ÒBoh�meÓ e facendo del
ÒRatto delle sabineÓ una
specie di Radiodramma, pronto da mandare in onda.
Si rifugia, quindi, in leggende di vario
genere – in cui � sempre vigile la vena satiro-burlesca – per
concentrarsi, alla fine, in una specie di florilegio di aforismi, prima di
scatenarsi contro i contestatori del momento (i Beat), e chiudere, tutto preoccupato del futuro.
Il medico che cura per corrispondenza,
gli fa dire: Òcon tanti ordigni che invent˜ la scienza / non
cÕeran giˆ
sistemi in abbondanza / per ammazzare il prossimo a distanza?Ó.
Il ladro, che ha
trafugato dallo Zoo due anatre, si giustifica: ÓE che pretendevateÉ/che rubassi un leone o un elefante?Ó, mentre
sul novantenne, colto anchÕesso a rubare, commenta succosamente Òa novantÕanni segue ancor la modaÓ.
La notizia che
dallÕesercito Òsarˆ radiata la
ÇCavalleriaÈÓ lo fa sperare Òche non restino i ÇPagliacciÈÓ.
Su lÕarcheologo inglese
che a Menphis – decifrata unÕiscrizione –
non ne vuole svelare il contenuto, si chiede perplesso: vuoi vedere che cÕera
scritto ÒFesso chi legge?Ó, e sulla ragguardevole etˆ
del nostro pianeta osserva preoccupato: Òma
non cÕ� indizio /che si decida a mettere giudizioÓ.
Una certa Agrippina De
Angelis, romana, telefona ai pompieri per partorire in ospedale, e lui insinua:
ÒTemeva anchÕessa, a quel che si suppone,
/di dare al mondo un piccolo NeroneÓ, mentre dellÕaccordo Usa - Russia
sullÕesportazione mensile di mille scheletri da utilizzare per Çprocessi scientifici dÕavanguardiaÈ,
osserva: ÓPovero russo, prima (� uno
sconforto) /lo processan da
vivo, poi da morto!Ó:
Sempre in versi e con dovizia di
particolari ci porge la Storia di Milano, quella di Roma e quella
dÕInghilterra, condanna i mali del Fascismo e – grazie alla facilitˆ con
cui sa Çfar poesiaÈ – crea
pagine dÕautentico lirismo, che superano di gran lunga
la pur piacevole vena burlesca.
* * *
Veniamo, ora, a conoscerlo meglio, non
senza aver ricordato come, tra le sue creazioni, troviamo anche unÕaltra
infinitˆ dÕargomenti e di spunti insospettati: lÕElogio della bugia, lÕElogio allÕignoranza, lÕInno
al grano e lÕInno alle mosche, La veritˆ sulle formiche, Poliziotti
in gonnella e, persino, una ricetta di cucina, sul Rag� alla cappuccina.
Della STORIA
DI ROMA in versi, (1930) estrapoliamo, intanto, lÕÇIntroduzioneÈ:
-
In tempi lontanissimi, / avvolti dal mistero,
in cui vaga lo spirito / fra la leggenda e il vero,
quando non
esistevano / ancor carta ed inchiostro
- cose che tanto abbondano, / invece
al tempo nostro, -
nŽ v'erano
storiografi, / filosofi, scrittori,
sorse su un colle un'umile, / borgata di pastori,
cos“
modesta e povera / che un solco ebbe per cuna.
Ma in grembo la portarono /
e da quel colle
mitico, / da quel solco fecondo
discese irresistibile / a conquistare il mondo.
In
quel remoto secolo, / quando quel borgo sorse,
non ne parl˜ la cronaca, / nessuno se n'accorse;
ma quando l'ineffabile /
poema della gloria
confuse le sue pagine / con quelle della storia,
si ricerc˜ l'origine /
della cittˆ stupenda:
i vati la cantarono / e
nacque la leggenda.
Ée,
in ordine abbastanza fedele, gi� con gli eventi, fino alla caduta dellÕImpero
dÕOccidente (476 d C.).
Dalla STORIA DI MILANO in versi (1959) ecco,
intanto, la prima sestina:
I
- Le Origini
- Canto l'armi
pietose e il capitano?
le donne,
i cavalier, l'armi e gli amori?...
Non propriamente: canto te, Milano,
le tue vicende fin dai primi
albori,
le gesta dei tuoi uomini preclari,
da Belloveso
al sindaco Ferrari.
ÉnonchŽ le ultime tre, dellÕultimo capitolo:
- XV –
Oggi � l'emblema della cornucopia,
questa, � la sagra dell'intelligenza,
� il Çvenghino signoriÈ
in bella copia
e innalzato all'ennesima potenza,
� un concerto sinfonico ideale,
orchestrato da un Wagner industriale;
� la centrale degli affari
d'oro,
il non plus ultra dei prodotti in serie;
� la Çpagella
tipoÈ del lavoro,
con dieci e lode in tutte le materie.
Mamma Italia la guarda e se n'estˆsia:
questa �
Ed � un atto di fede, soprattutto:
mentre, armato di ferro e di cobalto,
il mondo rischia d'essere distrutto
da un pi� tremendo e tenebroso assalto,
fervido e insonne il cuore di Milano
spera e confida nel buon senso umano.
E qui vi lascio, ripetendo anch'io
Milanesi, fratelli,
popol mio.
Col richiamo al ÇferroÈ, al ÇcobaltoÈ
e il ricorso al lemma ÇfratelliÈ, ecco spuntare il ÇleitmotivÈ, assillo del Nostro: il Pericolo Nucleare!
In dodici sonetti – Ç1859È – Cavaliere
ci parla, quindi, dellÕ unificazione nazionale, fino
al Trattato di Villafranca e, nellÕultimo sonetto, ci ripropone il dubbio
– ancora attuale – e una speranza:
- Ma ormai l'Italia � fatta, ed i sovrani
stranieri, messi al bando, son
fuggiti
per sempre... Garibaldi, i
Plebisciti,
alcuni eventi fortunati e strani,
gli stessi grandi con le
loro liti
completeran l'Italia di domani:
ci
saranno da fare gl'Italiani,
rimasti provinciali e disuniti.
Divisa ancor tra guelfi e ghibellini,
a volte in preda a un'ansia forcaiola,
ligia ai suoi vecchi e frusti burattini,
non � l'Italia che sognammo a scuola,
non � la tua repubblica, Mazzini:
ma non � detta l'ultima parola.
* * *
Il volumetto, che tanta notorietˆ ha dato
al suo Autore, la ÒCHIMICA INORGANICA
– Rime distillateÓ, ci propone
tutta la serie degli ele-menti, che si trovano in
qualsiasi testo scolastico: Idrogeno, Ossigeno, Acqua ossigenata e Zolfo,
Azoto, Fosforo, CarbonioÉ, Potassio e Sodio, Calcio, e Cloro, Magnesio, Zinco,
Rame e Argento, Alluminio, StagnoÉ e Piombo, Ferro, Oro; esposto con rigore
scientifico, qui – per˜ – tutto � in rima: agile, sdrucciola,
spregiudicata, ricca di ÒhumourÓ, con
tante e tante sortite geniali.
Segue ÒLa CHIMICA ORGANICA - Rime bi-distillateÓ (del 1929), con Petroli e
Idrocarburi non saturi,
* * *
Con la Raccolta CHIMICA INORGANICA iniziamo, intanto, dalla bellissima Prefazione
- Da giovane studente, alunno d'istituto,
non andai mai d'accordo col piombo o col bismuto;
anche il vitale ossigeno mi soffocava; il sodio,
per un destino amaro, sempre rim˜ con odio;
m'asfissi˜ forte a scuola, prima che, in guerra, il cloro;
forse perfino, in chimica, m'infastidiva l'oro.
E di tutta la serie
s“ numerosa e varia
di corpi e d'elementi, sol mi garbava l'aria,
quella dei campi, libera, nel bel mese di luglio:
finchŽ non m'insegnarono che anch'essa era un miscuglio!
Un vecchio
professore barbuto, sul cui viso
crostaceo non passava mai l'ombra d'un sorriso,
un redivivo Faust, voleva ad ogni costo
saper da me la formula d'un celebre composto.
Non sapevo altre
formule che questa: H20;
e questa disse: il bruto, senz'altro, mi bocci˜.
Poi ch'era ancor pi� arida nella calura estiva,
io m'ingegnai di rendere la chimica pi� viva;
onde, tradotta in versi, l'imparai tutta a mente,
e in versi, nell'ottobre, risposi a quel sapiente.
Accadde un gran
miracolo: quell'anima maniaca,
che non vedeva nulla pi� in lˆ dell'ammoniaca,
dell'acido solforico, del piombo e del cianuro,
rise, una volta tanto, e m'approv˜: lo giuro!
Mi lusing˜ quel fatto: volevo far l'artista,
e invece, senz'accorgermi, divenni un alchimista...
Oggi distillo e
taccio in un laboratorio,
dove la vita ha tutto l'aspetto d'un mortorio.
E vedo, in fondo, dato che non conosco l'oro,
dato che ancor mi
soffoca, sempre accanito, il cloro,
che non avevo torto, e il mio pensier non varia:
la miglior cosa, amici, � l'aria, l'aria, l'aria!...
____________
Sul primo elemento, lÕIDROGENO,
lÕAutore ci informa: [É]
- ÇSe con l'ossigeno / s'unisce, scoppia,
ma mai pi� utile
/ si vide coppia, [É]
chŽ da quel
vincolo / violento nasce
il puro liquido
/ che i campi pasce, [É]
il fresco
n�ttare /che, come sai
con
arte impiegano /gli osti e i lattai
- e a cui si
debbono /tante fortune:
in altri termini, /l'acqua comune.
E sullÕOSSIGENO:
- Non combustibile,/
� comburente;
s'ottiene
liquido / difficilmente [É]
Ha come simbolo / soltanto un O.
Senz'esso vivere,
ah, non si pu˜.
DellÕACQUA OSSIGENATA commenta:
- Ha come formula / H2O2
che svela subito / le doti sue,
perchŽ � quell'atomo / dell'acqua in pi�
che ad essa prodiga / tante virt�.
E, dopo avercene elencato
alcune, conclude:
- Gli effetti magici / si vedon pure
nelle biondissime /
capigliature.
Sul Gruppo Alogeno (Cloro,
Bario, Bromo e Jodio), cominciando dal - CLORO, ci spiega:
Giallo verdognolo,
/ d'odor non grato,
� un gas
venefico / che ci vien dato
quando il
cloridrico / viene alle prese
con il biossido
/di manganese.
EÕ ÒsimpaticoÓ, in
quanto, come gli altri tre elementi (Bario, Bromo e Jodio),
per generare lÕacido, pu˜ fare a meno dellÕossigeno, dando
vita ai CLORURI: [É]
Non � simpatico,/ purtroppo, all'uomoÉ
essendo un
tossico / molto cattivo,
che fa un cadavere / d'un uomo vivo.
- Parlando del SODIO e, in particolare, del Cloruro di sodio, ci fa
sapere che:
E' abbondantissimo:/senza contare
l'inesauribile
/fonte del mare, [É]
ancor esistono /molte miniere,
donde in gran
copia /si pu˜ ottenere. [É]
Lo vende libero, /lo vende a pacchi
il pi� recondito
/"sale e tabacchi". [É]
Eppure,
(spiegami /simili arcani)
manca
in moltissimi /cervelli umani!
- Sul CALCIO – e quindi – sul marmo spiega:
Esso � insolubile
/nell'acqua: bene! É [É]
Marmo, sei nobile;/marmo, sei bello
anche se, gelido, /chiudi un
avello. [É]
Da te si libera /quasi un'essenza
d'aristocratica
/grazia e potenza: [É]
Incorruttibile /e immacolato,
dˆi vita a fulgidi /sogni... Peccato
che
ti s'adoperi /per monumenti
piuttosto
inutili, /nonchŽ scadenti, [É]
In certe splendide /cittˆ d'Italia,
che
l'arte domina, /che il sole ammalia,
fra
templi e portici /sublimi, vedi
certe
cariatidi, /sedute o in piedi,
in
tuba, in tonaca /o in isparato,
che
ti fan gemere: /"Marmo sprecato!...
",
che
ti fan chiedere:/"Marmo, perchŽ
sei
tu insolubile /nellÕacqua, ahim�? " [É]
Con una provvida /pioggia
sai pure
che
sparirebbero /tante brutture!...
