Mons. DANTE BALBONI

della Biblioteca Vaticana

Segretario della Pontificia Opera di Arte Sacra

 

 

Conferenza del 3 maggio 1982 al Centro Culturale "Maratea"

 

 

SAN BIAGIO, FEDE E STORIA

 

La visuale che mi è stata proposta è molto ampia; vedrò di acconten­tare ed eventualmente integrare nella discussione soprattutto nella conclu­sione finale che terrà il Sindaco, non come Sindaco ma come studioso. Penso che potremo avere da lui la sintesi di cui ha parlato il direttore tra la fede e la scienza.

Un problema che ha toccato sempre sia gli studiosi, tali o presunti tali, e sia anche coloro che partono da altre posizioni; l’importante è arrivare al punto giusto, al punto di equilibrio.

Quando sono arrivato nella Basilica di S. Biagio di Maratea per vene­rare le reliquie, ho visto un mazzo di fiori voriopinto, ed ho pensato che di S. Biagio si può parlare scomponendo questo mazzo di fiori, raffiguranti le mie osservazioni e riflessioni che servono a sviluppare quel dialogo iniziato da padre Tropeano.

Il metodo di ricerca probabilmente, può essere un po’ diverso, perché il centralino in cui sono vissuto un quarto di secolo, quasi mezza vita, è un centralino certamente diverso da un altro qualsiasi centro di studi. Alla «Vaticana», ad esempio, si ha la migliore biblioteca Luterana, coeva a Lutero, si ha la migliore biblioteca Rinascimentale di Guido da Montefeltro di Urbino, contenente la Bibbia detta urbinate e la Divina Comme­dia magnificamente miniata: si conservano alla «Vaticana», i più antichi codici dei classici, tra cui la famosa Antologia Greca del IX secolo, la più antica raccolta antologica di autori classici, (per avere gli autori clas­sici del V secolo avanti Cristo dobbiamo scendere al IX secolo dopo Cristo).

La «mostra di Virgilio», organizzata dal Direttore e anche dalla Biblio­teca Vaticana, porta dei codici di Virgilio del IV secolo, soltanto qualche foglio del 11 secolo, ma nessuno autografo; il Vaticano, il Laurenziano, il Romano sono quattro o cinque codici con nomi diversi in parte o total­mente conservati alla Vaticana e distanziati di secoli dal poeta romano.

Ora nell’indagine per assodare un «dato» storico, non dobbiamo fer­marci davanti al vuoto, eventualmente di secoli, ma seguire il filo, alle volte sotterraneo, alle volte evidente, che collega oggi, con dieci, quindici, venti secoli fa. Pensate alla Sindone i cui primi documenti sono del 1200-1300; però l’analisi scientifica compiuta negli Stati Uniti ha rivelato l’iter di quel lenzuolo da Gerusalemme a Costantinopoli, in Francia, in Italia e ciò attraverso l’esame dei pollini; quindi non è solo il documento scritto che serve a dimostrare un fatto, ma anche altri elementi, dal secolo scorso soprattutto, anche dal settecento, tra cui il «monumento» come dimostra l’etimologia stessa, da «moneo» che vale quanto «doceo» documento.

Pertanto agli elementi tradizionali, cioè normali, ora si aggiunge anche quello scientifico.

Il vostro professore di Matematica, parlava anche dell’approfondi­mento matematico-filosofico che è essenziale, basilare per arrivare anche al fatto scientifico; infatti, anticamente la filosofia e la medicina costitui­vano una sola facoltà, perché non si può scindere, nella ricerca il fatto spirituale dal fatto materiale, perché il fatto materiale è l’espressione di uno spirito.

Qua siamo un centinaio e se ci guardiamo, ciascuno di noi è vestito di­versamente dall’altro, però tutti siamo vestiti, con vesti diverse, ciascuno esprime se stesso in una forma diversa.

