Mons. DANTE BALBONI
della Biblioteca Vaticana
Segretario della Pontificia Opera di
Arte Sacra
Conferenza del 3 maggio 1982 al Centro Culturale
"Maratea"
SAN BIAGIO, FEDE E STORIA
La visuale che mi è stata
proposta è molto ampia; vedrò di accontentare ed eventualmente integrare nella
discussione soprattutto nella conclusione finale che terrà il Sindaco, non
come Sindaco ma come studioso. Penso che potremo avere da lui la sintesi
—
di cui ha parlato il direttore
—
tra la fede e la scienza.
Un problema che ha toccato sempre sia gli
studiosi, tali o presunti tali, e sia anche coloro che partono da altre
posizioni; l’importante è arrivare al punto giusto, al punto di equilibrio.
Quando sono arrivato nella
Basilica di S. Biagio di Maratea per venerare le reliquie, ho visto un mazzo
di fiori voriopinto, ed ho pensato che di S. Biagio
si può parlare scomponendo questo mazzo di fiori, raffiguranti
le mie osservazioni e riflessioni che servono a sviluppare quel dialogo
iniziato da padre Tropeano.
Il metodo di ricerca
probabilmente, può essere un po’ diverso, perché il centralino in cui sono
vissuto un quarto di secolo, quasi mezza vita, è un centralino certamente
diverso da un altro qualsiasi centro di studi. Alla
«Vaticana»,
ad
esempio, si ha la migliore biblioteca Luterana, coeva a Lutero, si ha la
migliore biblioteca Rinascimentale di Guido da Montefeltro di Urbino,
contenente
La
«mostra di Virgilio»,
organizzata dal Direttore e anche dalla Biblioteca
Vaticana, porta dei codici di Virgilio del IV secolo, soltanto qualche foglio del 11 secolo, ma nessuno autografo; il Vaticano, il
Laurenziano, il Romano sono quattro o cinque codici con nomi diversi in parte o
totalmente conservati alla Vaticana e distanziati di secoli dal poeta romano.
Ora nell’indagine per assodare
un
«dato»
storico,
non dobbiamo fermarci davanti al vuoto, eventualmente di secoli, ma seguire il
filo, alle volte sotterraneo, alle volte evidente, che
collega oggi, con dieci, quindici, venti secoli fa. Pensate alla Sindone i cui
primi documenti sono del 1200-1300; però l’analisi scientifica compiuta negli
Stati Uniti ha rivelato l’iter di quel lenzuolo da Gerusalemme a
Costantinopoli, in Francia, in Italia e ciò attraverso l’esame dei pollini;
quindi non è solo il documento scritto che serve a dimostrare un fatto, ma
anche altri elementi, dal secolo scorso soprattutto, anche dal settecento, tra
cui il
«monumento»
come
dimostra l’etimologia stessa, da
«moneo»
che
vale quanto
«doceo»
documento.
Pertanto agli elementi
tradizionali, cioè normali, ora si aggiunge anche
quello scientifico.
Il vostro professore di
Matematica, parlava anche dell’approfondimento matematico-filosofico che è
essenziale, basilare per arrivare anche al fatto scientifico; infatti,
anticamente la filosofia e la medicina costituivano una
sola facoltà, perché non si può scindere, nella ricerca il fatto spirituale dal
fatto materiale, perché il fatto materiale è l’espressione di uno spirito.
Qua siamo un centinaio e se ci
guardiamo, ciascuno di noi è vestito diversamente dall’altro, però tutti siamo
vestiti, con vesti diverse, ciascuno esprime se stesso in una forma diversa.
Ora, tutte queste riflessioni
devono essere tenute come basi per un discorso valido, perché se noi ci
fermiamo soltanto al vestito, soltanto alla reliquia, soltanto al fiore, alla
candela, al cero, all’urna ecc. noi rischiamo, non
dico di quantificare, ma di minimizzare un valore spirituale che ha una
proiezione, una origine soprattutto molto più ampia di quella che può essere la
piccola espressione temporale, artistica o meno.
Ora, mi pare che il primo
punto da sottolineare sia, il concetto di
«tradizione».
Quando si parla di tradizione,
spesso si pensa ad un sottoprodotto, cioè un qualche
cosa messo nell’inconscio oppure nel nebuloso.