- Parlandoci del MAGNESIO, ci consiglia:
Lettor benevolo, /hai trangugiato
queste mie
pagine /tutte d'un fiato? [É]
Se, com'� facile, /stessi un
po' male,
rimedia
subito /con questo sale! (ovvero: P�rgati !)
- E conclude il volumetto con lÕORO :
Non �, pei
chimici /che un vago Au:
ma in questo
simbolo/quante virt�, [É]
l'uomo, che a chiacchiere /gli � quasi ostile,
dato che subdolo /lo chiama e vile,
sfida ogni
ostacolo, /gramo e infelice
sudando al
solito /sette camicie!.. [É]
E' malleabile, /duttile � l'oro
ed � intaccabile
/solo dal cloro;
e poichŽ sciogliesi /nell'acqua regia,
di questo titolo
/la privilegia: [É]
Questo la chimica dice. /Io vi dico
che l'oro � l'unico /sincero amico
ch'� d'ogni
spirito /l'unica meta;
che per
disgrazia /non l'ha il poeta, [É]
chŽ se, al
contrario,/ne avesse a iosa,
certo la chimica.../restava in
prosa !
Nella ÇCHIMICA ORGANICA - Versi bi-distillatiÈ – pur con quellÕ aria scanzonata dÕincorreggibile mattacchione –
lÕAutore � obbligato allo stretto tecnicismo: dallÕAcetilene allÕAspirina,
dalla Bakelite al Tritolo; onde, per la complessitˆ dellÕargomento non resta
che ricordare, qui, solo le due pagine dÕautentica Poesia, rappresentate dalla
ÇPrefazioneÈ e dal ÇCongedoÈ.
- Ecco, intanto,
Per correr peggior acqua alza le vele
ormai la caravella del mio ingegno,
che lascia dietro giˆ mar s“ crudele.
E canter˜ di quel secondo regno,
in cui si troverˆ pi� d'una purga,
lo spirito di vino e quel di legno.
La morta poesia qui non risurga,
chŽ lirismi io non faccio e non ispero
che la mia Musa al bel Parnaso assurga.
Io dolci fregi non intesso al vero:
cristallizzata, ho l'anima e, nefando,
un acido mi bolle nel pensiero;
e com'altri non fo, che canta quando
l'ispira amor, ma come il Molinari
mi ditta dentro vo significando.
Se son li versi miei cotanto amari,
o uom che leggi, e se
avverrˆ che spesso
- ahit�! - dovrai turarti ambo le nari,
non ne ho colpa veruna: ebbi promesso
di completar la chimica e - oh lasso
per questa scura strada io mi son messo.
Giˆ gli elementi, or in rivista passo
gl'idrocarburi e i loro derivati,
a cominciar dal termine pi� basso.
O miele, o saccarosio, o prelibati
prodotti che nascete da catene
d'atomi di carbonio interminati,
addolcite il mio
canto! Acetilene,
m'illumini la mente con costanza
la bella fiamma che da te proviene!
Alcool feniletilico, fragranza
di gelsomino, e tu, Citronellale,
e tu, Nerolo, magica
sostanza,
con
vostro fiato che non ha l'uguale,
coprite il lezzo, qual di pesce sfatto,
che da compagni tristi orrendo sale!
O Musa, e tu perdona il rio contatto
di corpi complicati e puteolenti,
nemici del cervello e dell'olfatto.
Sii di conforto ai miseri studenti,
anche se gravi e mˆcabri alchimisti
sospireranno, digrignando i denti.
Ahi, dura terra, perchŽ non t'apristi?
__________
Ancora due Poesie provocatorie,
scelte non tanto a caso.
Nella prima, si evidenzia
lÕantagonismo tra ÇTerroni È e ÇPolentoniÈ, tuttora
non del tutto superato (si pensi ai cori
discriminatori nei confronti di certi ÒtifosiÓ durante le partite di calcio!).
Negli anni cinquanta,
peraltro, era normale leggere cartelli come ÇNon
si fitta a meridionaliÈ, un poÕ dappertutto.
- Rataplan ! ! !
C'�
chi ignora che molti "terron"
rinomanza, splendore e fortune
hanno dato alla Patria comune
nella lingua che Dante parl˜:
Bernardino
Telesio, Tommaso
Campanella, il Divino Torquato;
e quel Vico, dal mondo
acclamato
e quel Bruno che il rogo affront˜.
Tra
i moderni fu Verga terrone
fu terrone anche lui, Pirandello.
E D'Annunzio? Terrone anche quello!
Diaz
e Orlando? Terroni anche lor!
Tutta
gente che a un grande cervello
spesso univa un grandissimo cuorÉ
Senza
dir di tant'altri intelletti,
come il sommo filosofo Croce,
la cui grande magnifica
voce,
sol da poco � venuta a mancar.
E
i terroni patrioti famosi?
Chi, facendo via Mario Pagano
ricche aziende, ogni grazia di Dio
(e pensar che nemmeno uno zio
ho fra questi in cui posso sperar!)
Molti
intanto non voglion capire
che sian nati a Palermo o a Vercelli,
gli italiani son tutti fratelli,
assiepati fra l'Alpi ed il mar.
PerchŽ
dunque insultare il terrone?
PerchŽ
dunque dobbiamo dolerci
se, in mancanza di industrie e commerci,
egli ha vinto
un concorso statal,
o se in cerca di un povero pane
� qui giunto dal suolo natal?
Poi
si sposa con vostra cugina,
mette al mondo sei figli gagliardi,
e son questi che, nuovi lombardi,
del terrone daranno a papˆ.
Dunque, via
quelle scritte dai muri,
d'un sapore grottesco e stantio!!
Zitti lˆ ! ! ! Son terrone
pur io,
rataplan, rataplan, rataplˆ ! ! !
La seconda poesia evidenzia lÕassurdo che – dopo la caduta del
Fascismo – nessuno ammette dÕavere ÇaccettatoÈ quel regime.
- TUTTI ÇANTIÈ (dopo il 25 luglio 1943)
Li riconosco:
andavano /a tutte le adunate
(camicie nere e ciondoli,/le feste comandate)
e in coro, proclamandolo
/del divo Giulio erede,
scandivano
il bisillabo /con irrompente fede.
lo sono mite d'animo, /ho
molta comprensione,
e non abbasso il pollice/a
guisa di Nerone,
con gesto irrevocabile /dannando
a morte i vinti,
per soddisfar la fregola/dei
pi� feroci istinti;
nŽ a guisa dei cannibali
/vagheggio rappresaglie,
sognando dei miei
simili/la carne e le frattaglie.
Vorrei, per˜, che i pavidi/- ed
erano milioni -
che in piazza s'adunavano/in
tutte le occasioni,
contriti, confessassero,
/sia pure a denti stretti:
ÇApplaudivamo Cesare,/scuotendo i gagliardetti,
incensavamo
gl'idoli,/li chiamavamo eroi,
con urli
formidabili/- Eja! - gridando e - A noi!
–
per la pagnotta
autarchica /(ce ne cost˜ sbadigli!).
Signori, compatiteci:/abbiamo moglie e figli! È.
Oppur che dichiarassero, /senza nessun traslato,
spargendosi
di cenere /il cranio scervellato:
ÇCredemmo in quelle chiacchiere / con fede e
con trasporto.
Signori,
perdonateci:/ abbiamo avuto torto! È.
Invece no; vi dicono /con sdegno e con sussiego:
ÇNon ebbi mai la tessera:
/ mi spezzo e non mi piego! È
E non trovate un tanghero /che fosse iscritto al fascio,
o urlasse quel bisillabo
/che nella penna lascio É
Per˜, se (Dio ne liberi!) /ricomparisse l'orco,
con il suo vecchio labaro,
/stinto, macchiato e sporco,
vedremmo ancora
un popolo /plaudire al manganello
e l'aborrita Çcimice È /
rimettersi all'occhiello.
PerchŽ non c'� da illudersi: /questo � l'usato stile.
Scrisse
un poeta italico: /ÇLa nostra patria � vile!
È.
_________
Di
questo straordinario Poeta vogliamo, poi, ricordare – da ÒLe soste del
vagabondoÓ(1925), dove si coglie appieno il
travaglio dellÕAutore, combattuto da sempre tra ÒScienza e ArteÓ:
- Veleno
Era in sostanza un alchimista e forse
aveva nel mondo una meta;
ma per disgrazia un brutto d“ s'accorse
che invece era un poeta.
Forse
� il contrario: era un poeta, un'aurea
sperduta figura d'artista;
ma un giorno si distrasse ed una laurea
lo proclam˜ alchimista.
Poet˜,
distill˜, secondo i casi,
errando, annoiandosi assai.
Concentr˜ qualche volta acidi e basi,
ma il suo cervello mai.
FinchŽ, sdegnato, ruppe le sue bocce
con tutti i suoi vani reagenti
e conserv˜ soltanto alcune gocce
torbide, strane, ardenti,
che chiam˜ "versi"
e versi son pi� o meno,
ma sanno di lacrime amare!
Le distill˜ lui stesso da un veleno
che non potŽ gittare,
che giornalmente gli corrode il
cuore,
i nervi, la mente intristita,
ma ch'egli beve ancor come un liquore
terribile:
______________
Trattasi di uno stato precario, che
promette niente di buono: il Poeta individua la causa negli anni delle
dittature e dei conflitti mondiali, sterminatori di beni e di coscienze, in
quel carnaio immane che mai potrˆ cancellare il ricordo dei genocidi e delle
atrocitˆ perpetrate.
NŽ possiamo prendercela con le nuove
generazioni, che non ne sono responsabili.
- I VERI COLPEVOLI
Nacquero nell'orrore delle stragi
scatenate dai grandi della Terra,
in quegli anni malvagi
in cui la civiltˆ
poteva annoverar
tra i suoi pi� insigni
monumenti di gloria i desolati
cimiteri di guerra
e i campi di sterminio.
Se pur non li ricordano
- scomparse poi le orribili rovine -
han sentito parlar dei nuovi Vandali
ch'ebbero mezzo mondo in lor dominio,
ed hanno poi
vissuto
nutrendosi di scandali a catena.
Forse, bambini o adolescenti appena,
avevano saputo
anche per chi
papˆ faceva il tifo:
pel fuhrer o pel duce onnipotente...
E fin da allora, irreparabilmente,
capirono che il mondo era uno schifo.
E noi, sprezzanti, li rimproveriamo
per certi loro gesti di rivolta,
pei capelli prolissi e spettinati,
o per la barba incolta;
li disprezziamo, noi
che facemmo la guerra
e ci credemmo eroi,
che tollerammo, apatici e supini,
Hitler e Mussolini
(peccato
che sian morti:
eh quelli s“ che
avevano
la barba rasa ed i capelli corti!).
Ée ripropone
lÕassunto in questÕaltra poesia, gravida anchÕessa di disastrosi presagi.
-
Non posso condannarvi,
capelloni,
(a parte quelle zazzere, s'intende,
e quelle barbe e quelle giacche orrende
e il gusto delle toppe ai pantaloni),
non vi condanno: il rabberciato
mondo
che vi han lasciato quei cervelli fini
dei papˆ vostri (i cari birichini),
pi� che una sporca gabbia, � un cesso
immondo!
Ricordo a molti benpensanti amici
che, nonostante guerre, dittature
e tutto un sindacato di sciagure,
noi fummo, in fondo, giovani felici;
l'odio accecava gli uomini, la
morte
era sempre in agguato, inferocita,
ma la certezza eterna della vita
ci sorreggeva ancora, assai pi� forte.
Oggi � diverso: nulla pi� � sicuro
intorno a noi, da quando la spietata
maledizione atomica ha mutata
la faccia della vita e del futuro.
E sulla terra un formicaio immenso
traffica, in una nuvola di fumo,
felice dei suoi beni di consumo,
senza avvertire un immanente senso
di follia collettiva, che c'induce
ad affrettar lo scoppio d'una bomba
che al vecchio mondo scaverˆ la tomba
al lampo d'una bianca assurda luce.
______________
Prima di passare alle ÇliricheÈ pi�
genuine, sÕimpone, a questo punto, evidenziare come Alberto Cavaliere,
inconsapevolmente, si trovi a incarnare quel ÇVateÈ – invocato da Pascoli
e da DÕAnnunzio – proprio attraverso questa sua rima facile e giocosa:
come Trilussa Çridendo
castigat moresÈ ma,
allo stesso tempo, ammonisce e allerta continuamente chi legge sulla china
pericolosa, che il nostro pazzo mondo ha imboccato.