Ora, tutte queste riflessioni devono essere tenute come basi per un di­scorso valido, perché se noi ci fermiamo soltanto al vestito, soltanto alla reliquia, soltanto al fiore, alla candela, al cero, all’urna ecc. noi ri­schiamo, non dico di quantificare, ma di minimizzare un valore spirituale che ha una proiezione, una origine soprattutto molto più ampia di quella che può essere la piccola espressione temporale, artistica o meno.

Ora, mi pare che il primo punto da sottolineare sia, il concetto di «tra­dizione».

Quando si parla di tradizione, spesso si pensa ad un sottoprodotto, cioè un qualche cosa messo nell’inconscio oppure nel nebuloso.

Ora, il concetto di tradizione è un concetto dinamico, non è un concet­to statico perché il «tradere», deriva da trans-dare, cioè trasferire da un posto all’altro, da una persona all’altra.

La tradizione dobbiamo prenderla nel suo complesso, nella sua ric­chezza, nel suo contenuto, non soltanto nel margine.

Possiamo prendere lo spunto da una frase del Vangelo, anzi dalla mis­sione che Cristo ha dato agli Apostoli e ai loro successori, ai Vescovi, ai Sacerdoti, a chiunque insegna con impegno e con serietà e con profon­dità, e cioè: «andate, predicate e battezzate»-

Io mi soffermo sul concetto di «predicate», per cui la tradizione, non è tanto un fatto scritto, quanto un fatto orale, e difatti gli Apostoli hanno cominciato a predicare e per i primi 20-30-40 o cinquanta anni, lo po­tranno stabilire i biblisti, non c’era niente di scritto, era tutto orale, si tramandava tutto oralmente.

In seguito è venuto lo scritto, è venuto il manoscritto, è venuta la gelosa conservazione del manoscritto, la tutela, la traduzione dal greco al latino nel IV secolo, perché nei primi secoli la lingua della Chiesa Romana, era il greco, come del resto da voi anche nel periodo Bizantino, e più tardi il latino.

Adesso si usano le lingue nazionali, o meglio dal ‘300 al ‘500, come ho potuto dimostrare attraverso i codici della Vaticana che già in quei secoli, dal decimo-quarto al decimo-sesto, la parola proclamata nelle Chiese era in lingua nazionale, poi c’è stato un momento di involuzione, del periodo Tridentino, quando cioè, per timore della eresia luterana e di altri eretici, si è stabilito che la proclamazione della parola di Dio doveva essere sol­tanto in latino, a cui seguiva però sempre l’omelia, cioè la predica in lingua nazionale.

Quindi la parola è l’elemento fondamentale della tradizione ed anche della cultura, a cui unisco il termine «cultus» perché la radice è la mede­sima, per il valore sacrale della verità che viene trasmessa oralmente.

Ne do una piccola dimostrazione: giovane sacerdote, fui mandato in una grossa parrocchia vasta, non so se quanto Maratea, forse meno perché non ci sono le montagne a Ferrara, essendo tutta pianura, partecipai ad un funerale che richiedeva una mezza giornata di cammino, andata e ritorno, allora non c’erano macchine, non c’erano tutte le comodità odierne e nell’andata, e un po’ anche nel ritorno, con qualche intermezzo nei rosari, nelle preghiere, i confratelli del Santissimo che accompagna­vano il funerale mi raccontavano che la chiesa parrocchiale al tempo di Napoleone aveva subito delle demolizioni, che al tempo dell’Unità d’Italia c’erano stati dei contrasti politici per un reverendo il quale probabilmente era contro l’interesse anche della sua condizione sacerdotale, e successi­vamente c’era stata la vendita di un quadro di S. Biagio ecco perché lo cito, in seguito ad una alluvione del Po avvenuta nel 1872, che i fedeli attribuivano al fatto che il parroco aveva venduto il quadro di S. Biagio e, quindi la necessità di recuperare il quadro, e la tranquillità nella Par­rocchia, insomma tante notizie interessantissime.

Appena a casa mi sono messo al tavolino ed ho scritte tutte queste cose, poi piano piano, sono andato nell’Archivio parrocchiale ed ho cer­cato i documenti, ed ho trovato le fatture dei pagamenti per la ricostru­zione della chiesa, per il riacquisto del quadro, ecc.

