C’era una volta…! (Piccole storie Marateote)

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067 La crescita

Un emigrato in Francia, originario del Campo, ancora restato un po’ rozzo nei modi e nel linguaggio, era ritornato per la Festa di San Biagio per una breve vacanza. Come quasi tutti quelli che erano partiti per lavorare fuori Maratea, al ritorno nel parlare avevano forzatamente la cadenza del posto da dove provenivano, così il nostro emigrato parlava, inframmezzando vocaboli francesi pronunciati a modo suo, con l’accento italo-franco-campagnolo. Un conoscente, incontratolo, lo salutò e gli chiese del lavoro, della famiglia ecc. e poi: “E figlitu, comi stati? È crisciutu?” (E tuo figlio come sta? È cresciuto?) e lui “eh, oui (sì francese), è fattu grossu beacoup (assai francese), si lu vidisi è na culonna, è crisciutu propriu assai e jastemiti ‘a Madonna propriu comu a unu grossu…!!!” (eh, si, è diventato molto grande, se lo vedi è una colonna, è cresciuto proprio molto e bestemmia la Madonna proprio come una persona grande…!!!)

066 Sabatello

Quando non esisteva la televisione o il cinema o l'attuale internet con tutti i social, per divertirsi  i ragazzi, purtroppo, prendevano in giro le persone: in dialetto si usa la parola "cuffiare", cioè essere sarcastici con la gente e ridere di loro. Era una pratica che per fortuna è stata aborrita. In Via Mandarini, nella casa dove è attualmente il negozio PC OnLine e la Parafarmacia, abitava un signore di nome Sabatino: era solo e senza figli e parenti, molto permaloso e aveva sempre da ridire; cominciarono allora i ragazzi a prenderlo in giro e ridere di lui, chiamandolo "Sabatello". Nel momento in cui arrivava in piazza cominciavano le sequele di frizzi e lazzi contro questo poverino. Era una storia continua. Un mattino arrivato in piazza Sabatino, non incontrò nessuno e, di conseguenza, non ebbe nessuna attenzione di sarcasmo, per cui rivolgendosi alle persone indifferenti per la sua presenza esclamò: "Sta' matina, nongè nisciunu figliu 'i puttana ca mi sfuttiti?" (Questa mattina non c'è nessun figlio di putxana che mi sfotte (mi prende in giro)?). Da allora Sabatello è l'attributo marateoto che si dà alle persone allegrotte o che affermano ilarità.

065 Elezioni

Elezioni comunali del 1960. I partiti politici possessori di altoparlanti da utilizzare per la campagna elettorale durante i comizi erano solamente la Democrazia Cristiana e la coalizione di sinistra gestita da Giovanni Lamarca; gli altri partiti ricorrevano a prestiti o ad affitti. Un appassionato politico locale notoriamente di destra, nonché poeta e scrittore, Giacomo Labanca, aveva formato una lista di minoranza "Le Tre Torri" e altre tre liste concorrevano alle elezioni: "L'Alleanza delle Frazioni" con capolista Giovanni Lamarca, "Il Campanile" con capolista Letizia Labanchi e "Democrazia Cristiana" con capolista Biagio Vitolo. I comizi imperversavano in piazza, ma l'uditorio della lista "Le Tre Torri" era poco seguito per la mancanza di un impianto di amplificazione audio, grande novità di quegli anni, finchè si giunse ad un accordo tra tra il Labanca  e il Lamarca con il prestito dell'amplificazione, purchè si danneggiasse politicamente la D.C.. Infatti la lista "Le Tre Torri" annuncia un comizio elettorale con l'ausilio dell'amplificazione e Giacomo Labanca comincia la sua oratoria: "... e voglio, come primo argomento, ringraziare il compagno Giovanni Lamarca, che è stato così gentile da prestarci l'altoparlante, ma invito tutti a gridare con me "abbasso il comunismo e abbasso L'alleanza delle Frazioni!!!"; Giovanni Lamarca, come un fulmine, si avvicina all'oratore Labanca, gli strappa l'asta e il microfono che gli aveva prestato e grida: "Giacummì, mo' si fissa mo'!!! (Giacomino, ora sei fesso!!!)

064 Sex Toys

Fine anni '50. Un anziano vedovo ancora giovanile più nello spirito che nel corpo, era alla ricerca di una donna che, a suo dire, le bisognava solo per il letto...! Un barbiere, molto scherzoso e ridanciano, fu reso partecipe dallo stesso vedovo del desiderio che celava e, capita la situazione, per divertimento, confidò al tipo che il negoziante Umberto Scoppetta vendeva, ma in modo molto segreto, un organo genitale femminile di gomma, così che senza l'assillo della ricerca di una donna potesse trastullarsi nella sua casa; naturalmente, precisò il barbiere, "è qualcosa di molto intimo e segreto, pertanto, quando vai nel negozio di Scupetta, stai attento che non c'è la Signora e nessun altro." Il nostro amico si recò nei pressi del negozio e attese che ci fosse dentro solo il proprietario e "...Cumba Don Umbertù, m'avese scusà si v'addummannu, m'hanu dittu ca Vui tinesi 'i fissa 'i gumma e ni vulera una?" (Compare Don Umberto, mi dovete scusare se vi domando, mi hanno detto che Voi avete le fighe di gomma e ne vorrei una?) Umberto Scoppetta gli chiese chi l'avesse indirizzato nel suo negozio e lui indicò il nome del barbiere e il negoziante stette al gioco dicendogli: "A stu mumentu l'aggiu finiti, ma torna fra na sittimana chi m'averana arrivà." (In questo momento le ho finite, ma ritorna fra una settimana perchè mi dovrebbero arrivare.) L'arzillo vedovo si ripresenta in negozio dopo una settimana, ma l'articolo non era ancora arrivato e così per molte volte ancora e passando davanti al negozio, per non far capire ad altri avventori di cosa avesse bisogno, chiedeva solamente: "Don Umbè e chidda cosa?" (Don Umberto e quella cosa?) E così ogni sera ripeteva la stessa domanda finché, in un barlume di lucidità, sbottò: "Don Umbè, aggiu capitu ca tu e chiddatu strunzu, m'avesi pigliatu pi' fissa...!" (Don Umberto, ho capito che tu e quell'altro imbecille, mi avete preso in giro...!)