Bandendo ogni polemica etico-sociale e ricordando come, quanto
stiamo proponendo, non � che unÕÇinfima parteÈ della produzione del Nostro, rifugiamoci, finalmente, nel clima dÕinnocente fanciullezza,
dove lÕaria si profuma alle pastorali dÕimbalsamate ciaramelle e il ricordo
vola sulle ali del sogno a Giovanni Pascoli, il Poeta delle Çpiccole coseÈ:
- Presepe
Forse
era notte, ed una notte pura,
perchŽ nel cielo ardevano le stelle,
mentre i pastori con le ciaramelle
guidavano le greggi alla pastura.
E
come luccicavano quegli astri
di carta d'oro! Intorno, qualche lieve
bioccolo di
bambagia: era la neve,
sparsa sui monti; e serpeggiavan nastri
d'argento per le valli:
erano i fiumi...
Notte; ma dappertutto erano sciami
di bimbi, e lavoravan falegnami
innanzi alle botteghe senza lumi,
e vecchiette: filavano
davanti
alle capanne, e v'eran cacciatori
nei boschi (coi fucili!...) e mercatori,
e le strade eran piene di
viandanti
sui muli, a piedi, a dorso
di cammello;
e andavan tutti verso un
lumicino,
ch'era la grotta di Ges� bambino
con la greppia, col bue, con l'asinello...
Sorgeva
una divina sensazione
di mistero, di pace, di riposo
da quel miscuglio ingenuo e
delizioso,
da quel mondo di gesso e di cartone.
E
in una gioia attonita sommerso
era il cuore del bimbo trasognato...
Le campane suonavano: era nato
colui che disse: ÇPace!È
all'universo;
Colui
che predic˜ lungo le rive
del bel Giordano e disse: ÇPerdonate
a chi v'offende, a chi v'opprime! È e: Çdate
- disse - a chi chiede, e amate anche
chi vive
oltre il confine della vostra siepe!...È,
come il vecchio pievano, umile e saggio,
nella chiesetta bianca del villaggio,
ci raccontava, accanto al suo presepe.
Passaron gli
anni, quell'azzurro cielo
si rabbui˜; sull'anima randagia
quei bianchi, lievi fiocchi di bambagia
piovvero in fitti granuli di gelo.
Ma
quegli astri di carta, quella culla
di fieno, quegli arcangeli di noce
parlano ancora con la stessa voce
che ci commosse l'anima fanciulla,
e dicon:
ÇPace ! È al trasognato cuore,
dolci come una musica lontana,
e gli fanno capir quanto sia vana
la sua piccola storia di dolore:
perchŽ,
malgrado tutti i suoi naufragi,
malgrado le sue misere procelle,
vi son nel cielo quelle stesse stelle
che un giorno illuminarono i Re Magi;
e fra le stelle, ermetico,
tenace,
quello stesso mistero, immobilmente;
e sempre, al mondo, quella stessa gente
con la sua vana, eterna ansia di pace.
E
tende, illusa, il cuore a questa Buona
Novella, nell'oblio d'una giornata,
la vecchia umanitˆ sconclusionata,
che non dˆ, che non ama e non perdona.
___________
Tutto si rinnova nel mondo!
LÕanimo ricomincia a
sognare, sboccia la vita, lÕamoreÉ al ritornar della Òstagion dei fioriÓ, cantata da Poeti e da Musicisti, immortalata da
Pittori e da Scultori; ma che – nonostante tutto – suggerisce al ÇNostroÈ ancora unÕamara constatazione.
- Saluto alla primavera
Che
cosa c'�, nell'aria della sera,
che mi commuove come un canto d'organo?
Note che tu non sai da dove sorgano,
e sono l'inno della Primavera.
é
tutto e nulla: sono queste case
con le finestre aperte al nuovo sole,
come stupite, sono queste aiuole
parate a festa, queste strade invase
da cascate fantastiche e
leggiere
di luce, di profumo, di tepore,
queste donne che mettono nel cuore
un brivido d'angoscia e di piacere.
Donne:
le incontro lungo il marciapiede
e un improvviso giubilo m'inonda,
mentre m'annego nella luce bionda,
come un novizio nella propria fede.
Dove
correvo giˆ con tanto zelo?
Ora son cos“ placido e distratto !
é cos“ dolce accorgersi ad un tratto
che vi sono le rondini nel cielo...
Vedo
una gente pensierosa, scura,
che un'ansia incomprensibile divora:
esiste dunque qualche cosa anc—ra
oltre al sole, alle donne, alla natura?
Passa
la gente pensierosa: e i fiori
sboccian lo stesso, vibran
d'esultanza,
inconsci dell'altrui dimenticanza;
che r•empion di musiche e di odori.
Ed
io ritrovo tutte le chimere
pazze e felici dei miei giorni erranti
ed il ricordo degli antichi canti
che scrissi per le stesse primavere,
il ricordo d'effimere
parole
sussurrate all'orecchio di un'amante
ignota... Oh
primavera! EÕ inebr•ante
perdersi nella musica del sole.
Voglio
correr sui campi, ove s'effonde
la melodia di questo cielo mite;
voglio sdraiarmi sulle margherite,
cantando le mie nenie vagabonde.
Penso
ch'� cos“ bella una canzone
scritta per gioia, senza, alcun costrutto...
Penso pure, per˜, che, dopo tutto,
ho un'altra primavera sul groppone!... .
______________
Intanto, anche il Poeta � conquiso da ci˜
che ispir˜ a Federico Fellini un suo capolavoro, immortalato dallÕArte eccelsa
di Giulietta Masina e di Anthony Quinn, e che suscita,per˜, tanta nostalgia e tanta tristezza:
- La strada .
Bella � la strada ed ha per me sussurri
d'amare inesprimibili: la notte,
canta al mio cuore strane piedigrotte
di nenie lente e di silenzi azzurri.
Strade
delle cittˆ, diritte, storte,
–
cittˆ dell'uomo, che in mattoni e pietre
irrigid“ il suo sogno e
nelle tetre
case si chiuse a meditar la morte
–
siete il mio
mondo: questi strani visi,
li riconosco tutti, ad uno ad uno,
pieni di vita o smunti dal digiuno,
con dentro gli occhi lacrime o sorrisi ;
umanitˆ che
passa e che si strugge
e si rinnova e va: verso qual m�ta,
non lo sa il savio, non lo sa il poeta
in cerca di qualcosa che le sfugge...
Va, nell'albe perlate, al suo lavoro,
alla sua pena, stanca e rassegnata,
va verso la sua effimera giornata;
va, gaia e svelta, nei meriggi d'oro;
va, nelle sere che trascinan lente
verso l'occaso l'offuscata luce,
nel sogno che l'avvince e la conduce,
nel sogno della vita, eternamente...
Bella � la strada; e in
cuor sento la grande,
nostalgia dell'Eterno, quando giro
lungo il suo nastro lucido e sospiro
stelle nel cielo e donne alle verande.
é
il mio unico mondo: � l'infinita
gioia del sempre nuovo; e, purch'io vada,
trovo il mio cuor di bimbo, nella strada
trovo l'infanzia eterna della vita.
LÕansia dÕignoto
affascina, seduce, rapisce, e pone lÕAutore in uno stato di perenne agitazione,
un poÕ come lÕonda del mare.
- Pi� lungi
é
triste spiegare le vele,
pel cuor che non abbia una m�ta,
ma viva nell'ansia segreta
d'un sogno lontano e crudele.
Qual
voce, dall'ombra, m'inc“ta
pi� oltre, pi� oltre? La notte
� l“, cupa, sorda, che inghiotte
la luce del giorno, la vita.
Ma
� verso quell'ombra che, infine,
frenetico il cuor si protende
quell'ombra, al mio sguardo, s'accende
di luci malvagie e divine.
E
spezzo le dolci catene,
e, solo con l'anima mia,
riprendo l'inutile via,
cercando il chimerico bene,
sognando i miei
sogni perduti,
piangendo la vita che spreco,
portando nell'anima un'eco
di dolci poemi incompiuti.
______________
. Il quotidiano toglie entusiasmo,
aspirazioni, forse, la stessa voglia di vivere! E il Poeta vorrebbe essere
trasportato in un paese lontano da Tutto e da Tutti: in una dimensione nuova,
sconosciuta al Òtran tranÓ quotidiano.
- Monotonia
Sono
anni ed anni che puntualmente,
ligio a un dovere che mi s'impose,
incontro sempre la stessa gente,
ascolto sempre le stesse cose;
che, prigioniero della mia
vita,
sogno la fuga come un forzato
e senza tregua cerco un'uscita,
con l'ossessione d'un forsennato.
Sono ormai stanco di queste vie,
di queste piazze, di queste chiese,
di queste vecchie malinconie
che son la gloria del mio paese:
di questo sole cos“
fulgente,
di queste mura cos“ famose
e, sopratutto, di questa gente,
che dice sempre le stesse cose
Oh!, dileguarsi, fuggire altrove,
senza una m�ta, per non tornare ;
andare in cerca di cose nuove ;
dimenticato, dimenticare:
in una terra qualunque sia,
per˜, soltanto, molto remota,
di cui non sappia la geografia,
di cui la lingua mi resti ignota ;
dove sia
freddo, dove ci piova
per˜, soltanto, che io non capisca
se mi si chieda: Çcome si trova? È
o se all'inferno mi si spedisca.
Poter girare per ore intere
senza un incontro: felicitˆ!
Poter uscire tutte le sere,
nŽ domandarsi dove si andrˆ.
Non avvertire questo tiranno
che chiaman tempo, vecchio barbogio,
che ti sta addosso come un malanno,
ma fare a meno dell'orologio,
ed ingannare l'ore distratte,
e viver, solo, perchŽ... chi sa !...
perchŽ c'� un
cuore, dentro, che batte
e che, un bel giorno si fermerˆ.
E allora scender nel nero suolo,
senza mendaci cerimoniali,
senza aver dietro tutto uno stuolo
di dilettanti di funerali,
senza che
anc—ra, tenacemente,
dietro un ingombro vano di rose,
debba seguirti la stessa gente,
che dice sempre le stesse cose...
______________
La vera dimensione rigeneratrice pu˜
realizzarsi per˜ solo, forse, nella vita dei campi, dove – con le voci
della Natura – lÕuomo si ritrova in simbiosi con il Creato e coglie le
suggestioni e gli incanti tanto cari a Leopardi, a
Pascoli, a Carducci.
- Campagna
Il mattino stupito apre le ciglia
sul mondo: un dolce mondo da presepe,
col pastore, col cane, con la siepe,
ed il ruscello, e il nido che pispiglia.
E
un'attonita calma � nelle cose
intorno. Guarda ! Avevi mai veduto
cos“ da presso il sole? é, il suo saluto,
per noi soltanto e per le nostre rose...
Un
bacio... Un altro... Come pi� leggero
� il nostro cuore! Oh le cittˆ lontane!
Qui, qui � la vita, con la pace e il pane...
Cara!... Ma, dunque, esistono davvero
le donzellette con le lor canestre,
i contadini con le loro
mucche?...
Un bacio anc—ra!... E lˆ, guarda le zucche
sparse sull'aia, appese alle finestre...
E
scopriamo, felici, un mondo nuovo,
pi� tranquillo, pi� semplice, diverso
dal nostro vecchio mondo. Oh senti! E' il verso
della gallina che ci annunzia l'uovo...
Ora
sui campi grava la calura
immota, afosa. Ma l'odor del
fieno
� cos“ aspro e cos“ buono, pieno
del sacro senso della terra pura.
Un
canto uguale, prepotente scroscia
nell'aria con un tremito sonoro:
son le vecchie cicale. I frutti d'oro
ondulano alla luce nell'angoscia.
Dell'abbondanza:
fichi ed albicocche,
dai pingui rami, cedon la dovizia
della loro
dolcezza alla letizia
avida e fresca delle nostre bocche.
E
le farfalle batton l'ali al sole.
Ed al mio cuore tu sei pi� vicina,
come il fiore alla terra; e pi� divina
� la fragranza delle tue parole.
Una
nube si sfalda, esile, pigra,
ed Ž come una vela e ci conduce
verso orizzonti d'infinita luce,
ove beato il nostro sogno emigra.