Oralmente io sono venuto a conoscenza della storia della Parrocchia di quasi due secoli, ed era comprensibile questo, perché allora mancava la corrente elettrica, mancava la televisione, alla sera che facevano in casa? Si raccontavano le cose, il nonno le raccontava ai figli, ai nipotini,

si ridomandavano i particolari, quindi c’è stata una trasmissione con­tinua.

Ora questo concetto di tradizione, bisogna tenerlo ben presente, che non è in antitesi con la ricerca scientifica, la ricerca scientifica deve avere anche come suo oggetto la tradizione con i suoi fini e con i suoi metodi; non è in antitesi, ma sempre in convergenza per arrivare alla ricerca della verità.

Se fossero scomparsi tutti i documenti nel recente terremoto di Ma­ratea, (anche se sono soltanto dal 1600 dopo quell’altro, mi pare incendio o comunque depauperamento degli archivi) che cosa succederebbe? Forse perché mancando gli archivi non è esistita Maratea in quei secoli? E, sarebbe ingenuo il dirlo; e allora con lo stesso argomento non possiamo dire che il tale avvenimento è accaduto solo perché c’è il documento oppure non è accaduto perché non c’è il documento, e, quanti sono vis­suti dei vostri antenati qua in Maratea, senza che vi siano i documenti? Non per questo, si può dire che Maratea non esistesse.

Allora con Maratea poteva esistere certamente anche la chiesa dove venivano battezzati i vostri antenati, certamente l’altare della Madonna, certamente l’altare di S. Biagio, certamente l’altare del Santissimo, ecc., cioè, tutta quella componente di vita cristiana e di vita sociale che noi possiamo raccogliere parallelamente, anche da altra documentazione.

Allora, ecco, il metodo di ricerca è il metodo comparativo; vi do un esempio: nella mia condizione di ricercatore, bibliotecario ecc. mi chie­sero di fare uno studio su S. Giorgio e uno studio su Santa Filomena, perché tutti e due hanno avuto degli «incidenti» nel loro culto e nella loro storia.

Ora, per quanto riguarda S. Giorgio, ho avuto modo di dare al vostro Direttore che ringrazio fin d’ora dell’invito un fascicolo su S. Gior­gio e la documentazione che prima non era stata trovata e che anzi questa ignoranza della documentazione, aveva fatto sì che S. Giorgio dovesse essere se non espulso, almeno declassato circa la credibilità della sua esistenza.

Ora, la ricerca sistematica di tutte le fonti, letteraria, monumentale, liturgica, di tradizione ecc., ha dato una tale messe di documenti dal IV secolo in poi, quindi non dopo 3-4-5-6 secoli ma poco dopo qualche decennio dalla morte, talmente diffusa in Oriente, che si ha persino una nazione che si chiama Georgia, e talmente sparsa in Africa in Oriente, e poi in Occidente, da figurare anche nei libri della Chiesa Romana almeno dall’VIlI secolo.

Ora, tutto questo sta a dimostrare una nostra conoscenza di oggi del problema di allora, perché abbiamo la documentazione, cioè perché l’ho trovata; e se uno non la ricercava? Non era vero? La verità è diversa mi pare.

Ora, senza fare riferimenti di carattere polemico, ma solo di metodo, di ricerca; lo stesso può avvenire e certamente avverrà per S. Biagio, perché mentre preparavo questa conversazione, ho trovato libri antichi e recenti su S. Biagio che non ho visto citati da nessuno degli studiosi anche recenti, il che vuol dire che la ricerca è ancora aperta; lo dirà certamente Padre Marco Petta nella prossima lezione circa il culto go­duto da S. Biagio in Oriente per il quale esistono dei repertori agiogra­fici. Esistono la Biblioteca agiografica latina, la Biblioteca agiografica greca, la Biblioteca agiografica orientale, repertori in cui sono elencati tutti i codici in ordine cronologico che riguardano un dato Santo, per cui enucleando tutti questi testi, non accontentandosi soltanto delle citazioni bibliografiche, ma andandoli a vedere, certamente si ha modo di allargare le nostre cognizioni intorno al culto prestato a S. Biagio nell’antichità.

