C’era una volta…! (Piccole storie Marateote)
Eravamo un gruppetto di ragazzi al 'Carro Funebre', che sarebbe nel posto che porta alla 'Croce' - la via della Pietra del Sole-. All'epoca la strada non era pavimentata, ma acciottolata e piena di polvere, e, come tutti i ragazzi, parlavamo e ridevamo di cose inutili. Si aggrega a noi, che facevamo le scuole medie con età tra gli undici e i dodici anni, un ragazzo più grande di età e di statura, liceale a Sapri, e dopo un poco ha inizio un diverbio tra uno di noi e il liceale. La discussione è sempre più accesa e, con la cattiveria tipica dei ragazzi, spingevamo il nostro amico a toccargli la punta del naso: "Fanni vidi ca si curaggiusu, toccani 'a punta du nasu" (Fai vedere, dimostra a questo, che non hai paura, toccagli la punta del naso), che era l'equivalente di una grossa offesa e di una dichiarazione di guerra; il liceale rispondeva: "Ia', fammi vidi 'i chi si capaci 'i fa" (dai, fammi vedere cosa sei capace di fare) e con molto coraggio il nostro amico, con fare incurante, si avvicina al liceale e, effettivamente, gli tocca la punta del naso; nasce una zuffa consistente fra i due con tante ilarità di tutti noi e, dopo un poco, ci premurammo subito di separare i due litiganti, sebbene il nostro amico avesse avuto una bella batosta. Il più grande dei due andò via invitando l'altro a: "Non ti fa' vidi chiu' 'a me, ca' ti davu 'u restu" (gira alla larga da me, altrimenti ti darò altre bastonate), mentre il nostro amico, pieno di graffi, lividi e pantalone e giacca stracciati, si alzò da terra, cercò di togliersi la polvere di dosso e disse: "Ah, erinu paricchi anni ca' m'avia livà sta suddisfazioni!" (Ah, erano molti anni che volevo togliermi questo 'sfizio' ed essere soddisfatto!)
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Tanto tempo fa erano pochissime le abitazioni che avevano in casa il "gabinetto" e l'acqua potabile, se non i pozzi, scavati sotto terra, che raccoglievano l'acqua piovana; i più fortunati avevano in casa o nelle immediate vicinanze le "garamme", fenditure naturali nel terreno molto profonde, in cui versavano i "prodotti naturali individuali" raccolti nei "pitali" (vasi da notte). Era d'uopo, quindi, spessissimo, espletare i propri bisogni nella pubblica strada e, certe volte, al riparo della vista altrui: gli uomini si addossavano faccia al muro in un vicolo poco frequentato e le donne, con quelle larghe e lunghe gonne, si fermavano dove si trovavano, allargavano la loro postura e si vedeva scorrere il "ruscelletto" sotto di loro. - Successe che mio Nonno, bonariamente chiamato Don Biasino di Don Gregorio, stava scendendo da Capocasale e si era fermato in un anfratto di un vicolo per un "bisogno personale" e, mentre era attento a questa pratica, scendeva da Massa una signora, con la cesta in testa per recarsi al mercato giornaliero che si svolgeva in via Cavour, alla quale mio nonno doveva pagare due caciocavalli (una volta i caciocavalli si vendevano a coppia), che gli ricordò: "Don Biasì, t'arricordu pi piaciri, si mi puterisi pagà chiddi cascavaddi!" (Don Biagio, ti ricordo, per piacere, se potresti pagarmi quei caciocavalli!"), la risposta, senza interrompere il suo operato: "Non ti preoccupà, bella mia, ca' iustu mo' tencu n'affari pi' 'i mani e 'u primu pirtusu c'attippu è chillu tuu!" (Non preoccuparti, mia bella -vezzeggiativo- perchè giusto in questo momento ho un affare per le mani e il primo buco -debito- che otturerò sarà quello tuo!)
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Un signore, che spesso viveva di espedienti, si recò nel Bar di Gigino Avigliano, ordinò un caffè, che consumò subito e anziché pagare disse: "Gigì, vado a fare una partita a carte e ti pago dopo". Così fece. Andò a giocare e, avendo perso la partita, ritornò al banco per pagare la consumazione fatta al gioco delle carte che consisteva nel costo di 80 lire, il prezzo di una birra. Diede una banconota di 500 lire e Gigino si trattenne anche le 30 lire del caffè consumato prima e restituì la somma di 390 lire. Il "signore" alla vista di quel resto apostrofò il barista in malo modo: "Come ti sei permesso a trattenerti dai miei soldi il costo del caffè. Io ero venuto per pagare solamente la birra: questa è appropiazione indebita. Ti vado a denunciare". E così fece e per sedare il conflitto e far ritirare la denuncia, il povero Gigino dovette dare al "signore" 10.000 lire. E anche questa è storia.