Ed il cielo e la terra
hanno una sola
anima, che s'effonde in un concento
solo... Vedrai, stasera, come lento
sarˆ il tramonto d'oro e di viola !
Ed in che modo sarˆ giunto?
Intorno,
uno stormir di fronde un po' pi� grave,
un alito pi� fresco, un pi� soave
fruscio nell'ombra, ed � finito il giorno.
Accende
il suo lumino ogni capanna,
e la notturna sinfonia dei grilli
s'alza nell'aria, mentre coi suoi squilli
la campana ci fa la ninnananna...
Qui
resteremo. Nelle lente sere
passeggeremo soli lungo gli ampi
filari, mentre fievole sui campi
morirˆ l'eco delle sonagliere...
PerchŽ
m'illudi, tenero e supremo
sogno di pace e di malinconia?
Domani sentir˜ la nostalgia
delle cittˆ lontane. E partiremo!
______________
Con il richiamo alla Natura, ecco poi lÕinvocazione
alla Musa, che, tuttavia, non � pi� quella della beata giovinezza.
- Musa
O
mia povera Musa, / venivi allÕimprovviso
col tuo dolce sorriso /di
giovinetta illusa;
baciavi sulla
gota /il pellegrino stanco,
gli camminavi a fianco /lungo la strada ignota.
Stavi
col suo dolore /come una pia sorella,
quando nella sua cella /il livido chiarore
dÕunÕalba fredda e infausta
/lo trovava spettrale,
curvo sul capezzale /della sua fede esausta.
Poi
lÕanima smarrita /cerc˜ conforto altrove,
chiese lusinghe nuove /alla fuggente vitaÉ
Oggi
ho nel cuore insonne /non so qual tedio amaro;
e tutto odio: il danaro,
/la poesia, le donne.
Il
tempo mi solfeggia / una spietata fuga;
giˆ qualche lieve ruga /pel volto mi serpeggia ;
lÕonta della calvizie /la
mia chioma minacciaÉ
Ah, corsi di te in traccia, /chiesi di te notizie,
per ritrovar me stesso,
/trovando te! Lontano
ti ricercai, ma invano, /invano, invanoÉ Adesso,
io, fra la gente seria,
/vivacchio alla giornata;
in cenci, abbandonata, /spinta dalla miseria
obliqua, che
disanima /le derelitte fedi,
tu batti i marciapiedi /nei vicoli dellÕanima!
.
Ma – a
riaccendere entusiasmo e a fare tornar la speranza – non cÕ�, nŽ pu˜
esserci, che un unico amore, un solo sentimento – che non conosce
ostacoli – e per cui non ci sono barriere; il pi� bello, il pi� sacro:
lÕamore ÇmaternoÈ! E son versi dolcissimi, per i quali non occorre
essere Poeti!
- Il mio bambino
Quando
bacio sul volto il mio bambino
ed egli mi sorride e m'accarezza,
io capisco perchŽ tanta dolcezza
si spande dalla luce del mattino.
Mi
parla, e so perchŽ tanta beata
musica � nelle foglie e perchŽ l'onde
sussurran melodie cos“ profonde
al cuore della terra trasognata;
e capisco perchŽ la
primavera
� cos“ bella e perchŽ c'�, nel sole,
tanto calore e nelle mie parole,
talvolta, tanta musica leggera.
E
so da dove giunga alle sue ciglia
il sonno: da un fantastico villaggio
di fate azzurre, dove un dolce maggio
canta la sua divina meraviglia.
Non
�, il suo mondo, che una fresca gloria
di sogni: sulla via dei suoi pensieri
passan cantando alati messaggeri
di re sublimi, che non hanno storia.
Per
ore ed ore, su una spiaggia estiva
pu˜ trastullarsi, pensieroso e grave,
con un fuscello, in cui vede una nave,
che solca mari che non hanno riva.
Per
il mio bimbo, il tenebroso mare,
dov'io cerco con ansia sotto l'onde
il tesoro promesso, non
nasconde
che ceruli sorrisi e nenie care.
E
s'egli piange - piange, anche, se accada
che una spina lo punga - � cos“ lieve,
per˜, quel pianto: � come il sogno breve
d'un mattino bagnato di rugiada...
O
bimbi, aurore nitide e fugaci,
sola beltˆ del giorno della vita,
bimbi, che offrite al mondo che v'invita
l'anima inconscia e la boccuccia ai baci;
per cui si trovan facili e divine
menzogne, nŽ mistero � nelle stelle;
per cui le cose pi� geniali e belle
son le farfalle, i fiori e le mammine,
sembran
vuote le case ove gli amori
non benedite voi: le avvolge un velo
di lutto e di tristezza, come un cielo
senza stelle, un giardino senza fiori... . . . . .
__________
Intanto, la ÇRuota
del TempoÈ continua a scorrere inesorabile, tracimando uomini e cose, e un
Poeta – e il Nostro lo � indubbiamente,–
non pu˜ non coglierne il senso.
Ci troviamo, cos“, incatenati tra il ÇCarpe diemÈ di oraziana memoria ed una sorta di ÇTempo PerdutoÈ alla Proust.
La ricerca di
Proust, tuttavia – almeno allÕinizio - � anche speranza e promessa di
felicitˆ, cosa che, purtroppo, non riusciamo a cogliere in questo sonetto:
- Il
tesoro
PerchŽ, perchŽ nella snervante attesa
d'un sovrumano giorno, d'un'aurora
che non sorgerˆ mai, non ho compresa
la bellezza indicibile dell'ora
che fugace
passava? E si scolora
la dolce giovinezza, ah vilipesa,
non vista! E giˆ, nel cuor che si disfiora,
l'incubo della grande ombra mi pesa.
Sento quasi sfuggir dalle mie dita
il tesoro dolcissimo e stupendo
che per due volte non dˆ mai la vita;
e sulla mano
ch'oggi avida tendo,
non cade che una foglia inaridita
dai primi geli e che alla terra rendo.
Per non farci vincere
dalla nostalgia e dal pessimismo – sempre presenti, nonostante le
apparenze –, torniamo, allora, allo scanzonato e originale umorismo di
questo grande Poeta meridionale, che ci rivela, sorridendo – come
cennammo – quanto si pu˜ ricavare (stima
anni Trenta) dalÉ cadavere di ciascuno:
- Il corpo
umano
Ecco
un'analisi / non troppo amena,
che ha fatto un macabro / dottore a Jena:
preso un
cadavere, / l'ha decomposto,
con molto scrupolo / stimando il costo.
L'ossa forniscono / tanta calcina
dal far l'intonaco / d'una cucina,
e si ricupera / tanta
grafite
da far al massimo / cento matite.
I
grassi abbondano / - strano contrasto! -
pure in chi � solito / saltare il pasto.
Da tutto il fosforo, /
piedi compresi,
al pi� ci scappano / mille svedesi,
mentre distillasi / dal corpo vile
d'acquaÉpotabile / tutto un barile.
Il ferro � in minime /
tracce, di modo
che non ci fabbrichi / neppure un chiodo:
fatto stranissimo / perchŽ da vivi
di chiodi, in genere, / non siamo privi.
Ma ci˜ che supera / le
previsioni
pi�
catastrofiche / sono i bottoni;
ne ottieni un numero / fenomenale,
s“ che un legittimo / dubbio t'assale:
fece l'analisi / quell'alchimista
sopra lo scheletro / d'un giornalista?
Volendo
vendere / questi elementi
ai poco modici / prezzi correnti,
ci si ricavano / venti
lirette:
alcune scatole / di sigarette!
Che
cifra misera! / Solo conforto,
se si considera / che l'uomo morto,
oscuro o
celebre, / ricco o pezzente,
sciocco o filosofo, / vale ugualmente.
Ed
� ridicolo, / in fondo in fondo,
che, mentre vivono / su questo mondo,
si dian
cert'arie / tanti mortali,
se poi gli scheletri / son
tutti uguali!
______________
A bilanciare la valutazione di cotanto
esperto, ci sia consentito, per˜, chiudere con la pagina dÕautentica Poesia,
con cui lÕAutore licenzi˜ il secondo volume della sua CHIMICA ORGANICA (Versi Bi-distllati - 1929) quando chi scrive, si affacciava alla
vita, in un mondo che, anchÕegli ormai, non sente pi� suo.
- CONGEDO
A che tentai la chimica snervante,
le formule accordando su la cetra?
Speravo forse di trovar la pietra
filosofale? di scoprir diamante?
Diamante mi son gli occhi delle belle
innamorate: inutile tesoro,
che mi sorride e non mi tenta! E l'oro...
Conosco solo l'oro delle stelle,
che troppo � lungi per i miei bisogni!
E l'anima soltanto se ne sazia,
se in cerca di fantasimi si spazia
pei cieli, nelle notti dei miei sogniÉ
Quanti veleni studiai profonda-
mente! E un veleno non ho mai trovato
che uccida il dubbio, o un solo preparato
che ossigeni la fede moribonda.
Chimica astrusa, dunque, a che mi servi?...
Glielo dicevo: - Babbo, ve lo giuro,
perdo quattr'anni... - Almeno, il tuo bromuro
fosse capace di calmarmi i nervi!
Ah via, provette ed acidi! Via, via,
arida scienza! E lasciami
soltanto
un bel crogiuolo, ch'io vi
fonda in canto
il piombo della mia malinconia!... .
________
2 Parte - A PROPOSITO DI CAVALIERE
Dopo avere
– nella prima parte –
introdotto il discorso su questo eccezionale e colto Poeta del nostro tempo, mi
piace ricordare come Alberto Cavaliere
non rappresenti per me la scoperta di oggi, poichŽ (pur non avendo avuto la fortuna di conoscerlo di persona) ne ho apprezzato
il valore e la vena umoristica sin dagli Anni Cinquanta, quando un amico di
famiglia mi mostr˜ la sua Çchimica in versiÈ,
lasciandomi oltremodo ammirato e attratto dallÕoriginale lavoro.
Continuai a
seguirlo dalle riviste sulle quali scriveva; e ricordo ancora quando – al
grido di ÒPape Satˆn, Pape SatˆnÓ– fece dire
a Sommo Padre Dante (indignato per
lÕattentato al suo monumento in quel di Trento) che forse sarebbe stato
meglio fare il ÇterzinoÈ (di Calcio)
anzichŽ scrivere la ÇCommedia in Terzine È;
o quando, nel 1958 – anno di ÒVolareÓ
e della ÒLegge MerlinÓ –
scrivendo delle pi� belle ÇPAROLE BELLEÈ,
fece rivelare da Modugno il segreto del suo successo (prendendo il popolo ÉÇpei fondelli BluÈ),
mentre evidenziava le perplessitˆ di ÇUna
di quelleÈ su come avrebbe potuto vivere in avvenire, costretta dalla legge
al culto della bellissima ÇCastitˆÈ.
La vita, poi,
mi port˜ altrove: impiego, lavoro, famiglia, con tutte
le implicazioni connesse. Alberto Cavaliere sembr˜, cos“, cancellarsi nella
memoria, fino a quando – raggiunta la sospirata pensione – potei
riappropriarmi di tutto il mio tempo e tornare, finalmente libero, alle
occupazioni di un tempo.
A quel punto, il progresso tecnologico,
lÕInformatica e le infinite risorse di Internet resero accessibile lÕimponente
produzione del Nostro, finito tragicamente, come detto, nellÕottobre del
Oltre a ÒLA CHIMICA IN VERSIÓ (Inorganica
del 1921 e Organica del 1929) ecco, cos“, tante altre belle creazioni, che
– grazie alla paziente sagacia di qualche fedele cultore [1]– ho potuto,
finalmente, anchÕio conoscere ed apprezzare.
E – dato che dovere del ricercatore � anche quello di far godere
dei tesori scoperti – ne rendo volentieri partecipe chi avrˆ la voglia e
la pazienza di leggermi.
* * *
Tra le numerose pubblicazioni di questo
grande Poeta, mi � capitato, tra lÕaltro, ÒLA PAROLA A
ALBERTO CAVALIEREÓ
Da che mondo � mondo ci si affanna a
sostenere che la VERITAÕ deve essere ÒRegolaÓ dellÕumana convivenza, e tutti
gli studi – giuridici e non – tendono a confermare lÕassunto.
La stessa fonte dellÕÇUmana GiustiziaÈ � basata sulla Çricerca della veritˆÈ: la funzione del ÇGiudiceÈ trova la ragione dÕessere
proprio in tale ÇricercaÈ; chi non
dichiara la veritˆ � ÇmendaceÈ,
condannato a ÇpenaÈ,
sovente da scontare in galera.