Analogamente posso dire di Santa Filomena, che l’espunzione dal ca­lendario è stata affrettata, perché si è fondata su un’ipotesi quindi nem­meno uno studio, di un archeologo, il quale riteneva che le formelle, i cocci diremmo noi, su cui sta scritto il nome di Santa Filomena, fossero stati riutilizzati, per cui il corpo di quella ragazza che stava dentro non era della Filomena cui c’era il nome all’esterno.

Invece, un’analisi scientifica, fatta con Padre Marantini, professore a Napoli dei Gesuiti, ed un suo collega, mio professore di archeologia cri­stiana, Gesuita Padre Ferrua, quindi non un’ipotesi di altri, ha provato che quel loculo, quei cocci, non erano mai stati riutilizzati, quindi c’era identità di persona. Ma a parte questo, il fatto dei miracoli, è un fatto teologico, in seguito alla morte ed ai miracoli, comincia la vera vita della Santa; sembrando troppo tenue la sola epigrafe per confortare il culto, si tentò di supplire con la redazione del tutto fantastica, di una biografia da parte di una monaca. Ma questo è un fatto che non c’entra con la ricerca storica, con la verità; il giudizio negativo sulla santità di quella fanciulla l’hanno dato in base ad una invenzione letteraria; è come se noi volessimo giudicare Carlo Magno dalle «chansons de geste» che sono poemi elogiativi; ciò sarebbe illogico, Carlo Magno è esistito ugualmente, abbiamo notizie da altre parti, ma se non conoscessimo queste notizie, non sarebbe esistito Carlo Magno? Sarebbe ingenuo dire di no.

Con il metodo interdisciplinare, oltre al documento c’è anche il monu­mento, c’è cioè un qualche cosa di concreto, che è diverso dal manoscritto ma è sempre espressione intellettuale dell’uomo, quindi può essere una epigrafe, cioè un’iscrizione, può essere una cassetta, come nel caso di S. Biagio, la quale può essere di quel secolo, può essere di un altro secolo; per me, ad esempio è più tardiva la cassetta perciò dobbiamo distin­guere la cassetta dalle reliquie, e come se nel portagioie del ‘700 mettes­simo delle gioie di oggi, sono sempre gioie di valore, anche se la scatola è di altra epoca.

Quindi bisogna avere sempre presente questa analisi dei vari proble­mi, in modo da non confondere una cosa con un’altra e poi tirare delle conclusioni che sono illogiche.

Dovrei ora esporre la vita di S. Biagio, ma ho piacere che ne parli il dottor Fernando, quello invece che vorrei sottolineare è il fatto che si è parlato sempre di S. Biagio in rapporto all’iconoclastia, cioè al mo­mento in cui c’è stata una lotta in Oriente, da parte dell’imperatore per ragioni politiche, contro i quadri, contro le icone, contro le immagini dei Santi e anche delle reliquie.

Il pittore spesso era un Monaco, prima di dipingere pregava, e anche quando si accingeva a dipingere, c’era il monaco sacerdote che lo assi­steva con la preghiera, noi diremmo, «gli dava una particolare benedi­zione». Quando il monaco dipingeva, triturava nella pittura, nei colori, delle reliquie dei Santi, per cui l’immagine non era soltanto una foto­grafia, diremmo noi adesso, sia pure artistica, psicologica ecc., ma era un qualche cosa che stabiliva uno speciale rapporto con l’orante perché la reliquia, si riteneva e lo riteniamo anche noi, facendo parte del corpo del Santo, aveva di per sé una «virtus» un qualche cosa da trasmettere. È analogo a quanto andiamo studiando noi adesso, circa la parapsico­logia, i rapporti dell’uomo, l’influsso che ha uno sull’altro attraverso lo sguardo, attraverso i poteri magnetici esistenti in noi anche se non lo sappiamo; si tratta di un rapporto che si veniva a stabilire tra l’imma­gine, l’icone, e il fedele e questo era in contrasto con le leggi imperiali.