063 La grazia

Una stagione estiva molto calda e con tantissima siccità, che impoveriva i raccolti agricoli, unica fonte di sostentamento, fece sì che fu organizzata una processione rogatoria che dal paese si recava a San Biagio, al Castello, per chiedere al Santo l'intercessione al Cielo perchè piovesse. La "cristiana" popolazione si diede appuntamento al mattino presto per recarsi a piedi, ancora non esisteva la strada rotabile, sul monte e tutti portarono la "colazione" da consumare, una volta arrivati in chiesa, per poi ridiscendere in paese. La colazione di sostentamento era diventata quasi una sagra, perchè si erano aggiunti anche persone con chitarre, mantaceddi (organetti) e altri strumenti e appena arrivati in allegria al Catello, il Parroco Don Giuseppe Iaselli che era stato informato della processione, vedendoli festosi come gitanti esclamò: "E vui sisi vinuti pi' circà grazia? E mo' chi vi viditi e vi sentiti San Biasi 'u sapesi chi diciti? E mo' chioviti...!!!" (E voi siete venuti per chiedere la grazia? Ora che vi vede e vi ascolta San Biagio lo sapete cosa dice? Sì ora piove...!!!)

062 La medicina

In via Pendinata abitava una coppia anziana di Rom, Maria e Antonio Bevilacqua, provenienti da Lauria, paese che ospitava una grande comunità di oriundi rumeni: vivevano ben inseriti a Maratea e sopravvivevano, con indigenza, in un basso dove Zu' 'nDonio 'u zinghiru, così era chiamato a Maratea, preparava oggetti di lattoneria e che la moglie cercava di vendere per il paese. Una volta Antonio ebbe qualche problema di salute e si recò da Don Pietro Mazzei, medico di Maratea che lo assisteva gratuitamente data l'estrema povertà del rom, e raccontò del proprio malessere; Don Pietro gli diede una confezione di supposte con la posologia di una al giorno, aggiungendo: "Mittitilla e falla scuaglià chianu chianu" (Inseriscila e falla sciogliere lentamente). Il mattino seguente, Zu 'nDoniu, si ripresentò dal medico dicendo: "Oh, Don Pietru miu, e chi me datu, sta midicina è nu' vilenu chi mi staviti accidennu, tencu la vucca che è nu focu e na cosa 'nganna chi non mi fa rispirà!" (Oh, Don Pietro mio, e cosa mi hai dato, questa medicina è un veleno che mi stava ammazzando, ho la bocca che è un fuoco e qualcosa in gola che non mi fa respirare!) e Don Pietro: "Ma picchi, te le misa mmucca 'a supposta?" (Ma perchè, te la sei messa in  bocca la supposta?) "Sì" rispose Antonio, "Ti l'avisa mitti 'nculu!" (Te la dovevi mettere nel cuxo!) sentenziò Don Pietro.

061 Viaggio con il morto

Un tempo a Maratea vi erano oltre dieci auto con "Rimessa da noleggio", vale a dire simili a dei taxi, con la differenza che si pattuiva prima l’importo da pagare. Una volta, in tarda nottata, chiamano dall’ospedale a Pietro Lammoglia Colamarco per portare una signora ricoverata, ma che era in dimissione, nella sua casa in una campagna di Lauria. Pietro arrivato in ospedale trova la paziente seduta su una sedia, con due signore che la sorreggevano e un uomo, il figlio, e con fatica sistemano la paziente sul sedile posteriore e ai lati le due donne e il figlio davanti con l’autista. Pioveva a dirotto e i lampi e i tuoni accompagnavano i viandanti con raffiche di vento. Era la classica notte d’inverno e d’inferno. Arrivano in una campagna dove terminava la strada e le tre persone scendono per chiedere aiuto ai parenti nelle case dei paraggi e lasciano l’ammalata seduta al centro del sedile, coperta con uno scialle che lasciava solo una apertura per il viso. I lampi e i tuoni si susseguivano incessantemente e Pietro, cercando di parlare con la signora ammalata, si girò sul sedile per vederla in faccia e disse: "Signù, è vistu e chi malu tempu, chioviti e fa puru friddu!" (Signora, hai visto che brutto tempo, piove e fa anche freddo!) e come in un film dell’orrore, con la luce di un lampo vide la signora con gli occhi sbarrati e la bocca aperta; la toccò su una spalla, perché non rispondeva, e cadde su un lato con un rantolo. La signora era morta. Immaginate il povero Pietro che preso dal panico, scappò fuori dall’auto, incurante della tempesta in atto, fino all’arrivo dei parenti. Da quella volta, quando era chiamato dall’ospedale si accertava prima pe tutti i passeggeri erano vivi.

060 L'unguento

Don Giuseppe Iaselli (1861-1940), Parroco del Castello, di Massa e Brefaro, il pomeriggio usava fare una passeggiata e leggere il Breviario, con i testi sacri di salmi, letture e preghiere. Un giorno incontra un gruppo di signore e ragazze intende a raccogliere l’erba alfa, la tagliamano, per fare i libani e fra queste c’era una ragazza molto piccola di statura e Don Giuseppe, vedendola, chiese chi fosse e la ragazza si presentò dicendole il proprio nome e lui disse: "Madonna e chi femmina piccula chi sì!" (Madonna che donna piccola che sei!) e resosi conto di aver commesso una mancanza di tatto e una offesa per la ragazza, aggiunse: "Però è anche vero che nei picciol vasi si conserva il miglior unguendo!" e la ragazza: "Pi ti lu sciringà ‘nculu!" (Per strofinartelo sul tuo culo!)