Chi scrive –
per conseguir la sua laurea – discusse, molti anni or sono, proprio della
ÇFalsa
testimonianzaÈ in Diritto Penale.
Pirandello ne fece
argomento di una nota commedia,[2] secondo
cui essa ha sfaccettature non sempre facilmente identificabili. E lo stesso
Manzoni soleva affermare che la Veritˆ non sta mai da una parte sola, atteso
che ciascuno va sventolando la parte, che possiede.
Alberto Cavaliere ci offre addirittura lÕElogio
Della Bugia: nŽ possiamo prendercela con lui, se molte barzellette
sono basate sulla raccomandazione ai bambini di Òdire sempre la veritˆÓ quando – poi – noi grandi veniamo
puntualmente colti inÉ flagrante proprio da loro. Trilussa ne ricava,
addirittura, una specie di arlecchinata [3], molto gustosa e
significante.
Cavaliere
prende spunto dallÕusanza dÕindire ogni anno a Chicago un congresso per
conferire.
- Éa qualche
illustre fesso
il titolo di re: Çre dei bugiardi
È.
Non � uno scherzo, oh no! Gli Americani
valorizzan cos“ quella menzogna
che i benpensanti mettono alla gogna,
ma ch'� alla base dei rapporti umani.
é questa la virt�
fondamentale
che, con la facoltˆ della parola,
il sommo Dio, che affanna e che
consola,
conceder volle al misero mortale.
Ed,
appartiene, Çla virt� ch'io lodoÈ,
soltanto a noi: la bestia non mentisce
(ed � forse per
questo che finisce
cos“ spesso al macello o in
malo modo !...)
Mentre la veritˆ
semplice e nuda,
senza un ricamo, senza una
cornice,
pesa ed opprime, l'uomo � pi�
felice
quando pietosa una bugia lo illuda.
E se la farsa umana, arida e trita,
non conoscesse questa scappatoia,
non sarebbe
soltanto una gran noia,
ma addirittura un baratro la vita.
Che... buio e che silenzio in un salotto,
bandendo dai discorsi ogni bugia !
Vada all'inferno la diplomazia!
I giornalisti facciano fagotto!
E irreparabilmente, in un baleno,
anneghi il furbo, che rimane a galla
solamente cos“, perchŽ le sballa
meglio degli altri; chŽ, chi pi� chi meno,
le sballan tutti, e
l'uomo di parola,
il puritano austero ed impettito,
quando sostiene: Ç Non ho mai mentito È,
mentisce in quel momento per la gola.
Immaginate la tragedia immensa
di un infelice, che si veda spinto,
sotto l'impulso di un malvagio istinto,
a spifferare tutto ci˜ che pensa;
o di una donna, che non possa fare
affidamento sulla fantasia,
per cui, grazie a una piccola bugia,
regna la pace intorno al focolare!...
S'evitan tanti guai quando si sa
cacciare una bugia dove bisogna.
Sia benedetta, dunque, la menzogna,
ch'� la salvezza dell'umanitˆ.
* * *
Insieme a questo elogio, ecco
ancora ÇchiccheÈ di varia natura,
come lÕINNO AL GRANO, lÕINNO ALLE MOSCHE e LA VERITAÕ SULLE FORMICHE: non tanto bizzarri,
tuttavia, se si considerano senza pregiudizi.
Dinanzi alla
prospettiva che il Progresso possa
portare alla sostituzione del cibo con Çpillole
nutritiveÈ, lÕAutore leva, poi, la sua voce a celebrare il Çdivino chiccoÈ, che
da sempre sfama con successo lÕUmanitˆ.
- Cos“, nellÕ inno al grano:
Le arcane pillole /dell'avvenire
saranno comode, /non c'� che dire,
ma certo il
vivere /sarˆ un mortorio...
Al malinconico /laboratorio,
che un
commestibile /piuttosto gramo
promette ai posteri, /noi preferiamo
questo miracolo
/biondo e sublime,
che dai suoi visceri /la terra esprime:
potenza mistica, /seme fecondo,
eterna ed unica /leva del mondo!
Sogno dell'umile, /gioia del ricco,
poema magico /chiuso in un chicco, (che)
Écon metamorfosi /strane dispensa
i pi� gradevoli /doni alla mensa:
Dalla domestica /plebea lasagna
all'oligarchico /pane
di Spagna.
Da te
provengono / quegli spaghetti
che sono l'incubo /di Marinetti;
dal genio candido /della farina,
- di te, purissimo, /figlia divina –
Nasce col lievito /quella
pagnotta
per cui si tribola, /per cui si lottano
solleva subito /le fronti stanche;
sereni gli uomini /rende, quand'anche
rinunziar debbano,
/o bene o male,
al companatico /dell'ideale.
* * *
Dopo il panegirico a questo vitale
prodotto, con lÕinno alle mosche,
ritroviamo il mattacchione di sempre, capace di comporre versi di un
lirismo assoluto, ma che non rinuncia alla sua satira gustosa, appena se ne
presenta lÕoccasione:
- Quando col sole e le margheritine
la nuova primavera il cuor ci allieta,
s'affretta a salutare ogni poeta
le vecchie rondinelle pellegrineÉ.
Ma se, finite le giornate fosche
del lungo inverno, spensierate e snelle
tornan dal mar le dolci rondinelle,
nel giugno, invece, tornano le mosche.
Ebbene, non un canto, non un'ode
all'importante d“ttero, all'araldo
dell'estate ingannevole, del caldo,
di cui l'umanitˆ, sbuffando, gode!
Riparo
all'ingiustizia ed in sordina
gli rivolgo il mio canto e il mio pensiero
ben ritornato dittero leggero
ben ritornata, mosca pellegrina.
Giunta da
dove? Ti ritrovo, a un tratto,
ronzante ai vetri della mia finestra,
o naufraga in un piatto di minestra,
che rimando in cucina esterrefatto.
ÉSalti al naso dell'uomo pi� irascibile,
assaggi tutto, voli in ogni parte,
sui quadri, sulle stoffe, sulle
carte,
lasciando la tua cifra inconfondibile.
E se le rondinelle in primavera
portan la loro grazia e i loro trilli,
porti anche tu qualcosa: i
tuoi bacilli;
porti il tifo, il carbonchio ed il colera.
E mentre scrivo, il tuo ronzio di sfida
volteggia audace intorno alle mie mani.
Salve, gentile dittero !... Domani
acquister˜ la carta moschicida.
______________
Quale Uomo di scienza – nel
lodevole intento di far luce su tante false convinzioni –, ecco, poi, cosa
rivela, dopo millenni di menzogne e di fantasie:
-
Fra le massime pi� antiche, /una, alquanto singolare,
ci esortava ad imitare /le saggissime formiche.
Tutte dedite al lavoro, /silenziose ed
ordinate,
le formiche fan tesoro /dei bei giorni dell'estate;
con tenacia eccezionale /si provvedon per
l'inverno,
noncuranti dello scherno /delle querule cicale,
non corrose dalla tabe /della subdola ambizione:
tutte queste erano fiabe /che beveva il credulone ;
perchŽ adesso, se Dio vuole, /un
filosofo scienziato
finalmente ha smascherato /queste ipocrite bestiole.
L'uguaglianza del lavoro? /Se coi metodi pi� ignavi
incoraggian
fra di loro /il commercio degli schiaviÉ
é un ammasso d'usuraie, /di predoni
delinquenti,
di regine prepotenti /che divoran le operaie.
Han le
leggi pi� immorali, /pi� malefiche, pi� storte:
senza tanti tribunali, / la ragione �
del pi� forte
e gli aculei pi� potenti, /le mandibole pi� salde
han diritto a celle calde /ed a cibi succulenti.
Dˆn la
caccia ad un insetto,/che secerne un succo immite
ch'ha su lor lo stesso effetto /che sull'uomo ha l'acquavite:
con ignobili mercati, /qualche volta, al
produttore
del terribile liquore /dˆnno in cambio i propri nati.
NŽ per esse il troppo stroppia: /in moltissime trib�,
una femmina s'accoppia
/con sei maschi ed anche pi�;
ed in barba alla morale /certi comodi
mariti,
pur di fare i parassiti, /incoraggiano il rivale...
Sono poi cos“ voraci /e tra lor cos“
nemiche,
che talvolta son capaci /di mangiarsi tra formiche,
cos“ forte � l'odio!... E poi /si
vorrebbe che la gente
le imitasse ! Ma � evidente: /le
formiche imitan noiÉ
* * *
Appartiene alle ÇSatire
politicheÈ lÕELOGIO DELL'IGNORANZA – del
1926 –, con la gustosa e tragica carica umoristica,
destinata allÕepoca in cui fu composta.
Qui, ce nÕ� per tutti:
per il filosofo Benedetto Croce, per il gerarca Roberto Farinacci – al tempo
segretario del Partito Nazionale Fascista – e per lo stesso Duce, reo di
avere limitato troppo
- Ho ascoltato un discorsone /che mi ha molto entusiasmato:
Benedetto � liquidato /con
l'astrusa erudizione.
E sentendomi
giocondo, /spiritoso e intransigente,
lodar voglio
apertamente /tutti gli asini del
mondo.
Il padrone [4] ci ha avvertiti, /con la solita
burbanza,
che
l'Italia n'ha abbastanza /di filosofi
eruditi:
per l'impero degli stracci /basterˆ pi�
che ad usura
la dinamica
cultura /del guerriero Farinacci. [É]
Viva il duce tutto
far /che i filosofi non vuole!
Se abolissimo le
scuole, /come usavano gli zar?
ChŽ
se, quando lo s'imbroglia, /l'ignorante non
capisce,
non appena
s'erudisce, /mangia subito la foglia
e,
per legge, a perdifiato /pur gridando
contro Croce,
dirˆ, forse, sottovoce: /- Mussolini m'ha fregato!
______________
Da Çincontri
con gli eroi del nostro tempoÈ, consideriamo, ora, la pietosa descrizione
de
Il Pensionato Statale:
- L'ho incontrato ai Giardini. Era un omino
pallido, smunto, con lo sguardo assente;
attraverso
il vestito trasparente
gli si contavan l'ossa, poverino.
Magro, sparuto; ai piedi (o mi sembr˜?)
aveva le ciabatte di Charlot.
Dapprima mi guard˜ con diffidenza,
quando gli dissi ch'ero un giornalista;
ma dopo mi
concesse un'intervista,
dicendomi: ÇSia breve, abbia pazienza;
ho poche forze ed il parlar mi nuoce,
per cui mi tocca risparmiar la voce È.
Mi chinai su di lui rabbrividendo:
sentiva di cadavere... In un soffio:
ÇIo son È, mi
disse, Çil cavalier Scartoffio,
pensionato
statale È. ÇOra comprendo! È:
gli strinsi con la massima cautela
la mano, gialla come una candela.
ÇE dica, come mai non � ancor morto?È.
ÇChe cosa vuole! Il caro-funerale...È.
ÇE come passa il tempo?È. ÇIn
generale,
leggo il Conte Ugolino e
mi conforto;
pensi che, nonostante
i miei sbadigli,
non ho mangiato ancor nipoti e figli!È.
ÇUna gran forza d'animo la sua!
Si parla dei digiuni memorandi
fatti dalla buon'anima di Gandhi,
che al suo confronto � stato un Gargantua...È
Gli chiesi: ÇPosso offrirle uno
spuntino?È.
ÇGrazie, ier l'altro ho preso un cappuccinoÈ.
ÇCi facciamo due passi?È, ÇEÕuna parola,
caro signore!È. ÇE dica, in che partito
milita?È. Apr“ le labbra il denutrito,
ma la risposta, ohim�, gli mori in gola,
e per farsi capir pur senza voce,
tracci˜
nell'aria il segno d'una croce.
ÇOra
spira! È, pensai; ma
in quel momento,
vedendo un gruppo d'uomini ribelli
che passavan di lˆ con
dei cartelli,
ÇPace e giustiziaÈ,
ÇAlloggio e
nutrimentoÈ,
ÇIl pane ai pensionatiÈ e
cosi via,
In
lui si ridest˜ qualche energia.
Si scosse dai suoi squallidi
pensieri:
ÇPresto, m'aiuti a sollevar le braccia!È.
L'aiutai: fece un gesto di minaccia:
ÇAssassini!È, grid˜. ÇFilibustieri!