Ora, un aspetto particolare di quell’epoca, non è tanto questa lotta, quanto la precedente invasione dei Persiani, che pochi ricordano, al tempo di Cosroe, il quale da Gerusalemme porta via la Santa Croce, che viene riconquistata ecc.; subito dopo ci sono gli Arabi anche questi non vengono ricordati che conquistarono tutta l’Africa settentrionale,

nel secolo successivo in Spagna e, poi verso la fine, nel 770 ecc. la famosa Roncisvalle, Rolando ecc. che poi dà origine alle famose «Chansons de geste» e ad una letteratura cavalleresca che arriva fino allo Ariosto ed al Tasso.

Ora, tutto questo è un aspetto, un elemento che dobbiamo cercare di studiare, di valorizzare nella sua cornice esatta, quindi questi elementi possono essere come dato religioso, l’archeologia, la Bibbia, l’ascetica, l’agiografia, ora, tutte queste scienze vanno tutte approfondite, tutte ben dipanate in modo tale che si arrivi per quanto è possibile vicini alla verità.

Circa poi il culto di S. Biagio in Occidente, fu ricordato che la prima Chiesa è a Salerno nel 1040, poi si passa al 1127; ora io vorrei dire che, nella mia zona, la pianura Padana, nella mia città di origine, «Cento», la chiesa, che adesso è Basilica come è il vostro santuario, col titolo di Basilica Romana, viene consacrata nel 1045, quindi siamo molto vicini e siamo molto prima del 1127, allora, se io poi vado a fare un’indagine nei luoghi in cui è venerato S. Biagio, e, come accennava ieri il nostro rappresentante di Cento, si ricorda che egli è il protettore delle acque (a Maratea il mare è splendido, da noi pianura con acquitrini) basta seguire a ritroso il corso del Po e abbiamo che il culto a S. Biagio da Ravenna passa ad Argenta, un grosso centro antico, antichissimo che ha una chiesa dedicata a S. Biagio, da Ravenna supera il Po, arriva a Fer­rara dove la chiesa che stava alle porte dell’antica città è dedicata a S. Biagio, poi si arriva a Bondeno, grosso centro dove il Po anticamente si diramava verso il Panaro, lì c’è la chiesa dedicata a S. Biagio, e così si può procedere allo studio, come ho fatto per S. Giorgio, e il culto risale fino ad entrare nel patrimonio culturale prima Bizantino poi Longobardo, quindi la ricerca va fatta sistematicamente nell’annuario del Touring Italiano, come ho fatto per S. Giorgio, poi si va a vedere l’anno della dedicazione, l’anno della costruzione della chiesa, cioè si approfondisce il problema mettendo in ordine cronologico tutte queste notizie, allora il primo documento, se si trova in un dato archivio, a-b-c ecc., è un docu­mento di quell’anno, non è il primo o l’unico, oppure il documento deter­minante.

Basta pensare a Roma, le chiese di S. Biagio sono numerose e anti­chissime, uno studio accurato darebbe risultati sorprendenti.

Un altro punto è il famoso 732, l’anno dell’arrivo delle reliquie, cer­tamente non è un dato dogmatico.

Ora, anche questo è un elemento da tener presente e cioè, quando noi diciamo un anno, questo può essere orientativo e può essere anche indicativo, ma finché non è provato il contrario, non possiamo eliminarlo, finché non è provato che il 732 non è l’anno preciso, non possiamo dire che non è vero, perché non possiamo pretendere la sicurezza con tutte le invasioni che ci sono state nel sud, degli Arabi, dei Saraceni, dei Nor­manni ecc., bruciamenti di archivi ecc., da noi nel nord, con gli Avari, gli Unni, i Vandali, poi nel nono secolo gli Ungari che hanno rovinato e bruciato tutti gli archivi anche della mia diocesi; e quindi in quelle noti­zie che noi abbiamo, che sembrano un po’ favolose, è da dipanare l’ele­mento fondamentale e sostanziale da quello che può essere la presenza del Santo in quell’anno. Se noi leggiamo la vita di Metafraste, cioè del primo storico della vita di S. Biagio, come ha citato Padre Tropeano, nel testo greco, ha un sapore, se la leggiamo nella traduzione latina, com­piuta un secolo dopo da un napoletano, ha già un altro sapore, perché si ambienta nella lingua latina occidentale; se poi leggiamo la traduzione del 1700, la troviamo più ampollosa. Se adesso io dovessi pubblicarla, la pubblicherei certamente con la lingua di oggi, farei una traduzione che certamente si discosta da quella del 1700.