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Quando ero un ragazzino, girava una signora anziana per le nostre strade e che vestiva da monaca, abitava al Palazzo ed era alta, ossuta e molto magra ed era definita 'la monaca spogliata', perchè, si diceva, fosse stata in un convento di monache francescane, ma che ne era venuta via. Vestiva con indumenti marroni, come le francescane, rattoppati e fatiscenti e sempre con sandali senza calze; viveva, come tante persone in quella epoca, in miseria e facendo lavori da domestica nella famiglia D'Alitto, si chiamava Marianna Loccisani e viveva insieme alla sorella Rosa, detta Rosina 'i ndinghi ndinghi. Camminava claudicante e quasi tutte le sere si recava in chiesa e spesso andava a confessarsi con Don Biasino D'Attoli, sacerdote di Maratea, nella chiesa dell'Immacolata e noi ragazzini sedevamo vicino al confessionale per ascoltare quali peccati facessero i penitenti... e una volta ascoltammo a Za' Monaca, come bonariamente la chiamavamo, dire in confessione: "Don Biasì, è piccatu dici 'culu ha dittu' o 'culu diciti'? Vui comi dicisi?" (Don Biasino, è peccato dire 'chi' lo ha detto' o 'chi lo dice? voi cosa ne dite?) E il povero Don Biasino rispose: "Si no tenisi ati piccati, vavatinni ca t'aggiu già assoltu!" (Se non hai altri peccati, te ne puoi andare perchè ti ho già assolto!)
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Pretura di Maratea. Sì, perchè una volta a Maratea vi era la Pretura ed anche il carcere mandamentale e i 'criminali' arrestati erano colpevoli di abigeato (furto di una pecora o al massimo un maialino), pascolo abusivo o 'gravi' reati simili. Un signore molto anziano, che chiameremo Xxxx, di Maratea era stato arrestato per ubriachezza molesta e condotto in carcere. Era una persona innocua, un lavoratore, ma aveva il vizio di bere e una sera aveva infastidito un 'tutore dell'ordine' e perciò arrestato. Si doveva discutere in Pretura il reato di questo cittadino Xxxx ed il giudice era Giuseppe D'Orlando, anch'esso di Maratea. Dopo la lettura del capo di imputazione, il Giudice si rivolge a Xxxx, invitandolo: "Imputato Xxxx cosa avete da dire a vostro discarico?"; Xxxx guarda il Giudice, con aria paterna, conoscendolo fin da quando era piccolo e dice: "Pinù, fallu pi' l'anima 'i patitu!" (Pinuccio -chiamandolo amichevolmente - abbi pietà di me, in memoria dell'anima di tuo padre!)
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Le Bande Musicali erano il cuore musicale delle piazze, durante le feste Patronali. Non esisteva la radio o la televisione o, come adesso, lo streeming e l'unico modo per ascoltare la musica era la Banda Musicale. Anche Maratea aveva il suo Complesso Bandistico e i componenti erano tutti artigiani o lavoratori stagionali e giovani, ma quasi tutti con pochissime disponibilità economiche e "suonare" per 50-60 giornate in un anno era un buon guadagno per tutti. I Comitati delle Feste, d'altronde, per spendere meno ospitavano i musici nelle famiglie per il vitto e, se necessario, anche per l'alloggio. Quattro musicisti Marateoti erano ospiti in una famiglia a Lauria per la Festa di San Nicola e mentre erano seduti a tavola per il pranzo, consistente nel primo piatto di pastina in brodo, probabilmente non molto sostanzioso e abbondante, uno di questi, che suonava il trombone contrabbasso, si alzò in piedi per togliersi la giacca e la camicia, mentre i suoi tre compagni lo intimavano a sedersi, disse: "Ma già spuglià, ca vogliu vidi si pozzu simmuzzà nu pocu d'acinu 'i pipu" (Mi devo spogliare per tuffarmi pel piatto per scoprire se posso pescare un poco di pastina del tipo di semi di peperoni!)
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Primi anni '50, un Signore aveva acquistato una Radio ed essendo non vedente, era soggetto alla moglie a quasi tutte le necessità; ascoltava una trasmissione di una emittente sconosciuta e che male si sentiva con fruscii e disturbi tipici delle radio a onde medie. Era settembre e la banda musicale di Maratea, diretta da Eduardo LImongi, era a Trecchina per allietare la Festa di San Michele; il non vedente, stanco di ascoltare quel canale della radio che male si captava, chiamò la moglie e disse: "Mariù, mitti a Tricchina e sintemu chi soniti cumpa Luarducciu" (Mariuccia - la moglie - sintonizza la radio su Trecchina, così possiamo sentire cosa sta suonando il compare Eduardo Limongi).