Ora, il concetto di tradizione
è un concetto dinamico, non è un concetto statico
perché il
«tradere»,
deriva
da trans-dare, cioè trasferire da un posto all’altro, da una persona all’altra.
La tradizione dobbiamo prenderla nel suo complesso, nella sua ricchezza,
nel suo contenuto, non soltanto nel margine.
Possiamo prendere lo spunto da
una frase del Vangelo, anzi dalla missione che Cristo ha dato agli Apostoli e
ai loro successori, ai Vescovi, ai Sacerdoti, a chiunque insegna con impegno e
con serietà e con profondità, e cioè:
«andate,
predicate e battezzate»-
Io mi soffermo sul concetto di
«predicate»,
per
cui la tradizione, non è tanto un fatto scritto, quanto un fatto orale, e
difatti gli Apostoli hanno cominciato a predicare e per i primi 20-30-40 o
cinquanta anni, lo potranno stabilire i biblisti, non
c’era niente di scritto, era tutto orale, si tramandava tutto oralmente.
In seguito è venuto lo
scritto, è venuto il manoscritto, è venuta la gelosa
conservazione del manoscritto, la tutela, la traduzione dal greco al latino nel
IV secolo, perché nei primi secoli la lingua della Chiesa Romana, era il greco,
come del resto da voi anche nel periodo Bizantino, e più tardi il latino.
Adesso si usano le lingue
nazionali, o meglio dal ‘300 al ‘500, come ho potuto dimostrare attraverso i
codici della Vaticana che già in quei secoli, dal decimo-quarto al
decimo-sesto, la parola proclamata nelle Chiese era in
lingua nazionale, poi c’è stato un momento di involuzione, del periodo
Tridentino, quando cioè, per timore della eresia luterana e di altri eretici,
si è stabilito che la proclamazione della parola di Dio doveva essere soltanto
in latino, a cui seguiva però sempre l’omelia, cioè la predica in lingua
nazionale.
Quindi la parola è l’elemento
fondamentale della tradizione ed anche della cultura, a cui
unisco il termine
«cultus»
perché la radice è la medesima, per il valore
sacrale della verità che viene trasmessa oralmente.
Ne do una piccola
dimostrazione: giovane sacerdote, fui mandato in una grossa parrocchia vasta,
non so se quanto Maratea, forse meno perché non ci
sono le montagne a Ferrara, essendo tutta pianura, partecipai ad un funerale
che richiedeva una mezza giornata di cammino, andata e ritorno, allora non
c’erano macchine, non c’erano tutte le comodità odierne e nell’andata, e un po’
anche nel ritorno, con qualche intermezzo nei rosari, nelle preghiere, i
confratelli del Santissimo che accompagnavano il funerale mi raccontavano che
la chiesa parrocchiale al tempo di Napoleone aveva subito delle demolizioni,
che al tempo dell’Unità d’Italia c’erano stati dei contrasti politici per un
reverendo il quale probabilmente era contro l’interesse anche della sua
condizione sacerdotale, e successivamente c’era stata la vendita di un quadro
di S. Biagio ecco perché lo cito, in seguito ad una alluvione del Po avvenuta
nel 1872, che i fedeli attribuivano al fatto che il parroco aveva venduto il
quadro di S. Biagio e, quindi la necessità di recuperare il quadro, e la
tranquillità nella Parrocchia, insomma tante notizie interessantissime.
Appena a casa mi sono messo al
tavolino ed ho scritte tutte queste cose, poi piano
piano, sono andato nell’Archivio parrocchiale ed ho cercato i documenti, ed ho
trovato le fatture dei pagamenti per la ricostruzione della chiesa, per il
riacquisto del quadro, ecc.
Oralmente io sono venuto a conoscenza della storia della Parrocchia di
quasi due secoli, ed era comprensibile questo, perché allora mancava la
corrente elettrica, mancava la televisione, alla sera che facevano in casa? Si
raccontavano le cose, il nonno le raccontava ai figli, ai nipotini,
si ridomandavano i particolari, quindi c’è stata
una trasmissione continua.
Ora questo concetto di
tradizione, bisogna tenerlo ben presente, che non è in antitesi con la ricerca
scientifica, la ricerca scientifica deve avere anche
come suo oggetto la tradizione con i suoi fini e con i suoi metodi; non è in
antitesi, ma sempre in convergenza per arrivare alla ricerca della verità.