Ora, tutto questo deve essere considerato, perché il fatto di puntua­lizzare un argomento, non deve essere confuso con la cornice o con la variabilità o l’aggregazione di altri elementi che tenderebbero, se noi non stessimo attenti, a sfasare, a sfigurare l’elemento sostanziale.

La frase forse un pochino pesante, pronunciata precedentemente «è stata creata la leggenda quando non c’era il culto», è da riesaminare.

Finché non è provato il contrario di una cosa, non si può buttare quello che si ha. i~ un pochino come è stato fatto con la Liturgia, sono stato nel Movimento liturgico, prima del Concilio, nel 1947, ho avuto delle esperienze anche pastorali con i giovani nel ‘54-’57, c’è stato il Con­cilio ‘62-’65, alcune cose sono state recepite, altre no, alcune cose sono state subito attualizzate, all’insegna forse di una fretta, altre sono state riesaminate; ora io mi trovo in un ambiente dove c’è da riesaminare il problema delle costruzioni delle Chiese nuove e della ristrutturazione di quelle che già sono costruite, ma ci sono degli elementi, delle com­ponenti essenziali, da cui non possiamo discostarci.

Il problema delle reliquie, è un problema molto impegnativo, perché

è stato detto che: «se noi mettessimo insieme tutte le reliquie di S. Biagio, avremmo un esercito di S. Biagio », è una frase di effetto.

Ma quali sono le reliquie? Cioè quale è il criterio per scegliere le reliquie? Quando io ho ritrovato le reliquie di S. Giorgio a parte quelle di S. Pietro che già c’era tutto un apparato scientifico dell’Uni­versità di Roma a cui noi abbiamo demandato l’esame e recepito l’esito esse stavano a Como, perché a Como? Analizzando trovai che erano ve­nute da Pavia; perchè a Pavia? Perché Pavia era la capitale del regno d’Italia, Pavia non aveva martiri come Ravenna, Apollinare; o come a Bologna, San Petronio ecc., e allora i Longobardi, convertiti da Teodo­linda, per opera anche di San Gregorio Magno, che hanno fatto? Hanno cercato di avere dei corpi di martiri e di santi per la loro città.

Uno dei primi fu Sant’Agostino da Ippona; dall’Africa, passato per Cagliari, il corpo venne trasferito a Pavia in una grande Chiesa che ancora esiste e custodisce le reliquie.

Corrisponde l’anno 732, all’epoca in cui c’è trasmigrazione di reliquie per procurare alle città, le reliquie di un Santo Protettore.

Su questo concetto del «Santo Patrono» molto importante, è stato organizzato un convegno a Terni sotto diversi profili: (ecco l’interdisci­plinarietà) religioso-sociale-storico-artistico-economico.

Ora, le reliquie vanno considerate in questo triplice modo: «reliquie ex ossibus» cioè delle ossa dirette del santo, e quando si parla di reliquie, non si parla di corpo, e anche quando si parla di corpo in certi documenti, non da prendere il corpo per intero, perché appunto io ho rintracciato S. Giorgio e poi, l’ha analizzato scientificamente l’Università di Bologna e si è trattato di alcune reliquie del corpo di S. Giorgio, quindi dà spazio anche ad altre reliquie portate altrove, come si sa, ed allora siamo andati a Venezia, Bologna, Roma ecc., ad esaminare quelle reliquie ritenute di S. Giorgio; alcune integravano il corpo; perciò si è fatto il disegno del corpo umano per individuare le varie parti del corpo, altre invece erano duplicati; non si può pensare che S. Giorgio avesse tre gambe o tre brac­cia ecc., allora come si spiega questo? Nemmeno si possono buttare, prima dobbiamo rendercene conto.