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In Piazza Buraglia, dove attualmente è la paninoteca di De Bernardo, era la Farmacia del Dott. Luigi Greco. Il suo intercalare, quando si innervosiva, era "eh Santa Madonna, caxxo". Un giorno una signora entrò nella Farmacia qualche minuto prima che partisse la corriera che tutti i giorni, alle ore 12, dalla Piazza arrivava a Massa, dicendo al Farmacista: "Don Luì, tencu 4 ova e m'averisi da' a medicina c'avera fa' nu durciceddu" (Don Luigi, ho 4 uova e mi dovresti dare la medicina perchè vorrei fare un dolce) perchè all'epoca lo Speziale (il farmacista) preparava anche i lieviti. Il Farmacista era occupato a preparare una pozione di un altro avventore e nel frattempo il Pullman sollecitava con il clacson la partenza e la signora ripeteva la sua richiesta; e così per altre volte, finchè all'ennesima richiesta della signora: "Don Luì, tencu 4 ova..." don Luigi sbottò: "eh Santa Madonna, caxxo, io ne ho due e tu già me l'hai rotte...!"
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Le celebrazioni sacre si svolgevano tutte nella Chiesa Madre, naturalmente mi riferisco a moltissimi anni addietro, e bisognava arrivare in anticipo dall'ora prevista perchè c'erano pochissimi posti a sedere e molte persone portavano una sedia dalla loro casa per stare accomodato e, anzi, in tanti lasciavano la sedia in chiesa, con su scritto dietro la spalliera il proprio nome, per evitare di riportarsela indietro. Capitava spesso che qualcuno trovando una sedia libera ci si accomodava, ma ad inizio della funzione religiosa arrivava il "proprietario" che bussava sulla spalla della persona seduta dicendo: "... vidi ca 'a seggia è da mia!" (tieni conto che la sedia è mia, quindi alzati che mi devo sedere io!)
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Quando gli esami per conseguire la patente di guida si svolgevano con un colloquio con un funzionario della Prefettura, che interrogava sia sul funzionamento del motore a scoppio che su come comportarsi con la guida, ad un giovane esaminando che sosteneva l’esame chiese: se guidando di notte incroci un veicolo in senso opposto con le luci abbaglianti, come ti comporti? – La risposta: "’u cecu." (Lo abbaglio anch’io, cercando di accecarlo con le mie luci abbaglianti!)
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Fine anni '50 arriva nell'Ospedale di Maratea, che allora era situato dove ora è l'Istituto Alberghiero, un giovane medico da Roma. Accompagnato da una delle Suore che all'epoca gestivano il personale, fece il suo primo "giro" di visita agli ammalati, che in quei tempi, erano quasi tutte persone anziane ricoverate per "marasma senile". Chiese ad una prima persona che sintomi avesse di malattia e la risposta fu: "Oh! Dottore miu e comi ti lu dico, mancu li cani!" (Oh! Dottore mio non saprei nemmeno come fare per farti capire e dirti del male che ho e che non auguro nemmeno ad un cane il mio male!). Il Medico non capiva il dialetto e cosa avesse di malattia, ma continuò il giro e da un altro paziente ebbe la medesima risposta alla sua domanda: "Dottò, mancu li cani!" (Dottore, neanche ai cani auguro il mio malessere!) e così quasi tutti i pazienti anziani ricoverati, tanto che decise di raccontare in un libro le sue peripezie di medico e intitolarlo "Mancu li cani". Purtroppo lo sfortunato medico cessò di vivere mentre era alla stesura del suo libro e ci è rimasto solamente il titolo.
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Da pochi minuti erano passate le ore
13:00 e i due fratelli Iaselli salivano con la loro Giulietta bianca per andare
a Santa Caterina verso la loro casa. La strada non era ancora asfaltata, ma
polverosa e con vistose carreggiate al centro. All’altezza dell’attuale
deposito d’acqua, dove una volta era la cava di sabbia, in quel rettilineo
scendeva da Massa per recarsi al lavoro a Fiumicello, nella Fabbrica, il
lanificio di Maratea, un giovane a cavallo del suo fiammante motociclo, uno
Zigolo Guzzi 98; forse per l’emozione o per l’inesperienza nella guida, anziché
frenare andò a cozzare contro la Giulietta dei Iaselli. Il più anziano dei due,
Giovanni, scese dall’auto, mentre il fratello ancora incredulo restava al posto
di guida, per constatare se il ragazzo centauro avesse subìto gravi danni.
Accertatosi che stava bene e, dopo i convenevoli di rito, assumendo la sua posa
tipica, piegato sulla gamba sinistra arcuata a mo’ di riposo, e mentre il
ragazzo si scusava per il danno causato, lui apostrofò così il giovane: “ ‘a curpa non è da tua, ma è du progressu, picchì ‘u passaggiu da ‘u ciucciu a la
motocicletta è statu troppu viulentu…!”
(La colpa non è tua, ma del progresso, perché il passaggio dall’asino alla
motocicletta è stato troppo rapido…!)