Se fossero scomparsi tutti i
documenti nel recente terremoto di Maratea, (anche se sono
soltanto dal 1600 dopo quell’altro, mi pare incendio o comunque depauperamento
degli archivi) che cosa succederebbe? Forse perché mancando gli archivi non è
esistita Maratea in quei secoli? E, sarebbe ingenuo il dirlo; e allora con lo
stesso argomento non possiamo dire che il tale avvenimento è accaduto solo
perché c’è il documento oppure non è accaduto perché
non c’è il documento, e, quanti sono vissuti dei vostri antenati qua in
Maratea, senza che vi siano i documenti? Non per questo, si può dire che
Maratea non esistesse.
Allora con Maratea poteva
esistere certamente anche la chiesa dove venivano battezzati
i vostri antenati, certamente l’altare della Madonna, certamente l’altare di S.
Biagio, certamente l’altare del Santissimo, ecc., cioè, tutta quella componente
di vita cristiana e di vita sociale che noi possiamo raccogliere
parallelamente, anche da altra documentazione.
Allora, ecco, il metodo di
ricerca è il metodo comparativo; vi do un esempio: nella mia condizione di
ricercatore, bibliotecario ecc. mi chiesero di fare
uno studio su S. Giorgio e uno studio su Santa Filomena, perché tutti e due
hanno avuto degli «incidenti»
nel loro culto e
nella loro storia.
Ora, per quanto riguarda S.
Giorgio, ho avuto modo di dare al vostro Direttore
—
che ringrazio fin d’ora dell’invito
—
un fascicolo su S. Giorgio e la
documentazione che prima non era stata trovata e che anzi questa ignoranza
della documentazione, aveva fatto sì che S. Giorgio dovesse essere se non
espulso, almeno declassato circa la credibilità della
sua esistenza.
Ora, la ricerca sistematica di
tutte le fonti, letteraria, monumentale, liturgica, di tradizione ecc., ha dato
una tale messe di documenti dal IV secolo in poi, quindi non dopo 3-4-5-6
secoli ma poco dopo qualche decennio dalla morte, talmente diffusa in Oriente,
che si ha persino una nazione che si chiama Georgia, e talmente sparsa in
Africa in Oriente, e poi in Occidente, da figurare anche nei libri della Chiesa
Romana almeno dall’VIlI
secolo.
Ora, tutto questo sta a dimostrare una nostra conoscenza di oggi del problema di
allora, perché abbiamo la documentazione, cioè perché l’ho trovata; e se uno
non la ricercava? Non era vero? La verità è diversa mi pare.
Ora, senza fare riferimenti di
carattere polemico, ma solo di metodo, di ricerca; lo stesso può avvenire e
certamente avverrà per S. Biagio, perché mentre
preparavo questa conversazione, ho trovato libri antichi e recenti su S. Biagio
che non ho visto citati da nessuno degli studiosi anche recenti, il che vuol
dire che la ricerca è ancora aperta; lo dirà certamente Padre Marco Petta nella prossima lezione circa il culto goduto da S.
Biagio in Oriente per il quale esistono dei repertori agiografici. Esistono
Analogamente posso dire di
Santa Filomena, che l’espunzione dal calendario
è
stata
affrettata, perché si è fondata su un’ipotesi quindi
nemmeno uno studio, di un archeologo, il quale riteneva che le formelle, i
cocci diremmo noi, su cui sta scritto il nome di Santa Filomena, fossero stati
riutilizzati, per cui il corpo di quella ragazza che stava dentro non era della
Filomena cui c’era il nome all’esterno.