Allora che succede? Che nei primi secoli non si potevano prelevare le ossa dal sepolcro, c’era una legge romana che lo vietava, questo fino al tempo di S. Gregorio Magno, tanto che il presunto dito o falange di S. Pietro a Milano, era una cosa da verificare, quando si è proceduto alla verifica si è trovato un pezzo di stoffa, perché? Il perché S. Gregorio lo dice in una sua lettera all’Imperatrice che voleva una reliquia di S. Pietro: non si possono aprire i sepolcri, io mando un «brandeurn» cioè una stoffa che veniva calata dentro la tomba, toccava le ossa, cioè le reliquie ex ossibus e questo tocco, questo contatto si riteneva che, aspirasse una «virtus» cioè un particolare valore delle ossa del Santo e poteva essere ritenuta come reliquia ex contactu; difatti in quel sepolereto di Milano c’era il «brandeum» cioè il pezzo di stoffa toccato sulla tomba di S. Pietro.

Poi e era un altra forma «ex imitatione»: una città aveva il torace, altri una tibia, un altro un’altra parte del corpo, la testa per esempio, e allora si cercava di prendere un’altra testa come per esempio, nel caso dei reliquiari rubati dalla rivoluzione francese contenenti le teste di S. Pietro e di S. Paolo, hanno preso altre due teste, per dare valore di reliquie, pur sapendo che non erano reliquie proprie, ma era un ricordo, una rappresentazione, come l’attuale fotografia, cioè la stessa parte del corpo che era stata prelevata, o rubata, o distrutta.

* * *

Per l’iconografia del Santo, l’abbiamo già accennato prima, era ve­stito da Vescovo, era con l’insegna propria ecc., una indagine che credo non sia stata eseguita, almeno non l’ho riscontrata nelle mie ricerche, è l’esame della raccolta di tutte le opere d’arte sacra, dalle origini del Cri­stianesimo fino al 1400, che si trova nella Biblioteca Vaticana (duplicato di una analoga raccolta che sta in America, nella Princeton university); siccome è tutta in Inglese l’uso è molto limitato, però penso che ci sia materiale importante; questo mi permetto di suggerirlo ai giovani, perché certe ricerche le potete fare voi con entusiasmo, con la passione di allar­gare la sfera delle vostre ricerche, l’importante è che ciascuno porti un proprio contributo.

Colgo l’occasione per proporre la raccolta dei marmi che ho visto in varie parti della città; quelli che possono essere messi al loro posto si mettano questo è un criterio adottato dalla Pontificia Commissione di Arte Sacra ma quello che non può essere messo al suo posto, per ragioni di sicurezza o anche di estetica, si può raccogliere in un museo; raccogliendo così tutti questi marmi, in ordine cronologico, si delinea una documentazione nuova della storia di Maratea.

Ho visto che ciò in parte è stato compiuto in queste vostre pubbli­cazioni, ma certamente ancora diverse cose sono da fare.

Poi c’è l’ultimo argomento che è il «culto», il culto al Santo: proprio ieri mi è venuta l’idea, direi così più esplicita, più precisa, che noi dob­biamo stare attenti, come ho accennato prima, al vestito, alla cornice ecc., cioè, nel caso specifico di S. Biagio, ho visto che c’è grande attenzione per il Busto, Busto che poi mi pare sia stato rinnovato, Busto che risale al ‘600, però il culto prima avveniva anche senza il Busto, quindi non si deve dare troppa importanza a quello che è marginale, sia cronologica­mente, sia anche in rapporto al Santo.