Nemici delle patrie istituzioni!
Porci ! Venduti!È, e
cadde gi� bocconi.
* * *
A
ÇINCONTRI CON GLI EROI DEL
TEMPO ANTICOÈ, in sesta rima, e a ÇSOSTE
DEL VAGABONDOÈ appartengono Amleto, Otello, I
Promessi Sposi e Madama Butterfly,
trascurando ÒLa Signora delle camelieÓ, ÒIliadeÓ, ÒDante
e BeatriceÓ, ÒFrancesca da RiminiÓ,
ÒDon ChisciotteÓ, ÒTartarino di TarasconaÓ,
ÒI dolori del Giovane WertherÓ, ÒVentimila Leghe sotto i mariÓ, ÒRobinson Cruso�Ó,
ÒToscaÓ e ÒBoh�meÓ, le quali – pur riproducendo, fedeli, le
trame dei romanzi e delle opere cui sono ispirati – non presentano
considerazioni particolarmente degne dÕessere citate.
- Cominciamo, cos“, da amleto:
Un giorno Amleto nel
suo castello
vede
lo spettro del padre amato,
che
gli rivela: ÇM'ha avvelenato
quel farabutto di mio fratelloÉÈ
Nel dolce cuore del giovanettoÉ,
un
dubbio atroce gli cova in petto;
ed
egli insorge contro ogni affetto,
spregia
la gloria, sdegna l'amore.
Simula pure dinanzi a Ofelia,
la
pia fanciulla che ha tanto amata.
Quando la incontra
sulla sua via,
la tratta solo a teschi in facciaÉ
Il fosco prence le ammazza il padre,
gran ciambellano del Re suo zio;
e l'orfanella, giˆ
senza madre,
si getta in acqua volando a Dio.
Amleto (ESSERE oppur NON ESSERE?)
nell'incertezza trafigge tutti;
Nel cimitero poi si
diverte
a
intervistare l'affossatore,
fra
un brano e l'altro, fredda Laerte;
il
Re s'abbatte; lui stesso muore;
l'iniqua
madre rimane inerte ...
Si salva il solo suggeritore.
Dopo che
Otello - regolarmente –
dom˜ l'orgoglio del
mussulmano,
fu
dal Senato repubblicano
mandato
a Cipro come reggente.
Cassio era il fido
luogotenente,
Jago l'alfiere del capitano,
[É]
Jago era uomo pieno di fiele,
che
odiava il capo, nonchŽ il compagno,
e
che credeva, bieco e grifagno,
nella
potenza d'un dio crudele, [É]
Tolse a Desdemona un fazzoletto
che
il nero sposo le avea donato,
e fece in modo
che poi trovato
fosse di Cassio vicino al letto: [É]
E in una notte di
frenesia
il
cimitero si popol˜;
la
sposa disse l'Avemaria,
lui col guanciale la soffoc˜
(che brutta cosa la
gelosia!):
ÇCome
sei pallida!È, indi esclam˜
Ma
quando seppe del vil
tranello,
le
pie memorie fra sŽ rivisse,
maled“ Jago,
poi si trafisse
presso
l'amata, con un coltello.
Io penso adesso: se a causa, solo,
d'un fazzoletto sia pur di pregio,
uno commette tal
sacrilegio
pei
bassi intrighi d'un tristanzuolo,
sterminerebbe, per un lenzuolo,
di giovinette
tutto un collegio.
- Veniamo, ora, a i promessi sposi:
EÕ un maestoso romanzo-fiume
che - son
giˆ cento vent'anni buoni
scrisse, non
privo d'un certo acume,
il
milanese Sandro Manzoni.
La sua sfortuna fu questa sola:
ch'esso divenne libro di scuola,
Ebbe un successo
stupefacente:
oggi non restan che pochi brani,
sia
per il fatto che ormai la gente
legge
soltanto gli americani,
sia perchŽ il frutto d'una morale
che al tempo
nostro s'adatta male.
Quanti fastidi,
Lucia Mondella,
pur
di sposare quel tessitore!
Tutto, vezzosa
contadinella,
perchŽ
facesti gola a un signore,
che disse a
un prete poco esemplare:
ÇQuel matrimonio non s'ha
da fare È.
Sfuggita al bruto che
ti voleva,
ti rifugiasti presso una suora,
che,
sciagurata, se l'intendeva
coi pi�
famosi gangsters d'allora:
fosti
rapita (quanti spaventi!)
da
una masnada di malviventi.
Chiusa dapprima
dentro un castello,
dopo trionfasti, come si sa,
solo
assistita da un fraticello
e
dalla fede nell'onestˆ,
e desti a Renzo
saggi consigli,
la pace e, credo, dodici figli.
Se al giorno d'oggi
tu fossi il sogno
od il
capriccio d'un don Rodrigo,
oh,
non avrebbe, costui, bisogno
d'architettare
quel bell'intrigo,
mettendo
in mezzo l'Innominato,
che
farˆ ammenda del suo passato.
Ma ti direbbe,
semplicemente:/
ÇHo un palazzotto ch'�
un vero amore:
vieni
a trovarmi, senza dir niente
nŽ
al Tramaglino nŽ al confessore.
Cosa vuoi farne di
quel plebeo,
che non pu˜
darti l'Alfa Romeo?
Aver gioielli,
pellicce, vesti,
villa
sul lago, cambiar destino...
Lucia Mondella, tu
pianteresti
quello spiantato di Tramaglino;
a don Rodrigo
diresti: Ç Si È ,
ed il romanzo
morrebbe qui.
- madama butterfly – che a Puccini ispir˜ una delle sue
Opere pi� commoventi (basti per tutti il famoso ÇCoro a bocca chiusaÈ) –
�, poi, certamente ÇantiamericanaÈ,
anche se le promesse dei marinai sono, in fondo, le stesse sotto qualsiasi
bandiera:
Un ufficiale della Marina
americana,
molto gioviale,
sogna una bella
giapponesina
diciassettenne,
sentimentale.
Un Çparaninfo È gliela
combina:
segue
un'allegra festa nuziale.
Ella rinnega per lui,
serena,
l'antica fede dei samurai;
per˜ lui
parte: ÇMi rivedrai,
o mogliettina,
fior di verbenaÉÈ.
Ma
i giuramenti dei marinai
son
frasi scritte sopra la rena [É]
Un d“, ritorna la bella nave,
su
cui c'� l'uomo del suo destino:
ella lo attende
col suo bambino
e col suo
canto triste e soave;
teso
lo sguardo, di sonno grave,
attende
invano fino al mattino.
Dopo una notte tutta
sospiri,
esulcerata dall'abbandono,
avvolto
il corpo del suo kimono,
la sventurata fa karakiri.
Gli americani (niente
di buono!)
giocano sempre dei brutti tiri...
Possiamo trarne
questa morale:
per
quanto ricco come re Mida,
per quanto sembri
che vi sorrida,
l'americano
vi concia male.
Attento, Alcide [5], chŽ in generale
fa karakiri chi
a lui s'affida!
______________
Da Çtelecronache rimateÈ, Edizione Rai del
1956, ecco ancora altri ÇElogiÈ ed ÇInniÈ, non
tutti, per˜, decisamente in chiave umoristica.
- Come ne l'elogio
del cane
Non amo quelle sterili signore
che si stringono
al seno un cagnolino [É]
e, se ne han due, per
colmo d'idiozia
dicon come Cornelia: ÇI miei gioielliÈ.
Ma lodo il cane serio, che s'impone
per fedeltˆ, per fiuto e per bravura:
� quello che nel libro di lettura
moriva sulla tomba del padrone; [É]
Che, dalla pi� remota antichitˆ,
se il classico somaro, ottima bestia,
invent˜ la pazienza e la modestia,
fu il cane ad inventar la fedeltˆ.
Noi, fatalmente pessimi fedeli,
siamo dei suoi mediocri imitatori
e invano per lo pi�, vecchi impostori,
giuriamo fedeltˆ sugli evangeli. [É]
No, no, son bravi i cani: hanno del cuore,
conoscon la virt� del sacrificio.
Non dar˜ mai del "cane" a un capo-ufficio,
non dar˜ mai del "cane" a un creditore.
- Quindi,
lÕinno al cavallo: [É]
Éche fra le bestie /fu la pi� nobile,
mentrÕoggi � vittima /dellÕautomobile. [É]
Éladdove lÕasino
/va sempre avanti
e non cÕ�
macchina /che lo soppiantiÉ [É]
oggi
sÕannovera /fra le anticaglie,
lungi alla polvere /delle battaglie. [É]
oggi, col brivido / dellÕautostrada,
chi pi� lo calcola? /chi pi� gli bada?
Trascina al
massimo, /sparuta rozza,
qualche superstite /vecchia carrozza,
e spesso,
allÕangolo /di qualche piazza,
fa dire al pubblico: /Ç Ora stramazza!È [É]
Con tanti triboli,
/senza rancore,
pur se cadavere /lÕavrˆ il trattore
(che,
proclamandolo /carne di manzo,
con vaghi intingoli /lo serve a pranzo), [É]
Ma
benemerito /sopra ogni cosa,
perchŽ in unÕepoca /calamitosa,
mediante un
numero /tirato a sorte,
esso pu˜ schiuderti /tutte le porte
ed in un
attimo /fa ricco un uomo,
correndo rapido /su un ippodromo.
Perci˜
benevolo /verso il cavallo,
lÕuomo suol
metterlo /sul piedistallo
* * *
- Nella serenata
all'oscuro "girinoÓ elogia infine,, nelle corse ciclistiche,
lÕopera meritoria del ÇgregarioÈ, che
definisce Çultimo Don Chisciotte in mutandineÈ.
- Ne
l'addio alla vita si occupa di unÕaltra
americanata, anche se, questa volta, non � da eleggere nessun Çemerito fessoÈ.
Un gentiluomo americano, Mr. Bradley,
colpito da un tumore che in pochi giorni lo porterˆ alla tomba, invita gli
amici a banchetto per festeggiare il suo congedo dalla vita:
Bradley, v'ammiro. ÇOrmai, siete spacciato È,
il dottor Grey vi disse una
mattina. [É]
Quanti giorni di vita? È Ç Una diecina, [É] .
E' inutile che pianga e che mi prostri È,
vi rassegnaste; ed
invitaste i vostri
centocinquanta amici ad un
banchetto. [É]
E mangiaste, e beveste, ed evocaste
le donne amate e l'ultima
partita
di poker. Dalla tavola fiorita
poi prendeste una rosa e
l'odoraste: [É]
V'ammiro, ve
l'ho detto e lo ripeto:
se fossi come voi, senza
esitare,
imiterei quel gesto singolare,
salvo che in un dettaglio un
po' indiscreto;
perchŽ
voi concludeste: ÇE sono lieto
che non
lascio un sol debitoÈ. Vi pare?...
Invece, io no. Nell'ultimo discorso, [É]
concluderei
per˜, senza rimorso:
Ç E condoglianze ai creditori miei È.
* * *
- il babbo scolaro,
invece, sa tanto di ÇLibro CuoreÈ: un
vecchio contadino analfabeta frequenta la scuola serale, dove ha per maestra la
propria figlia: [É]
Lo
studio a quell'etˆ, che sfacchinata!
Quattro
per quattro... venti. E lei perdona:
perchŽ la maestrina �
assai discreta,
E quando la lezione � poi finita,
sa che il suo caro e vecchio analfabeta
ridiventa maestro della vita.
- In lettera di Pierino ritorna
assillante – come evidenziato nella prima parte – la preoccupazione
per il pericolo nucleare che, ai
tempi del Nostro, era maggiormente sentito e paventato:
Pierino il compito /non vuol
pi� fare;
la bomba
atomica /lo fa tremare.
E in una lettera /scritta da
amico
al potentissimo /signor Enrico
- che dell'America /� il Presidente -
questo pericolo /gli fa presente:
ÇVede, illustrissimo, /io son
qui, chino
sugli arzigogoli /del mio latino,
ma mi disanima /questo pensiero,
terrorizzandomi /pi� d'uno zero:
che
come un fulmine / la bomba,
esplosa,
distrugga l'ultima /ÉÓrosa la
rosaÓ.