059 Pacicciu

Durante le sacre Celebrazioni Pasquali era consuetudine di creare il Sepolcro in molte chiese del paese e si facevano anche le processioni per visitarli tutti, da cui il detto di "visitare i sepolcri" quando si va a far visita a più persone in più case. Il migliore o più artistico di tali manufatti risultava essere quello che si faceva nella Chiesa Madre, curato dal Sacrista Biasinu ‘u Sacristanu, al secolo Biagio Giffuni, detto anche Pacicciu; lo ricordo appena, piccolino di statura, canuto, rotondetto, con incedere lento e si accompagnava con un bastone. L’Altare della Riposizione, o Sepolcro (dove si ripone il Sacramento) il sacrista Pacicciu lo abbelliva molto e per renderlo più vivo e commovente poneva a terra il grande Crocifisso della chiesa e ai piedi sistemava un vassoio, o guantiera, per raccogliere le poche offerte che deponevano i fedeli e che raccoglieva lui per far fronte alle spese che sosteneva per i tendaggi, le candele, ecc. I fedeli, normalmente, entravano in chiesa, si inginocchiavano davanti il Sepolcro, baciavano il Crocifisso e ponevano l’offerta nel vassoio. Nei momenti che in chiesa c’era pochissima gente, poichè questa restava aperta per tutte le 24 ore per l’adorazione del Cristo sepolto, i ragazzini più vispi, entravano, si genuflettevano davanti il Crocifisso e si chinavano per baciarlo, ma anziché lasciare una offerta, si accertavano di non essere guardati da nessuno e si pigliavano una moneta: Pacicciu, seduto sulla cantoria, semi dormiente, osservava l’andirivieni dei ragazzini e gridava: "Lasciatilu perdi stu poviru Cristu!" (Lasciatelo in pace questo povero Cristo!) facendosi sentire dai pochi e sonnolenti fedeli, così da mettere in fuga i ragazzini.

058 L'avaro

19 Marzo, San Giuseppe. In casa nostra era una grande festa perchè sia Mamma che Papà portavano questo nome. Mamma era indaffarata da almeno qualche giorno a preparare il grande pranzo che spesso era partecipato da ospiti, zii e cugini e sempre i nonni fino alla loro esistenza. Il piacere e di stare insieme era immenso per tutti, bambini e grandi e alle 5-6 di sera ancora si schiacciavano le noci, residui del pranzo, ma non per mangiare, ma per discutere e stare insieme: il piacere della tavola. Si dava per scontato che il pranzo, i pasti, era tutto eccellente; era la compagnia di ritrovarsi insieme dopo tanto tempo a giustificare l'allegria tra i commensali. Ma l'episodio che racconto ancora oggi lo rammendiamo spesso: Papà stava rientrando a casa dopo la partecipazione alla Messa Festiva, quando incontra un suo amico, quasi un parente, che gli fa gli auguri per l'onomastico. Papà, sempre prodigo, lo invita a pranzo per festeggiare insieme e il signore, che per comodità chiameremo Francesco, tentenna appena ma accetta di buon grado. Francesco, già anziano e non sposato, viveva solo, con l'aiuto sporadico di qualche collaboratrice per la manutenzione della casa, era un bel po' tirato nello spendere anche per se stesso, ma preferiva fare molta economia nella spesa alimentare e accumulare qualche soldino. Praticamente, come si suol dire, era avaro e tirchio. Arrivato a casa con Papà e dopo i convenevoli di rito, ci sediamo tutti a tavola e Mamma porta le pietanze dell'antipasto, classico "sacrificio" prima di iniziare, composto da prosciutto, caciocavallo curato, salsiccia e la soppressata, salame che Papà preparava per l'occasione con l'intestino finale del maiale, in dialetto "la maddama", perchè era più grasso e grande e manteneva meglio l'impasto. Naturalmente Mamma faceva ripetere anche a Francesco l'antipasto, che con buon appetito accettava. Il primo piatto era la classica "pasta imbottita", come si chiamava una volta poi con l'arrivo della televisione è diventata "lasagna", con mozzarelle, polpette, zazicchio e pezzetti di carne del ragù. Francesco con beatitudine mangia tutto e su invito di Mamma ripete ancora un altro piatto. Giunge in tavola un altro primo piatto di fusilli conditi con il ragù e con una abbondante spolverata di pecorino che il buon Francesco ripete ancora, gaudente. Ecco il secondo della carne del ragù, che Francesco mangia con moderazione e non vuole ripetere; naturalmente non manca il contorno di una "semplice" parmigiana, che Francesco non accetta, e il capretto e patate, i broccoli e la salciccia, che Francesco guarda ma non mangia più ed esclama a mia Madre: "Madonna Giuseppì, si sapia che 'nceriti tutta sta rrobba, non avera chiù ripitutu da prima!!!" (Madonna Giuseppina, se avessi saputo che c'era tutta questa roba, non avrei ripetuto dall'inizio). E così terminò il pranzo di San Giuseppe per Francesco, anche se Mamma gli preparò il famoso "fangotto" che si portò a casa.

057 La scuola guida

Quando le strade non erano asfaltate esistevano lungo di esse delle piazzole, che all’apparenza sembravano dei piccoli parcheggi, come ancora si possono notare sulle vecchie arterie, ma che in realtà erano dei depositi di brecciame da cui i cantonieri prelevavano il materiale per riparare le carreggiate, che le piogge avevano rovinate o per sostituire la polvere accumulatasi dal passaggio delle ruote dei carri. Molto spesso, in tempi recenti, quando le auto erano di piccola lunghezza, come le “500”, le “600” e le “850”, si utilizzavano queste piazzole per fare la manovra di inversione di marcia. Era una pratica che i tirocinanti con il foglio rosa esercitavano tanto, perché l’ingegnere della Prefettura, che rilasciava la patente, quasi sempre la richiedeva ai neo patentati. Una di queste piazzole era in località “Lago”, un po’ più sotto dell’attuale campo sportivo Europa, di proprietà di un signore che, guarda caso, stava facendo in quel posto la prova pratica di guida e nel fare la retromarcia per l’inversione, si allungò, per l’emozione, di parecchio fuori della carreggiata e finendo nel prato attiguo. L’ingegnere lo redarguì per questo errore di guida e lui, candidato imperterrito, esclamò: “’ngegnè, no ti preoccupà, ca ca’ è tuttu du nostu!” (Ingegnere, non preoccuparti, perché qui è tutto di nostra proprietà!)