Invece, un’analisi scientifica,
fatta con Padre Marantini, professore a Napoli dei
Gesuiti, ed un suo collega, mio professore di
archeologia cristiana, Gesuita Padre Ferrua, quindi
non un’ipotesi di altri, ha provato che quel loculo, quei cocci, non erano mai
stati riutilizzati, quindi c’era identità di persona. Ma a parte questo, il
fatto dei miracoli, è un fatto teologico, in seguito alla morte ed ai miracoli, comincia la vera vita della Santa; sembrando
troppo tenue la sola epigrafe per confortare il culto, si tentò di supplire con
la redazione del tutto fantastica, di una biografia da parte di una monaca. Ma
questo è un fatto che non c’entra con la ricerca storica, con la verità; il
giudizio negativo sulla santità di quella fanciulla
l’hanno dato in base ad una invenzione letteraria; è come se noi volessimo
giudicare Carlo Magno dalle
«chansons de geste»
che sono poemi elogiativi; ciò sarebbe
illogico, Carlo Magno è esistito ugualmente, abbiamo notizie da altre parti, ma
se non conoscessimo queste notizie, non sarebbe esistito Carlo Magno? Sarebbe
ingenuo dire di no.
Con il metodo
interdisciplinare, oltre al documento c’è anche il monumento, c’è cioè un
qualche cosa di concreto, che è diverso dal manoscritto
ma è sempre espressione intellettuale dell’uomo, quindi può essere una epigrafe,
cioè un’iscrizione, può essere una cassetta, come nel caso di S. Biagio, la
quale può essere di quel secolo, può essere di un altro secolo; per me, ad
esempio è più tardiva la cassetta perciò dobbiamo distinguere la cassetta
dalle reliquie, e come se nel portagioie del ‘700 mettessimo delle gioie di
oggi, sono sempre gioie di valore, anche se la scatola è di altra epoca.
Quindi bisogna avere sempre
presente questa analisi dei vari problemi, in modo da
non confondere una cosa con un’altra e poi tirare delle conclusioni che sono
illogiche.
Dovrei ora esporre la vita di
S. Biagio, ma ho piacere che ne parli il dottor Fernando, quello invece che
vorrei sottolineare è il fatto che si è parlato sempre
di S. Biagio in rapporto all’iconoclastia, cioè al momento in cui c’è stata
una lotta in Oriente, da parte dell’imperatore per ragioni politiche, contro i
quadri, contro le icone, contro le immagini dei Santi e anche delle reliquie.
Il pittore spesso era un
Monaco, prima di dipingere pregava, e anche quando si accingeva a dipingere,
c’era il monaco sacerdote che lo assisteva con la
preghiera, noi diremmo,
«gli dava una particolare benedizione».
Quando il monaco dipingeva, triturava nella
pittura, nei colori, delle reliquie dei Santi, per cui l’immagine non era
soltanto una fotografia, diremmo noi adesso, sia pure artistica, psicologica
ecc., ma era un qualche cosa che stabiliva uno speciale rapporto con l’orante
perché la reliquia, si riteneva e lo riteniamo anche noi, facendo parte del
corpo del Santo, aveva di per sé una
«virtus»
un
qualche cosa da trasmettere. È analogo a quanto andiamo studiando noi adesso,
circa la parapsicologia, i rapporti dell’uomo, l’influsso che ha uno
sull’altro attraverso lo sguardo, attraverso i poteri magnetici esistenti in noi anche se non lo sappiamo; si tratta di un rapporto che
si veniva a stabilire tra l’immagine, l’icone, e il fedele e questo era in
contrasto con le leggi imperiali.
Ora, un aspetto particolare di
quell’epoca, non è tanto questa lotta, quanto la precedente invasione dei
Persiani, che pochi ricordano, al tempo di Cosroe, il
quale da Gerusalemme porta via
nel secolo successivo in Spagna e, poi verso la
fine, nel 770 ecc. la famosa Roncisvalle, Rolando ecc. che
poi dà origine alle famose
«Chansons de geste»
e ad una letteratura cavalleresca che arriva
fino allo Ariosto ed al Tasso.
Ora, tutto questo è un
aspetto, un elemento che dobbiamo cercare di studiare, di valorizzare nella sua
cornice esatta, quindi questi elementi possono essere come dato religioso,
l’archeologia,
Circa poi il culto di S.
Biagio in Occidente, fu ricordato che la prima Chiesa è a Salerno nel 1040, poi
si passa al 1127; ora io vorrei dire che, nella mia zona, la pianura Padana,
nella mia città di origine,
«Cento»,
la chiesa, che adesso è Basilica come è il vostro santuario, col titolo di Basilica Romana,
viene consacrata nel 1045, quindi siamo molto vicini e siamo molto prima del
1127, allora, se io poi vado a fare un’indagine nei luoghi in cui è venerato S.