Tutti conoscono /la
geografia
quanto barbifera /purtroppo sia:
io di
moltissime /cittˆ importanti
imparo il numero /degli
abitanti; [É]
É se quella pillola /le pu˜ annientare,
� pi� che inutile /starle
a studiare. [É]
Éfaccia che i posteri / - se vi
saranno -
studiar
non debbano / il giorno e l'anno
in
cui l'orribile / bomba guerriera
ridusse in polvere /
la terra intiera!È [É]
Éfate che bastino / lance e mitraglie,
se inevitabili / son le
battaglie,
ma che, con
opera / molto assennata,
la bomba atomica / sia
liquidata.
* * *
Atteso che il Nostro � anzitutto ÒPoetaÓ
godiamoci, finalmente a questo punto, qualche sua bellissima creazione, degna
di essere tolta allÕ oblio, iniziando da due liriche
piene di nostalgia e di rimpianto, sospese tra ricordi del passato ed esigenze
del Progresso, che non sempre si dimostra, poi, essere tale.
- La prima � dedicata a Cittanova, in Calabria, suo paese natale,
non scevra, tuttavia, di qualcheÉ polemica allusione:
Mi piace Cittanova, il mio paese;
che vedo ormai soltanto in
cartolina:
una ridente e mite cittadina,
alla buona, cos“, senza pretese;
Tanto che ancor (pur se giˆ comincia
ad avere un ginnasio, a quel che sento)
non s'� rivolta anch'essa al Parlamento
per esser capoluogo di provincia.
Fra distese di
vigne, d'uliveti,
e d'orti dai balsamici profumi
essa produce vino, olio ed agrumi
avvocati, filosofi e poeti.
E il buon sole
d'Attica � ancor vivo
fra la sua gente estrosa e scanzonata
che
saggiamente vive alla giornata
in un mondo tranquillo e primitivo.
E spesso per le strade di Milano
fra turbe serie, indaffarate ed arcigne
io penso a quella gente e a quelle vigne
come ad un sogno placido e lontano.
E salgo verso Zomaro; l'Incudine
selvaggia mi sorride all'improvviso...
Se qualche volta sogno un paradiso
� il paradiso della solitudine.
Ed � perci˜ che dopo quarant'anni
di tanto in tanto, medito il ritorno
pur se non trover˜, tornando un giorno,
la mamma, il babbo ed il vecchio zio Giovanni.....
* * *
Nel ricordo dei luoghi dellÕinfanzia, la
mente corre al vecchio Pianoforte, non pi� ÇcoltivatoÈ dalle
giovanette di buona famiglia (come sua
sorella e sua madre), destinato diventare, a breve, preda delle tarme:
- La radio
suona: musiche leggiadre,
cupi boati, sibili di vento...
Il pianoforte � l“, muto e sgomento,
quello sul quale, un di, suon˜ mia madre
ed il cui noto accordo mi portava
fra le accoglienti braccia di Morfeo
povero pianoforte, in un museo
t'attende il clavicembalo dell'ava!
E s“ che nei salotti eri il sovrano,
quand'era, il pianoforte con la coda,
una necessitˆ, pi� che una moda,
come il letto, l'armadio, il canterano!
Venivano gli amici, i conoscenti;
e la mamma orgogliosa: - é tanto brava ! -
La sorellina, allor, ci deliziava
con una suonatina di Clementi.
Ma era bello veder sulla tastiera
correr due bianche mani, e una figura
snella curvarsi sulla partitura
in un atteggiamento di maniera.
Le giovinette ormai sono educate
con nuovi gusti e nuovi intendimenti
le care suonatine di
Clementi
sbadiglian sul coperchio, impolverate...
La radio suona. Il magico artificio
diffonde le sue note per la stanza
fra un discorso erudito e una romanza,
sa consigliarci pure un dentifricio.
Tu sei rimasto qui, vivo contrasto
con quanto ti circonda. Di sfuggita,
t'apro talvolta e tento con le dita,
senza un perchŽ, qualche ingiallito tasto:
dal tuo cuor malinconico e scordato
si leva come un gemito profondo,
che par quasi venir da un altro mondo,
voce di sogno, voce di passato...
Avesti la tua gloria. Oggi vivacchi
nell'ombra triste, inutilmente obeso.
Come si fa? Non hai neppure appreso
a indicarci un purgante o un salvatacchi
Sei tramontato: che malinconia!
T'ha vinto la meccanica: qualche anno
ancora e i tarli ti consumeranno...
Mia figlia studierˆ stenografia.
Tra le rime, la radio, che giˆ allora
ammorbava con gli Spot, comunque non
ancora idioti, come certi televisivi.
* * *
La Natura ha sempre esercitato
particolare fascino sui poeti: ovvio, quindi, che nemmeno il Nostro ne restasse
immune.
Qui, ecco, divagazioni Sul
Pincio, al calar dalla
sera: [É.]
- Ora scende il tramonto, in un
sussurro
di foglie fresco e voluttuoso; e sembra
che il cielo avvolga intorno alle
mie membra
la sua veste di porpora e d'azzurro.
Si levano le voci cristalline
delle campane... Sfumano
nell'ombra
cupole e tetti... Il bel parco si sgombra,
ritrova il suo silenzio senza fine.
Un doloroso fascino corona
i fantasmi
di pietra, che rimangono
soli. Sui rami gli usignoli
piangono
divinamente. L'anima � pi�
buona,
pi� giovane. Qualcosa il
cuor ti tocca,
come mano di donna
carezzevole
�, con respiro
profumato e fievole,
______________
Ma – se pur attratto
dalle lusinghe della vita, pronto a coglierne seduzioni ed
abbagli – � ancora Lui, il Poeta,
a considerare, sgomento, (pur senza dirlo), il senso vero di quel Çcarpe
diemÈ dÕoraziana memoria nellÕ emblematica:
- Dive dÕaltri tempi
Oh, ricordi del babbo libertino,
povere dive di trent'anni or sono,
finite nell'oblio, nell'abbandono,
dopo tanto clamor, tanto destino!
Voi ci apparite
ormai cos“ lontane,
silfidi d'un'etˆ favoleggiata,
quando la ÇgirlÈ ancor non era nata
e non v'eran le stelle
americaneÉ [É]
Ma foste
belle e giovani, eleganti,
perfide a volte e raffinate, piene
di sovrumani fascini, sirene
ammaliatrici dei caff� danzanti.
(ÇCafŽ-chantantsÈ: ambienti malfamati,
luoghi di perdizione garantita,
dove la sera andavano a far vita
i figli di papˆ: che scapestrati!...) [É]
Non v'era uno studente di liceo
che non avesse in cima a ogni ideale,
avvinto da quel fascino fatale,
la bella Otero [6]
o la divina Cleo.[7]
Profumaste
di voi tutta un'etˆ,
strappaste al mondo tutte le sue rose,
e passaste, meteore luminose,
povere dive di trent'anni fa.
Dove
sarete ormai? (Vivete ancora?)
In un ospizio, forse, a far la calza,
mentre accanita la vecchiaia incalza
e le memorie ed i trofei scolora?...
Cleo de Merode: ho letto il vostro nome,
povera Cleo, ier l'altro, in
un giornale;
non per amor dell'arte, � naturale!,
vi ridate alla danza in grigie chiome.
Nei ÇtabarinsÈ degl'infimi
quartieri
tirate avanti i vostri giorni grigi,
in quell'ingrata immemore Parigi
che prona innanzi a voi vedeste ieri...
E voi,
che n'� di voi, pallida Yvonne,[8]
dall'aria triste, dal profilo puro?
Vi starebbero male, ve lo giuro,
i capelli tagliati alla Çgar�onneÈ.
Siete bella cos“, col paradiso
d“ quelle spalle tondeggianti e nude,
con quella bocca ermetica, che schiude
appena un malinconico sorriso,
con quegli occhi che sanno ogni mal“a,
in un sogno dolcissimo perduti...
Ma avete sessant'anni giˆ compiuti;
non posso amarvi, che malinconia!...
Vi ricordate di Manon [9] la
bella?
La superba Manon neg˜ la mano
sdegnosamente a un principe
egiziano,
che si fece saltare le cervella.
Adesso, alla barriera di Clichy,
chiede un soldino; accanto ha un suo ritratto
dei bei tempi passati, unto,
disfatto,
con sotto due parole: Ç Ero cos“ È. [É]
ÉPassano innanzi a quelle due parole
uomini gravi, coppie innamorate,
giovinezze opulente e spensierate,
ebbre di desiderio, ebbre di sole,
[É]
Éridon
beati: non si rendon
conto
che quelle due parole - ero
cos“ –
sono l'essenza amara della storia
del tempo, del destino e della vita
e che quella megera inebetita,
un giorno, fu la grazia e fu la gloria...
Quanta tristezza in questa
rievocazione!
______________
Ma – con
lÕuggia delle piogge fine estate – ecco la malinconia del Poeta, in
contrasto allÕindifferenza di chi gli sta daccanto, che sa tanto di quellÕÇasin bigioÈ e il ÇcardoÈ di carducciana memoria:
Pioggia autunnale
- E piove! Non c'� pi�, nel grigio sfondo
del cielo, che una volta
senza luce,
da dove un ragno smisurato cuce
la sua liquida trama intorno al
mondo.
é bella la tempesta, quando schiaccia
la terra con un impeto omicida
e il tuono, folle, lancia la sua sfida
urlando con dileggio e con minaccia.
Amo la breve e garrula bufera,
che scroscia, fischia, schianta all'improvviso,
quando l'azzurro mesce il suo sorriso
al primo pianto della primavera:
l'umido
odore della terra invade
l'aria, su su pei teneri
germogli,
e la malinconia dei rami spogli
si veste di promesse e di rugiade.
Ma
questa pioggia che, spietata, insiste,
lenta, uguale!... Nei fiori devastati
� il profumo dei giorni dissipati,
come un sospiro rassegnato e triste.
Non fu, l'estate, che un fugace inganno,
col suo cielo, i suoi doni, i suoi stupendi
sogni... Fa quasi freddo: tu rammendi
le mie maglie di lana dell'altrÕanno.
Rammendi e taci. Piove. Io taccio e fumo.
La vita � assente, come nube immota.
Piove. Il mio cuore � una boccetta
vuota,
da cui s'esala l'ultimo profumo.
Piove, piove... Non so, l'anima alloggia,
come quel cielo, un ragno smisurato.
Dov'� il mondo dei sogni? é dileguato,
avvolto nella bruma della pioggia,
che, lenta, cuce intorno al mio cervello
l'implacabile rete che lo assilla.
Nevrastenia... Tu no: sei pi� tranquilla;
tu dici: - Piove! Comprer˜ l'ombrello... –
______________
- Con la tetraggine della pioggia, ecco sopraggiungere il sonno e, con esso,
un paesaggio alpestre e Çuna tenera
compagnaÈ – forse la
stessa che poco prima attendeva alle maglie di lana – mentre la neve col
suo candido manto, pian piano, tutto fonde e assopisce: [É]
É sogno
l'inverno, come da scolaro
lo descrivevo nei
componimenti.
E in sogno, senza amici e senza
sci,
parto per un villaggio di
montagna,
al braccio d'una tenera
compagna,
ma che sta zitta o dice sempre Ç si
È.
Cade la neve e come un bianco saio
copre le case, copre le
foreste,
quasi che da una pergola celeste
si sfogli un invisibile rosaio.
E sotto quel mantello immacolato,
lenta, la vita s'assopisce,
e muore,
con un bianco sorriso di stupore,
in un silenzio attonito e beato.
Alla carezza gelida, s'addorme
la pigra terra, voluttuosa, e assume
strani contorni, in quell'opaco lume,
in un aspetto primitivo e informe.
E si muta anche il cuore, anche il pi� brullo
cuore, e uno strano balsamo riceve,
d'oblio, di pace: nel veder la neve
risorge in noi qualcosa del fanciullo.
Forse perci˜ v'� tanta brava gente
fra gl'ingenui Lapponi ed Esquimesi,
in quei lontani mitici paesi,
dove la neve cade eternamente...
Scende la sera, diafana, tranquilla:
� ormai cessato, sulla terra immota,
quel bianco sfarfallio, mentre la nota
d'una campana nel silenzio oscilla.
Ecco la notte, ed � una notte pura,
avvolta nel suo candido mistero.
Serenitˆ. La terra � un cimitero
bianco e raccolto, che non fa paura.
Piccola terra! Come son lontane
le sue vane cittˆ ! Come pi� lieve,
come pi� vera � sotto la sua neve
la buona terra, che matura il pane !