056 In carcere

In paese un signore che si atteggiava a individuo corretto e scrupoloso e che aveva molteplici interessi, tra i quali anche quello di amministrare le cose altrui, per combinazione si trovò a mal gestire un patrimonio di altri e involontariamente utilizzò quei fonti per scopi personali e dopo un po’ di questa allegra gestione fu ospitato nelle carceri della nostra Regione. Intanto un altro signore, lavoratore e onestissimo, ma con il maledetto vizio di bere, durante le sue performance alcooliche, spesso diventava molesto e avendo più volte oltrepassati i limiti della sopportazione, con un breve processo fu condotto in carcere per ubriachezza molesta. Una volta entrato in questo istituto penitenziario, e non più ubriaco, ma molto sagace e dalla facile battuta ironica, incontrò il signore "galantuomo" e lo salutò dicendo: "Oh, caru Tizio Caio, i’ stavu ca’ pi’ vinu, e tu?" (Oh, caro Tizio Caio, io sono rinchiuso qui a causa del vino, e tu?) - Senza risposta!

055 Edema polmonare

Una signora, dopo qualche giorni di malattia improvvisa, muore. Un amico di famiglia chiese al nipote come mai e a causa di quale malattia fosse morta la nonna e lui, certo della conoscenza, alla domanda: “Anè, bellu uagnù, e comi è morta nonna tua?” (Ascolta, bel ragazzo, come è morta tua nonna?) e lui, con fare certo: “E ca n’è vinuta neglina polmonare e… dopu nu pocu, vafanculu è morta!” (E che le è venuta un’eglina- sarebbe una biscia innocua, confondendo la biscia “eglina” in edema- polmonare e… dopo un poco, vaffancxxlo - è morta-!)
 

054 Coccidorio

Fine aprile, primavera inoltrata con le calde giornate, preludi della prossima Festa di San Biagio. In piazza assistevamo il montaggio delle luminarie, discutendo dei prossimi festeggiamenti, quando giunge la notizia: "Sanu futtuti i prusutti i Coccidorio!" (Hanno rubato i prosciutti di Coccidorio!) Coccidorio, al secolo Biagio Dammiano, era l'ultimo Cantiniere del Castello, che durante la festa di San Biagio cercava di commerciare tra i non molti visitatori, vendendo panini con il prosciutto e prodotti similari. Durante l'inverno curava dei prosciutti che rivendeva durante la festa, ma comperava anche salumi e prosciutti della grande industria per far fronte alla possibile richiesta. Appena giunta la notizia, immediatamente si organizza una macchina da noleggio per andare a "impicciarsi" dell'avvenimento: Sciascino Avigliano, Ciccillo 'i Patruni, atri due di cui mi sfugge il nome ed io, piccolino, come "pitrusinu mmeza 'a minesta" mi intrufolo nella macchina e andiamo al Castello, dove Coccidorio, appena ci vede, contento della visita, abbraccia con calore a Sciascino e, dopo uno scampio di "cumpari e cumpari" ci invita nella cantina e dice alla moglie "Funni vinu, funni vinu" (Versa il vino, versa il vino) come segno di benvenuto. Dopo tutti i convenevoli, Sciascino: "Cumbà, ma comi è statu?" (Compare, ma come è successo?) "e lassimi futti, ca' no hanu scasciatu nenti, sanu futtutu sulu i pruscutti di mei e anu lassatu chiddi accattati" (e lascia perdere, non hanno scassato nulla, hanno rubato solamente i miei prosciutti e lasciati quelli che avevo comperati). Si vociferava che un consanguineo, grande ammiratore del vino rosso, abbisognava di contanti per il suo vizietto e Sciascino: "Cumbà, cu ti sapiti ti rapiti...!" (Compare, chi è a conoscenza delle tue cose viene a rubarti...!) e Coccidorio, cosciente del proverbio di Sciascino: "Cumbà, sti paroli ma' dittu chiù di unu...!) (Compare, queste tue parole me le hanno ripetute in molti...!)

053 Notte d'estate

Era di notte in piena estate e Francesco D'Attoli, da tutti conosciuto come Cecco D'Attoli, saliva a piedi verso il paese e l'illuminazione pubblica non esisteva, come i mezzi di locomozione erano un privilegio di pochissime persone. All'altezza di San Nicola c'era una piccolissima casetta abitata da due freschi e giovani sposi, che cercavano un po' di fresco affacciati alla finestra. Il marito, favorito dal buio e dal silenzio della notte, faceva qualche carezza alla moglie, che ridendo faceva le moine e schernendosi diceva al marito: "No, no e statti fermu" (no, no, e stai fermo), ma giusto per rendere il momento più accattivante e ancora con questi allegri toni, Cecco D'Attoli ascoltava e giunto proprio in prossimità della finestra, rivolto al marito, sbottò: "e mittinnillu, ca' ni tencu raggia i' pi' te...!" (E facci l'amore, che ne ho rabbia io per te...!)