Biagio, e, come accennava ieri il nostro rappresentante di Cento, si ricorda
che egli è il protettore delle acque (a Maratea il mare è splendido, da noi pianura
con acquitrini) basta seguire a ritroso il corso del Po e abbiamo che il culto
a S. Biagio da Ravenna passa ad Argenta, un grosso centro antico, antichissimo
che ha una chiesa dedicata a S. Biagio, da Ravenna supera il Po, arriva a Ferrara
dove la chiesa che stava alle porte dell’antica città è dedicata a S. Biagio,
poi si arriva a Bondeno, grosso centro dove il Po anticamente si diramava verso
il Panaro, lì c’è la chiesa dedicata a S. Biagio, e così si può procedere allo
studio, come ho fatto per S. Giorgio, e il culto risale fino ad entrare nel
patrimonio culturale prima Bizantino poi Longobardo, quindi la ricerca va fatta
sistematicamente nell’annuario del Touring Italiano, come ho fatto per S.
Giorgio, poi si va a vedere l’anno della dedicazione, l’anno della costruzione
della chiesa, cioè si approfondisce il problema mettendo in ordine cronologico
tutte queste notizie, allora il primo documento, se si trova in un dato
archivio, a-b-c ecc., è un documento di quell’anno, non è il primo o l’unico, oppure
il documento determinante.
Basta pensare a Roma, le
chiese di S. Biagio sono numerose e antichissime, uno studio accurato darebbe
risultati sorprendenti.
Un altro punto è il famoso 732, l’anno
dell’arrivo delle reliquie, certamente non è un dato dogmatico.
Ora, anche questo è un
elemento da tener presente e cioè, quando noi diciamo un anno, questo può
essere orientativo e può essere anche indicativo, ma finché non è provato il
contrario, non possiamo eliminarlo, finché non è provato che il 732 non è
l’anno preciso, non possiamo dire che non è vero, perché non possiamo
pretendere la sicurezza con tutte le invasioni che ci sono state nel sud, degli
Arabi, dei Saraceni, dei Normanni ecc., bruciamenti di archivi ecc., da noi
nel nord, con gli Avari, gli Unni, i Vandali, poi nel nono secolo gli Ungari
che hanno rovinato e bruciato tutti gli archivi anche della mia diocesi; e
quindi in quelle notizie che noi abbiamo, che sembrano un po’ favolose, è da
dipanare l’elemento fondamentale e sostanziale da quello che può essere la
presenza del Santo in quell’anno. Se noi leggiamo la vita di Metafraste, cioè
del primo storico della vita di S. Biagio, come ha
citato Padre Tropeano, nel testo greco, ha un sapore, se la leggiamo nella
traduzione latina, compiuta un secolo dopo da un napoletano, ha già un altro
sapore, perché si ambienta nella lingua latina occidentale; se poi leggiamo la
traduzione del 1700, la troviamo più ampollosa. Se adesso io dovessi
pubblicarla, la pubblicherei certamente con la lingua
di oggi, farei una traduzione che certamente si discosta da quella del 1700.
Ora, tutto questo deve essere
considerato, perché il fatto di puntualizzare un argomento, non deve essere
confuso con la cornice o con la variabilità o l’aggregazione
di altri elementi che tenderebbero, se noi non stessimo attenti, a sfasare, a
sfigurare l’elemento sostanziale.
La frase
forse un pochino pesante, pronunciata
precedentemente
«è stata creata la leggenda quando non c’era il
culto»,
è da riesaminare.
Finché non è provato il
contrario di una cosa, non si può buttare quello che si ha. i~
un pochino come è stato fatto con
Il problema delle reliquie, è un problema molto impegnativo, perché
è stato detto che:
«se noi mettessimo insieme tutte le reliquie di
S. Biagio, avremmo un esercito di S. Biagio
»,
è
una frase di effetto.
Ma quali sono le reliquie? Cioè quale è il criterio per scegliere le reliquie? Quando io ho
ritrovato le reliquie di S. Giorgio
—
a
parte quelle di S. Pietro che già c’era tutto un apparato scientifico dell’Università
di Roma a cui noi abbiamo demandato l’esame e recepito
l’esito
—esse stavano a Como, perché a Como?