Poi c’è un altro fatto, che l’attenzione nostra non è al Busto, ma èalle reliquie del Santo, quindi a quella edicola che sta in fondo all’altare maggiore, in quell’Urna dove sono raccolte le reliquie «riconosciute» nel 1941 e che potrebbero anche essere oggetto di maggiore studio, come è stato fatto per altri Santi, per S. Pietro, per S. Giorgio, per S. Fran­cesco, S. Antonio di Padova ecc., però anche qua siamo ancora, direi così, nel cammino interlocutorio, la nostra adesione, il nostro culto, il nostro amore va a S. Biagio, che non è, né il Busto, né le ossa, ma al Santo, cioè all’anima del Santo, che è stata glorificata dal Signore, in virtù del suo martirio, cioè di questa sua donazione e dedizione totale, tanto da sacrificare la propria vita per dimostrare l’amore a Cristo.

Quindi, dobbiamo tenere sempre distinte queste varie fasi, altrimenti rischiamo di fare una confusione e di correre dietro a quello che è mar­ginale senza ricordarci che il sostanziale sta su in Basilica, oppure più su ancora in Cielo.

Quindi, in questo senso il culto al Santo è un atto di fede e, come dicevo di S. Filomena, prima, che il Signore si è servito del corpo di quella ragazza che è rimasto sconosciuto per secoli e che, in seguito al culto prestato, soprattutto dal Santo Curato d’Ars che si cita come unico, ma invece sono tre, quattro Santi, Chanel, Jaricot, ecc. che hanno pre­stato grande venerazione a Santa Filomena, il Papa stesso Gregorio De­cimosesto che ha concesso la messa, Pio IX che è stato guarito dalla apoplessia da giovane, dopo una sua visita al Santuario di Santa Filo­mena, tanto che, quando lasciò Roma nel 1849, andò a rendere atto di omaggio e di ringraziamento alla Santa, e di questo c’è la documenta­zione relativa.

Ora, questi sono fatti che non si possono disconoscere.

Mi ha colpito nella processione in onore di S. Biagio la signora che aveva in testa la Cinta di Candele perché era stata miracolata, si tratta di un gesto di riconoscenza e di fede.

Ora, noi dobbiamo fare in modo che la nostra fede vada direttamente a Dio attraverso l’intercessione del Santo; ciò ha dato occasione ai Bol­landisti, (quegli studiosi che ormai da quattro o cinque secoli vanno raccogliendo le testimonianze dei Santi, e ne hanno raccolti 80 volumi in folio, dove sono riunite tutte queste testimonianze) di rilevare quanto dissi per S. Filomena. La finale è sempre la stessa: anche dovesse venir meno qualche cosa di marginale, la finale è sempre la fede in Dio, attra­verso la mediazione dei Santi.

E mi piace concludere, dato che si tratta di un argomento di carat­tere sacro, citando la preghiera che abbiamo detto, durante la Santa Messa, che è una sintesi di quello che abbiamo detto sotto questo profilo di una ricerca serena, tranquilla, oggettiva, costante della verità: «O Dio che hai reso ammirevole il tuo martire e Vescovo S. Biagio», quindi lo dice martire, lo dice Vescovo, nel sopportare i propri supplizi e nel lenire le altrui sofferenze, ecco dove sta la carità verso Dio e verso il prossimo; non è soltanto unidirezionale, ma è comprensivo anche dei fratelli perché tutti insieme formano poi il corpo mistico di Cristo; «concedici, nella tua bontà, di imitare la sua costanza nella fede e di sperimentare nei pericoli la sua protezione»; ecco la funzione del Santo, di imitare come un modello, è un fratello maggiore, è uno che ha già raggiunto la sua meta in una forma eroica, e quindi per noi è un modello da imitare nella fede; e poi, dato che si trova già nel possesso della gioia, «di sperimen­tare nei pericoli la sua protezione»; è quello che certamente molti dei vostri antenati e voi stessi, avete potuto sperimentare: come quella donna miracolata per un atto di fede in Dio e nel suo intercessore S. Biagio. E ci auguriamo che questo avvenga, sia nel campo umano di collabora­zione cittadina, culturale; e soprattutto nel campo spirituale della vita cristiana, che oggi è rappresentata dal vostro Vescovo qui presente.

Grazie.

 

Maratea 03 maggio 1982

Mons. Dante Balboni

 

 

 

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