         052 Il concorso

Biagio Giglio, che tutti chiamavano Gigliettto, dopo circa sessanta anni vissuti in Centro e Sud America, principalmente ad Haiti e Venezuela, era rientrato a Maratea definitivamente nei primi anni '60 e, prima di trovarsi un'abitazione, si era sistemato in un Hotel di Maratea. Durante il periodo invernale era stato indetto un concorso per insegnanti elementari e un candidato si era rivolto al proprietario dell'Hotel per avere la "raccomandazione" a vincere il concorso, perchè questi pare fosse grande amico di un generale, che in quei tempi si dice "contassero" molto, e che veniva in vacanza nell'Hotel ospite non pagante... Il proprietario dell'Hotel chiamò Giglietto che aveva una bellissima grafia, frutto degli studi fatti da giovane fino al quinto ginnasio, prima di emigrare quindicenne ad Haiti, chiedendo di scrivere la lettera al Generale; "E cosa devo scrivere?), chiese Giglietto: "Caro Generale, giorno xx, il candidato Tizio Caio, deve fare gli esami per il concorso di maestro e mi raccomando, come è fattu pi' 'u scrittu, accussì fa' puri pi' l'orali. Saluti." (... come hai fatto per lo scritto, così devi fare anche per l'orale...!) E il candidato vinse il concorso.

051 Il violino

In una sera del mese di Agosto, tanti amici Marateoti e non della "diaspora", si riunivano in Via Sospiro a consumare piatti tipici della cucina Maraeota "autoprodotti" e consumati insieme per il piacere di rivedersi tutti insieme almeno una volta l'anno. Ad allietare la serata c'era chi portava la chitarra, la fisarmonica o altri strumenti per cantare in allegria e il più musico di tutti, Alfredo, pianista, chitarrista e batterista, quasi a fine serata si esibiva con il violino per ridere e allietare ancora di più la serata. Invitati erano tutti i passanti che spesso si fermavano sia per i pasti abbondanti e buoni che per le libagioni. Una volta venne un signore SORDO e Muto e partecipò alla serata e il giorno seguente fermò il nostro violinista e a gesti fece capire che si era divertito molto e il musico, gesticolando anche lui, chiese se era stata di suo gradimento la serata e l'ospite, che non aveva ascoltato nulla, fece capire con il labiale che la cosa bella era stata lui con il violino!

050 La moltiplicazione

Ancora Consiglio Comunale. Un acceso dibattito tra un Consigliere della Minoranza PCI e uno della maggioranza DC, che era insegnante: la proposta del Consigliere della DC era considerata qualcosa di sciocco dalla minoranza e quasi considerato sciocco anche il proponente. Chiede la parola il Consigliere dell'Opposizione, che si alza e dice al Segretario Comunale: "Segretario, mettete a verbale, che il Consigliere (Tizio) capisce solamente che 6 per 4 fa 28" Tutti si mettono a ridere e il segretario Comunale dice: "Signor Consigliere, 6 per 4 fa 24". La risposta: "Io lo so che 24 è giusto, ma Il Consigliere (Tizio) non lo sa!"

049 L'esproprio

Consiglio comunale primi anni '60. Il municipio era nella Casa Tarantini in via Caseletto ed erano presenti tutti i Consiglieri Comunali perchè l'argomento da discutere era l'esproprio di terreni nella piana di Castrocucco per la costruzione della Pa.Ma.Fi.. Grande dibattito tra la maggioranza e l'opposizione, ma al momento della votazione, la maggioranza del Consiglio Comunale, consiglieri della lista di Democrazia Cristiana, votano a favore dell'esproprio dei terreni agricoli in favore della costruzione dell'industria Pa.Ma.Fi.. Un Consigliere della maggioranza DC, che chiameremo Rossi, fu uno dei più danneggiati  di quella delibera, perchè proprietario di ottimi e fruttiferi terreni, si dimise in quella seduta anche dell'incarico politico. Al termine del Consiglio, mentre salivano a piedi per raggiungere Piazza Immacolata, attuale Piazza Vitolo, un figlio del sig. Rossi si avvicina al gruppo dei consiglieri e tocca sulla spalla il relatore della delibera, il quale si gira e riceve dal figlio di Rossi un sonoro ed energico schiaffo in faccia dicendo "e chistu è pi' l'espropiu." (E questo è per l'esproprio.) Immediatamente la lite viene sedata e il Rossi padre, conscio della grave situazione che potesse derivare da quell'atto gridò: "Mio figlio è pazzo, è pazzo, lasciatelo stare, è pazzo!" e il figlio: "Ma chi pacciu, 'u cazzu!" (Ma che pazzo, il caxxo!)

048 Il Charleston

Un signore che aveva creato una cospicua fortuna economica in Messico, era ritornato a Maratea e aveva aperto anche un grande negozio  vivendo di agi. Una sua figlia, studentessa, studiava anche pianoforte e si divertiva a suonare le musiche che andavano di moda in quel momento. Un pomeriggio mentre si esercitava con una musica di derivazione del charleston, il padre si avvicinò al pianoforte, lesse il titolo dello spartito e disse alla figlia: "Ah, sonisi 'u carleston?" (Ah, suoni il carleston?) e la figlia "Ma no, Papà, si dice Charleston!" e lui "Sì, ma i' ca' leggiu carleston e si diciti carleston!" (Sì, ma io qui leggo carleston e si dice carleston!)

047 Il Principe

Il Principe Umberto, negli anni che furono, con tutto il suo seguito scese alla Stazione ferroviaria di Maratea per poi proseguire per Lagonegro. Ci furono preparativi per accogliere Sua Maestà nel centro del Paese e fu scelta, come persona da offrire dei fiori al Principe, la signora Rosa Meo Apicella, che era l'Ostetrica del Paese. Naturalmente le fu raccomandato come comportarsi e di non parlare al Principe. Quando arrivò il Principe Umberto in Piazza dell'Impero, quella che ora è Piazza Vitolo, erano tutti schierati Podestà, Carabinieri e personaggi vari, fecero segno alla Ostetrica di avvicinarsi e offrire i fiori e lei, con un inchino offri i fiori, si prostrò al Principe ed esclamò "Tanti saluti alla Principessa!"