Analizzando trovai che erano venute da Pavia; perchè
a Pavia? Perché Pavia era la capitale del regno d’Italia, Pavia non aveva
martiri come Ravenna, Apollinare; o come a Bologna, San Petronio ecc., e allora
i Longobardi, convertiti da Teodolinda, per opera anche di San Gregorio Magno,
che hanno fatto? Hanno cercato di avere dei corpi di
martiri e di santi per la loro città.
Uno dei primi fu Sant’Agostino
da Ippona; dall’Africa, passato per Cagliari, il corpo venne
trasferito a Pavia in una grande Chiesa che ancora esiste e custodisce le
reliquie.
Corrisponde l’anno 732,
all’epoca in cui c’è trasmigrazione di reliquie per procurare alle città, le reliquie di un Santo Protettore.
Su questo concetto del
«Santo Patrono»
molto importante, è stato organizzato un
convegno a Terni sotto diversi profili: (ecco l’interdisciplinarietà)
religioso-sociale-storico-artistico-economico.
Ora, le reliquie vanno
considerate in questo triplice modo:
«reliquie
ex ossibus»
cioè
delle ossa dirette del santo, e quando si parla di reliquie, non si parla di
corpo, e anche quando si parla di corpo in certi documenti, non da prendere il
corpo per intero, perché appunto io ho rintracciato S. Giorgio e poi, l’ha
analizzato scientificamente l’Università di Bologna e si è trattato di alcune
reliquie del corpo di S. Giorgio, quindi dà spazio anche ad altre reliquie
portate altrove, come si sa, ed allora siamo andati a
Venezia, Bologna, Roma ecc., ad esaminare quelle reliquie ritenute di S.
Giorgio; alcune integravano il corpo; perciò si è fatto il disegno del corpo
umano per individuare le varie parti del corpo, altre invece erano duplicati;
non si può pensare che S. Giorgio avesse tre gambe o tre braccia ecc., allora
come si spiega questo? Nemmeno si possono buttare, prima dobbiamo rendercene
conto.
Allora che succede? Che nei
primi secoli non si potevano prelevare le ossa dal sepolcro, c’era una legge
romana che lo vietava, questo fino al tempo di S. Gregorio Magno, tanto che il
presunto dito o falange di S. Pietro a Milano, era una cosa da verificare,
quando si è proceduto alla verifica si è trovato un pezzo di stoffa, perché? Il
perché S. Gregorio lo dice in una sua lettera all’Imperatrice che voleva una
reliquia di S. Pietro: non si possono aprire i sepolcri, io mando un
«brandeurn»
cioè
una stoffa che veniva calata dentro la tomba, toccava
le
ossa, cioè le
reliquie
ex
ossibus
e
questo
tocco,
questo
contatto si riteneva che, aspirasse una
«virtus»
cioè
un particolare valore delle
ossa
del Santo
e
poteva essere ritenuta come reliquia
ex
contactu; difatti in quel sepolereto di Milano c’era il
«brandeum»
cioè
il pezzo di
stoffa
toccato
sulla tomba di S. Pietro.
Poi e
era un altra forma
«ex imitatione»:
una città aveva il torace, altri una tibia, un
altro un’altra parte del corpo, la testa per esempio, e allora si cercava di
prendere un’altra testa come per esempio, nel caso dei reliquiari rubati dalla
rivoluzione francese contenenti le teste di S. Pietro e di S. Paolo, hanno
preso altre due teste, per dare valore di reliquie, pur sapendo che non erano
reliquie proprie, ma era un ricordo, una rappresentazione, come l’attuale
fotografia, cioè la stessa parte del corpo che era stata prelevata, o rubata, o
distrutta.
* * *
Per l’iconografia del Santo,
l’abbiamo già accennato prima, era vestito da Vescovo, era con l’insegna propria
ecc., una indagine che credo non sia stata eseguita,
almeno non l’ho riscontrata nelle mie ricerche, è l’esame della raccolta di
tutte le opere d’arte sacra, dalle origini del Cristianesimo fino al 1400, che
si trova nella Biblioteca Vaticana (duplicato di una analoga raccolta che sta
in America, nella Princeton university); siccome è tutta in Inglese l’uso è
molto limitato, però penso che ci sia materiale importante; questo mi permetto
di suggerirlo ai giovani, perché certe ricerche le potete fare voi con
entusiasmo, con la passione di allargare la sfera delle vostre ricerche,
l’importante è che ciascuno porti un proprio contributo.