Silenzio, oblio: non passi di viandanti,
nŽ strepito di ruote. Pini e abeti
chinan la fronte, come stanchi atleti,
sotto le belle arcate scintillanti.
ÇFa freddo, ritiriamoci...È;
cos“,
mentre mi stringo a lei sotto la luna,
sussurro all'amor mio, che, per fortuna,
(s'intende, in sogno) dice sempre Ç si È.
E domani entrerˆ,
dalle finestre
senza scuri, una luce umida
e scialba,
e ci ridesterˆ
l'inno dell'alba
dal campanile del villaggio
alpestre ;
e vedremo,
stupiti e sonnolenti,
avviluppati nelle coltri calde,
cadere ancor la neve a larghe falde...
come si
scrive nei componimenti.
- QuellÕonirico campanile chiama al ricordo delle ÇCampane nellÕ
Çesercizio delle loro funzioniÈ,
cos“ come ce lo descrive il Poeta:
Campanili protesi come braccia
supplici,
so le vostre voci: sono
voci di gioia, voci di perdono,
voci di pianto, voci di minaccia...
Ho udito in una notte di spavento
il vostro appello disperato, fatto
di singhiozzi, di gemiti e ch'a un tratto
si trasformava in ululo di vento:
era un grido terribile, selvaggio,
folle, un'invocazione di paura
entro l'orecchio della notte oscura
campane a stormo, genti del
villaggio !
Si mescevano all'incubo le grida
degli uomini atterriti: in qualche luogo
l'incendio divampava, come un rogo,
in una furia pazza ed omicida...
Campane a morto.
Un altro suono - udite? -
nell'aria, un'altra voce si diffonde
un demone maligno si nasconde
entro le ferree bocche arrugginite;
scuote il batacchio con accordi lenti,
in note ora pi� lunghe, ora pi� corte,
insistenti, implacabili: la morte
aleggia sulle case dei viventi...
Ma come bello dalle bronzee gole
s'alza nell'aria gelida e tranquilla
dell'alba nuova il rombo d'una squilla,
l'inno di vita che saluta il sole!
Come sui campi, prodigiosa, immensa,
l'eco risuona del festoso coro
che celebra il meriggio e dal
lavoro
gli uomini chiama alla sudata mensa!
E quando il d“ nella cadente sera
si spegne, in desideri d'abbandono
e di riposo, come
invita, il suono
d'una campana, all'umile
preghiera!...
Udite ancora! Un giubilo
di festa
irrompe nell'azzurro, una gioconda
ed argentina musica, che inonda
la terra e gli echi delle valli desta
e conforta alla gioia ed all'oblio,
in un sogno dolcissimo e fugace:
il sogno del perdono e della pace,
promessi al mondo dal risorto Dio.
La carrellata su queste preziose
compagne nella vita, si chiude con lo scampanare, che annuncia il Cristo Risorto, e con esso la
liberazione dellÕUomo dalle tenebre del peccato: che sa tanto di Pace!
* * *
Parlare di Alberto Cavaliere – come
si pu˜ notare – non � facile nŽ agevole per quanto ci ha lasciato il
Poeta, e non solo per questo: Egli � stato anche romanziere, ed ha avuto Çil privilegioÈ – non osiamo dir la
fortuna, dal momento che la suocera ci rimise la vita
– di aprirci a Çle atrocitˆ dei
campi di sterminio nazistiÈ, nel racconto della cognata Sofia Schafranov,
medico dÕorigine russa, una dei pochi sopravvissuti.
Prender piena conoscenza della sua
vastissima e ricca produzione �, perci˜, quanto mai arduo, se non quasi
impossibile; grazie ad internet e a qualche suo fedele cultore (cfr. nota 1), quanto si riesce ad
apprendere �, comunque, tale da poter godere a sufficienza delle trovate geniali
e delle notevoli capacitˆ dellÕArtista con pagine di
comprovato lirismo.
E – se pur la poesia, che si propone, non � decisamente poetica – � ÇimportanteÈ per le amare
considerazioni, a cui conduce:
- COMMENDATORE:
Da trent'anni, alle
nove, ogni mattina
varchi la soglia del palazzo
austero;
siedi al tuo posto vigile, severo,
con gli occhi torvi e con la fronte
china
e non sorridi mai, commendatore,
ma sfogli antiche carte e scrivi, scrivi...
Hai la polvere annosa degli archivi
addensata sull'anima e sul cuore. [É]
Di tratto in tratto, a qualche mio sbadiglio
scuoti la testa ed in silenzio fremi.
T'han detto che son pazzo e tu mi temi;
che la mia vita � tutta uno scompiglio,
e mi compiangi e mi disprezzi: sai
che salto alcuni pranzi e dormo poco,
che perdo il tempo fra le donne e il gioco,
che la commenda non l'avr˜ giammai ! [É]
Tutto compreso della tua importanza,
tu non sospetti questa cosa
orrenda:
sei come me, malgrado la
commenda,
non altro che uno scheletro in vacanza.
[É]
é quello stesso ghigno che discerno,
quando mi specchio, sul mio volto vivo,
nell'aspetto che avr˜, definitivo,
sotto il suggello del mistero eterno; [É]
E con questa visione disperata,
come vuoi tu ch'io t'obbedisca e creda
in quella tua grandezza e che ti ceda
la miglior parte della mia giornata?
La vita fuggirˆ dalle mie mani:
io l'amo, questo bene perituro,
questo tesoro che non son sicuro
di ritrovare all'alba di domani.
Laggi�, nella mia cassa solitaria,
non berr˜ pi� la luce del mattino
e delle stelle; gelido e supino,
non sentir˜ la musica dell'aria.
Un'immobilitˆ senza speranza
m'inchioderˆ per sempre alla mia fossa
nessuno saprˆ mai che un d“ quell'ossa
furon leggiere al ritmo della danza...
Come vuoi
tu ch'io t'obbedisca? é questo
il mio segreto, � questo il mio furore,
questa � la mia follia. Commendatore,
sei pi� felice tu, non lo contesto.
Ma ch'io sommerga il mio pensiero fisso
in un mare di luce! Ansante e lieve,
io non conosca soste in questo
breve
valzer ballato all'orlo dell'abisso!
Ch'io sappia intera questa voluttˆ
di vivere! Ch'io giochi, ami le donne,
ami le stelle, coribante insonne!
Dormir˜ dopo: per l'eternitˆ.
* * *
Come nellÕaltra parte del lavoro, anche stavolta mi trovo a chiudere in
modo alquanto macabro; ma – sinceramente – tra quelle incontrate,
la poesia mi � parsa senzÕaltro una delle migliori.
LÕargomento ci porta al ÇmisteroÈ, che assilla lÕÇhomo sapiensÈ
da sempre, che la Religione cerca
risolvere con la ÇfedeÈ, ma
di cui nessuno ha mai avuto certezza. Nella satira del Nostro sembra, poi,
trovar sopravvento proprio la cruda Realtˆ, come si pu˜ vedere da questi altri
versi (un sonetto e due sestine), scelti a chiusura, e tratti
entrambi dalla raccolta Çe vennero i beatÈ:
- LE VOGLIAMO NUDE
Sono arrivato fino all'etˆ mia,
in tempo per veder le
minigonne,
che sono, in questa nostra epoca
insonne,
l'ultimo
lembo dell'ipocrisia.
Aboliamo anche quelle! Ormai le
donne
non han pi� freno e presto
per la via
(ci˜ che un tempo sembrava una
follia)
vedremo
nude veneri e madonne.
Alcuni benpensanti vanno in bestia
e
affermano indignati che bisogna
far ritorno al pudore e alla
modestia,
mentr'io
sostengo con la maggioranza
che basta,
per coprire la vergogna,
una foglia di fico: e ce ne
avanza.
- E :
Trovatomi presente ad
un consesso
di beat appassionati e
deliranti,
ho sentito, da molti degli
astanti,
esaltar l'anti-arte,
l'anti-sesso,
nonchŽ l'anti-virt�,
l'anti-progresso
(nutriti
applausi) e numerosi altri Ç anti È.
Infine, scoppi˜ un grido
travolgente:
- ÒLargo alla nuova civiltˆ che
avanza!Ó
E anch'io m'assocerei
con esultanza,
se
non fosse il timore deprimente
di
trovarmi a gridar pi� esattamente:
- ÒLargo alla foia e largo all'ignoranza!Ó
Sono, in sostanza, i tempi che stiamo vivendo, che Alberto Cavaliere,
nella sua ÇrazionaleÈ lungimiranza, ha previsto giˆ mezzo secolo prima, tempi
in cui la persona umana – in balia della disonestˆ e dellÕarrivismo
– viene sempre pi� mortificata, mentre la
famosa Òsbornia di libertˆÓ [10] (paventata venti secoli fa da Platone), trova
sempre pi� spazio e ricetto in un Progresso dissennato che, inesorabilmente,
appresta la fine ad un Mondo in rovina.
Antonio
Limongi
[1] - Da
internet: Un ringraziamento di cuore al Signor Giuseppe Amoruso, residente in Cir˜
Marina. Grazie alla sua "testardaggine" e al suo certosino lavoro, di
ricerca e digitalizzazione, � stato possibile divulgare questÕopera ormai
introvabile.
[2] - cos“ � (se vi
pare), opera
teatrale in tre atti di Luigi
Pirandello, tratta dalla novella ÒLa signora Frola e il
signor Ponza, suo generoÓ, rappresentata per la
prima volta il 18 giugno 1917.
[3]-
[4] -
Il riferimento, ovviamente, � per Benito Mussolini, capo del Governo dal novembre 1922 al 25 luglio1943.
[5] -
LÕavvertimento (riteniamo) � ad
Alcide De Gasperi, allÕepoca Presidente del Consiglio dei Ministri.
[6]-
[7]- ClŽop‰tre-Diane de MŽrode, famosa con il
nome d'arte di ClŽo de MŽrode (Parigi, 27/11/1875 – Parigi, 17/10/1966), � stata una ballerina francese.
[8]- Probabilmente il riferimento � alla protagonista de La famiglia Trapp (The story of the Trapp Family Singers-Die
Trappfamilie. Vom Kloster zum Welterfolg)
romanzo autobiografico del 1949 della
cantante austriaca Maria Augusta Trapp, che ha
ispirato il musical The Sound of Music di Richard Rodgers e Oscar Hammerstein II, da cui � stato tratto il famoso film Tutti insieme appassionatamente diretto dal regista Robert Wise con Julie Andrews nella parte della protagonista.
[9]-
Non � chiaro a chi si riferisca, nŽ abbiamo trovato notizie su questo
personaggio: il pi� famoso, che ci sovviene, � la protagonista del romanzo di Prevost – pubblicato in Francia nel 1731 e la cui
storia fu musicata da Puccini e da Massenet – la quale, deportata in
America, vi muore, giovanissima, in una landa deserta,
[10]- ÒQuando un popolo,
divorato dalla sete della libertˆ, si
trova ad avere a capo dei coppieri che gliene versano quanta
ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade allora
che, se i governanti resistono alle richieste dei sempre pi� esigenti sudditi, sono
dichiarati tiranni. Avviene pure che chi si dimostra
disciplinato nei confronti dei superiori � definito un uomo
senza carattere, servo; che il padre impaurito finisce
per trattare il figlio come suo pari, e non � pi� rispettato, che il maestro non osa
rimproverare gli scolari e costoro si fanno beffe
di lui, che i giovani pretendono gli stessi diritti, le
stesse considerazioni dei vecchi, e questi, per non parer troppo
severi, danno ragione ai giovani. In questo clima di libertˆ, nel nome della
medesima, non vi � pi� riguardo per nessuno. In mezzo a tale licenza
nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia.Ó. (Platone – Repubblica, libro VIII)
_______________
Bibliografia
(da Internet):
● Alberto
Cavaliere - Wikipedia - https://it.wikipedia.org/wiki/ Alberto Cavaliere
● MORI'S
HUMOR PAGE - La Chimica in versi di Alberto ... - mori.bz.it
www.mori.bz.it/humorpage/chimica/chimica.htm
● Radio
Cronache Rimate - di Alberto cavaliere - Poeta nato in Cittanova
www.cittanovaonline.it/radiocronache_rimate.htm
● Poesie di Alberto Cavaliere -
Poetare www.poetare.it/cavalieri.html
● E vennero i beat - Alberto
Cavaliere - Poeta nato in Cittanova
www.cittanovaonline.it/e_vennero_i_beat.htm