046 La chiamata

A Sammilagrazia, sarebbe la via Santa Maria delle Grazie, chiamata così per via di una piccola cappella dedicata appunto alla Madonna delle Grazie, ancora esistente in quella via, abitava la Mammana Giovannina, l'ostetrica anziana del paese, in seguito sostituita dalla Mammana Rosa Meo Apicella e dalla figlia Carmela Apicella (Carminuccia a Mammana) che abitavano invece in via Sotto il Campanile dell'Annunziata. Giovannina, era in attesa di prestare il suo operato al parto di una signora che aveva qualche difficoltà essendo già trascorso il tempo necessario all'arrivo del nascituro e, in trepida attesa, era in casa con il marito Antonio, che lei chiamava Nino, aspettando che arrivasse qualcuno per accompagnarla dalla partoriente. Erano quasi le undici di sera e siccome era il periodo della seconda guerra mondiale era obbligatorio l'oscuramento, vale a dire che era assolutamente vietato avere visibile dall'esterno una luce in casa; Giovannina ad ogni rumore, affilava appena la porta per controllare l'arrivo di parenti della partoriente, in quel momento, invece, passava la ronda dei Carabinieri, che anche nottetempo, ujna volta, giravano a piedi per tutto il paese a controllare, vedendo lo spiraglio di luce dalla porta affilata, bussarono in modo energico a casa della Mammana e lei, finalmente convinta di essere stata convocata, con gioia si rivolse al marito: "Oi Ni', è arrivata la chiamata!" e invece erano i Carabinieri che la multarono per aver acceso la luce di notte.

045 La questua

Per la Festa di San Biagio si usava, e lo si fa ancora oggi, fare la questua per tutte le case di Maratea, per chiedere un obolo. L'ho fatto anch'io per molto tempo e si cominciava già dai primi giorni di febbraio, appena si costituiva il Comitato, cominciando dalle case del Curzo e del Campo e poi a seguire tutta Maratea, a Brefaro, a Massa, ad Acquafredda, a Cersuta, a Fiunicello, al Porto, a Marina e a Castrocucco. La zona più impegnativa era la Valle per le tante case e molto distante tra loro. Il "Giro" era molto impegnativo e tanti erano i pomeriggi che si dedicavano per la raccolta delle offerte e tanti sono stati i componenti della Festa nel passato e ancora oggi questa tradizione è viva e continua. Un anno giravo per la Vallina insieme a Domenico Limongi Fioravante, Francisco Cernicchiaro e Totò Manfredi e, di quell'anno conservo anche un filmato girato in VHS, ci stavamo recando nella casa di Antonio Tortorella (Cannisteddu), dove viveva con due anziane sorelle, di cui una sulla sedia a rotelle. Incontriamo prima ad Antonio che era intendo nel giardino a svolgere lavoretti di campagna e ci chiede informazioni sullo svolgimento della Festa invitandoci a salire in casa per offrirci un caffè; così mentre lui terminava le sue faccende, noi saliamo in casa: le due sorelle, non ricordando bene chi fossimo, spaventate e gridando chiamarono il fratello: "'Ndoniu, 'Ndoniu, curri ca 'ngi sù genti strana ca'!" (Antonio, Antonio, corri che c'è gente estranea qui!) e Antonio, dal giardino alle sorelle: "No vi proccupati, ca chisti si spacciunu pi' cosi di Chiesa!" (Non vi preoccupate, perchè questi dicono di essere incaricati dalla Chiesa!)

044 La fiera

La Fiera del 14 agosto a Praia a Mare agli inizi del '900 si svolgeva quasi del tutto sulla spiaggia essendo il paese costituito da poche case; era una grande fiera di compravendita specialmente di animali e anche da Maratea andava molta gente interessata a concludere un "affare". Si allestivano delle tende per ripararsi dal calore del sole e in queste "barracche", come venivano definite tali tendopoli, si consumavano le colazioni che si erano portate da casa, ma c'era sempre chi preparava e vendeva delle pietanze condite con più sale e peperoncino per costringere gli avventori ad acquistare e consumare vino, Dopo aver mangiato e bevuto riposavano e si addormentavano, incuranti del suono del "mandacettu", l'organetto, che i più volenterosi si portavano dietro per rallegrare la giornata festiva. In una di queste "barracche" c'era un gruppetto di persone di Brefaro, che dopo le abbondanti libagioni si erano semi addormentati rallegrati dal musico. Di fronte, invece erano alcune persone di Massa, tra cui una giovane coppia, da poco coniugati, e la sposina faceva qualche innocente moina al marito e lasciava intravedere appena una gamba, suscitando desideri 'indicibili' al fisarmonicista che, con le sue rime di cantastorie, disse: "Si ti putria aviri commi stai mo', no ti faria mancu pipitari" (Se potessi averti così come sei ora, non ti farei nemmeno parlare) e aggiunse "e ghiamu 'nculu a li massaioli!" (e andiamu in in cuxo ai massaioli!) Al che, lo sposo, abbracciando sua moglie con aria soddisfatta e di possesso esclamò: "...e nui iamu 'nculu a tutti li Vefraioli!" (e noi andiamo in cuxo a tutti i Brefaioli!) E baciò sua moglie!

043 Gli esami di laboratorio

Ero al lavoro all'Ospedale all'ufficio ticket e un giorno si presentò Antonio Tortorella, detto 'Cannisteddu', famoso per le sue sagacie risposte; mi salutò con il suo solito tono quasi digrignato tra i denti e mi chiese: "Anè, Calderà, quantu mi veniti a custà pi fa' 'n'esami di' feci?" (Ei, Calderà, quanto mi viene a costare fare un esame delle feci?) "Antò, solamente 1.000 lire" risposi,  e lui "Beh non è assai pi' unu chi teniti a chiffà cu' li 'merdi!" (Beh, non è molto per uno (persona) che deve lavorare con le feci!)