Colgo l’occasione per proporre
la raccolta dei marmi che ho visto in varie parti della città; quelli che
possono essere messi al loro posto si mettano
—
questo
è un criterio adottato dalla Pontificia Commissione di Arte Sacra
—
ma quello che non può essere messo al suo
posto, per ragioni di sicurezza o anche di estetica, si può raccogliere in un
museo; raccogliendo così tutti questi marmi, in ordine cronologico, si delinea una documentazione nuova della storia di Maratea.
Ho visto che ciò in parte è
stato compiuto in queste vostre pubblicazioni, ma certamente ancora diverse
cose sono da fare.
Poi c’è l’ultimo argomento che
è il
«culto»,
il
culto al Santo: proprio ieri mi è venuta l’idea, direi così più esplicita, più
precisa, che noi dobbiamo stare attenti, come ho accennato prima, al vestito,
alla cornice ecc., cioè, nel caso specifico di S. Biagio, ho visto che c’è
grande attenzione per il Busto, Busto che poi mi pare sia
stato rinnovato, Busto che risale al ‘600, però il culto prima avveniva anche
senza il Busto, quindi non si deve dare troppa importanza a quello che è
marginale, sia cronologicamente, sia anche in rapporto al Santo.
Poi c’è un altro fatto, che
l’attenzione nostra non è al Busto, ma èalle reliquie del Santo, quindi a quella edicola che sta
in fondo all’altare maggiore, in quell’Urna dove sono raccolte le reliquie
«riconosciute»
nel
1941 e che potrebbero anche essere oggetto di maggiore studio, come è stato
fatto per altri Santi, per S. Pietro, per S. Giorgio, per S. Francesco, S.
Antonio di Padova ecc., però anche qua siamo ancora, direi così, nel cammino
interlocutorio, la nostra adesione, il nostro culto, il nostro amore va a S.
Biagio, che non è, né il Busto, né le ossa, ma al Santo, cioè all’anima del
Santo, che è stata glorificata dal Signore, in virtù del suo martirio, cioè di
questa sua donazione e dedizione totale, tanto da sacrificare la propria vita
per dimostrare l’amore a Cristo.
Quindi, dobbiamo tenere sempre
distinte queste varie fasi, altrimenti rischiamo di fare una confusione e di
correre dietro a quello che è marginale senza
ricordarci che il sostanziale sta su in Basilica, oppure più su ancora in
Cielo.
Quindi, in questo senso il
culto al Santo è un atto di fede e, come dicevo di S. Filomena, prima, che il
Signore si è servito del corpo di quella ragazza che è rimasto sconosciuto per
secoli e che, in seguito al culto prestato, soprattutto dal Santo Curato d’Ars
che si cita come unico, ma invece sono tre, quattro
Santi, Chanel, Jaricot, ecc. che hanno prestato
grande venerazione a Santa Filomena, il Papa stesso Gregorio Decimosesto che
ha concesso la messa, Pio IX che è stato guarito dalla apoplessia da giovane,
dopo una sua visita al Santuario di Santa Filomena, tanto che, quando lasciò
Roma nel 1849, andò a rendere atto di omaggio e di ringraziamento alla Santa, e
di questo c’è la documentazione relativa.
Ora, questi sono fatti che non
si possono disconoscere.
Mi ha colpito nella
processione in onore di S. Biagio la signora che aveva in testa
Ora, noi dobbiamo fare in modo
che la nostra fede vada direttamente a Dio attraverso l’intercessione del
Santo; ciò ha dato occasione ai Bollandisti, (quegli studiosi che ormai da
quattro o cinque secoli vanno raccogliendo le testimonianze dei Santi, e ne hanno
raccolti 80 volumi in folio, dove sono riunite tutte queste testimonianze) di
rilevare quanto dissi per S. Filomena. La finale è sempre la stessa: anche
dovesse venir meno qualche cosa di marginale, la
finale è sempre la fede in Dio, attraverso la mediazione dei Santi.
E mi piace concludere,
dato che si tratta di un argomento di carattere sacro, citando la preghiera
che abbiamo detto, durante
Grazie.