042 I "Titoli"

Zio Marcello, così lo chiamavo perché era cugino di mio padre, rientrava a casa da Castrocucco con il suo camioncino, ricavato da una Balilla 3 marce, e, parcheggiato il mezzo, con in tasca una bottiglia di latte che doveva consegnare, con la ‘coppola’ in testa a rappresentare una appartenenza sociale di rispetto e serietà, si recava nella Farmacia e mentre camminava con passo frettoloso intravede un amico e voleva comunicargli qualcosa: "Ei, ei Giovannì" disse Zio Marcello, quasi gridando, per aver certezza di essere stato sentito e Giovanni si girò e con tono pacato disse: "Marcè, senti, non per me, ma per chi ci sente, la prossima volta o mi chiami dicendo Don Giovà, o mi chiami Professore!" Zio Marcello lo guarda e dopo essersi con un tocco aggiustato la coppola e inserendo i pollici nel giro delle maniche del gilet, facendo gravare il peso del corpo all’indietro e su una gamba a mo’ di sfida, sentenziò: "Giovannì, mettiamo le cose in chiaro: tu sei figlio a Don Francesco ed io son figlio a Don Nicola Calderano, quindi togliamo di mezzo sto’ caxxo di Don e poi tu non sei un professore, ma un Maestro di caxxi e i maestri come te, li appendo vicino ai miei coglxxni." Si stava girando per andarsene e ad alta voce aggiunse: "e vafancxxo!"

041 La coppia

Si era diffusa la notizia della scomparsa di Giovanni, un signore anziano morto improvvisamente in casa. Una vicina, saputo del triste avvenimento si diede da fare per portare il suo cordoglio alla moglie. Nel frattempo, per un caso strano e per il dispiacere della morte di Giovanni, anche la moglie Teresa morì, a distanza solamente di qualche ora dal marito. I famigliari si organizzarono per questo triste momento di dolore, mettendo in una unica camera la bara di Teresa e dietro la porta la bara di Giovanni. La vicina, non sapendo del triste doppio evento, si presentò per dare le condoglianze a Teresa e come entrò nella camera si avvicinò alla bara di Teresa, pensando invece che fosse Giovanni: "Oh, cumpa Giuanni miu e comi ti si cangiatu, non ti canoscisi chiù!" (Oh, compare giovanni mio, come ti sei trasformato, non ti riconosci più!) e accorgendosi che qualcosa non andava nel verso giusto, si girò e vide l’altra bara "Ma chistu è cumpa Giuanni e chiddata allura è cumma Tresa: e chi cazzu ‘nc’è chiavatu inda sta casa…!" (Ma questo è compare Giovanni e quell’altra allora e commare Teresa: e che caxxo è capitato in questa casa…!) Vi lascio immaginare gli allegri commenti.

040 Il fresco

Luglio avanzato, caldo torrido. Era la ‘controra’ e tutti riposavano. Non volava nemmeno una mosca perché anche loro avevano caldo: il solleone dominava su tutti. Ero nel vicoletto del Porto, via Grotte, dietro il ristorante Za Mariuccia, seduto sui gradini e speravo in un refolo di vento. Si avvicina un Portaiolo, amico da sempre, e si siede vicino a conversare sul gran caldo. E mentre stavamo fermi e immobili e attenti a non muoverci per non sudare ancora, improvvisamente, di fronte a noi, il silenzio viene interrotto da un fragoroso rumore di un condizionatore, che un cittadino Altoatesino, proprietario di un appartamento, aveva installato nella sua abitazione: era uno dei primi modelli di condizionatore, che, molto rumorosi, emettevano tantissima aria calda all’esterno. Il mio amico, spazientito dal rumore, dall’aria calda e dal calore persistente, disse: "Nu pocu ‘i friscu su sta zuchennu tuttu stu strunzu ‘i tedescu!" (Un po’ di fresco se lo sta risucchiando tutto questo stronzo di tedesco!)

039 Anno Santo

Il 1950 fu dichiarato dalla Chiesa Anno Santo. Da tutto il mondo cattolico partirono pellegrinaggi per raggiungere e ‘visitare’ Roma e anche da Maratea i Padri Oblati, che gestivano le Parrocchie del nostro paese, organizzarono un ‘pellegrinaggio’ per Roma con il treno, perché all’epoca non solo non esistevano autobus validi per un viaggio per Roma, ma non esistevano neanche le strade a scorrimento veloce: ricordo la prima volta che sono stato a Roma con un’auto (Fiat 850) l’autostrada si imboccava a Polla, impiegando circa otto ore di viaggio. I ‘nostri’ Pellegrini partirono dalla stazione alle ore 5:30 del mattino e rientrarono il giorno seguente alle ore 23:30, pernottando rigorosamente nel convento delle Suore di Monte Calvario in via Emanuele Filiberto (l’Ordine Religioso delle suore dell’Istituto De Pino). Tralascio il racconto dei pasti che si erano portati per questa trasferta religiosa-ludica a base di salami, uova sode, panelle e parmigiane per far fronte all’assenza di ristoranti, non previsti nella gita perché le colazioni erano al "sacco". Rientrati in Paese i gitanti pellegrini raccontavano le meraviglie della Capitale e un signore a cui fu chiesto di proposito la sua impressione disse: "E chi paisi… passisi ‘nanzi a Mariscialli e Brigadieri e cu i salutiti? Ti ni vai pi’ i fatti toi e ti ni futtisi i loru e no comi a ca, chi ha dà cuntu a tutti!" (E che paese… passi davanti a Marescialli e Brigadieri e chi li saluta? Te ne vai per i fatti tuoi e te ne freghi di loro e non come qui, che devi dar conto a tutti!)

038 Il lotto

Storiella successa a Sapri, ma è piacevole riportarla. In Corso Garibaldi era la ricevitoria del Lotto e le estrazioni, diffuse solamente a mezzo della Radio, avvenivano solamente il sabato alle ore 18:00 e tutti i giocatori si isolavano dal mondo per ascoltare l'emissione dei numeri scanditi due volte dall'annunciatore, ma a monte di questo c'era tutta una preparazione da parte degli 'addetti' con le loro previsioni e studi per cercare di vincere un terno o una quaderna e il massimo della loro gioia era la cinquina e in tanti, però, si contentavano anche dell'ambo 'secco', che avevano previsto da molte settimane e che finalmente appagava i loro sogni. La gestione del lotto a Sapri era tenuta da un certo "Cristoforo", che io ricordo anziano e con gli occhiali sulla punta del naso per ben segnare i numeri con la penna ad inchiostro nero sulla "madre" e sulla "figlia" dei 'quaderni' dello Stato. Bene, era un giorno di pioggia intensa e un signore entro nella Ricevitoria con l'ombrello aperto e gocciolante d'acqua e disse: "Cristò, iochimi sti tre nummiri: ottanta, novanta e centu!" (Cristofaro, giocami questi tre numeri: ottanta, novanta e cento!). Cristofaro lo guardò, alzando solo gli occhi dalla scrivania, dicendo: "Ca erisi cafuni, mi ni su accortu subitu ca si trasutu cu 'u brellu apertu inda a putia, però no pinsavu ca erisi accussì fissa!" (Che eri un cafone l'ho capito subito perchè sei entrato con l'ombrello aperto nella bottega, però non pensavo proprio che eri così tanto fesso!)

037 L'elogio

Era passato a 'miglior vita' un signore di Maratea, molto chiacchierato e di cui si dicevano anche tante malefatte, ma era 'importante' per l'epoca e un suo figlio, altolocato, era andato a far visita in una famiglia di Maratea, dove viveva una nobile e gentile signora con il suo papà. Il tipo 'altolocato' non viveva a Maratea per motivi di lavoro e profittava delle brevi vacanze per ricordare con gli amici e rivivere insieme a loro i periodi passati della gioventù. Era dunque in casa di questa famiglia e conversava con la signora, ma siccome da poco tempo era scomparso il padre, declamava un monologo della vita di suo padre e di ciò che aveva fatto nel lavoro e nella vita; in una camera attigua della casa, il padre della Signora ascoltava le parole dell''altolocato', molto infastidito, perchè, presumibilmente, era a conoscenza di molti particolari. Spazientito e irritato nell'ascoltare ancora l'elogio continuo del figlio, apre la porta con irruenza, entra e grida: "Tuo padre era un ladro fottuto!" Fine della visita...

036 La verginità

La mia Mamma era sarta. Una volta una Signora, cliente già da molto di Mamma, venne a chiedere la possibilità di cucire un abito da sposa per la figlia che si doveva sposare: confezionare un abito per una cerimonia così impegnativa era da programmare con anticipo, perchè si doveva scegliere la stoffa, il tipo di fodera, i bottoni, la sottogonna, le calze e tutti gli ornamenti necessari e indispensabili per figurare in un giorno così importante e mentre si discutevano di queste cose, la Signora declamava sul corredo della figlia, sulle sue virtù e capacità, facendo intendere della poca considerazione che godeva la famiglia dello sposo e che, invece, con la presenza della figlia avrebbe portato importanza, classe e lustro. Come chiosa finale aggiunse, riferendosi alla serietà della propria famiglia, a differenza dell'altra, che la figlia era immacolata, specificando: "Figlia mia è comu 'a 'nu scogliu chi non ha vistu mai pateddi!" (Mia figlia è come uno scoglio che non ha visto mai patelle!)

035 Il pigiama

Un nostro concittadino, affetto da un'ernia inquinale molto preoccupante e dolorosa, andò all'ospedale di Potenza per farsi operare; non era mai stato in un ospedale ed era molto spaventato per l'intervento e vergognoso del suo stato che doveva mostrare al pronto soccorso per il ricovero. Superato il primo impatto il Sanitario lo fece accomodare e cominciò a scrivere i suoi dati personali da inserire nella cartella clinica; cominciò a chiedere il nome e cognome, l'indirizzo, la nascita ecc. ecc. e dopo cominciò a chiedere i dati per completare l'anamnesi: il morbillo, le malattie esantematiche e tutto quanto necessario per completare la cartella. Con molte difficoltà sia da parte del medico che di comprensione del nostro cittadino, in ultimo il medico chiese: "Ce l'hai il pigiama?" e il nostro amico, pensando che fosse un'altra malattia: "Eih, caru dottore, e chistu 'ngi mancheriti!" (Eih, caro dottore, e questa (malattia) ci mancava!)

034 Il fosso

Agli inizi dello scorso secolo, era stata quasi ultimata la casa della Famiglia Schettino, in Via Mandarini, e il proprietario, andando a controllare i lavori, trovò nel giardino un cumulo di calcinacci che non erano stati smaltiti e rivolgendosi al Capomastro: "E chisti chi su?" (e questi cosa sono) "E' robba ch'è avanzata" (E' materiale che è avanzato) e il proprietario: "Cavisi 'nu fossu e 'nci li mittisi" (Scavi una buca e ce li metti dentro) "e a terra du fossu chi ni fazzu?" (e la terra della buca cosa ne faccio?) chiese il capomastro, risposta: "ti la futtisi tu!" (Te ne occupi tu!)

033 Il testimone

Fine anni ’50. Nella Pretura di Maratea si svolgeva un processo per ‘lesioni personali’ a causa di un litigio, sfociato poi in colluttazione, tra due vicini di casa. Aveva assistito al diverbio una terza persona, che chiameremo ‘Giovanni’, voluto a testimoniare a favore di uno dei litiganti dall’Avvocato Giovanni Leonasi. Ad un certo punto del dibattimento il Giudice-Pretore chiama ‘Giovanni’ ad avvicinarsi e dopo gli espletamenti di rito gli chiede: "Lei, Giovanni, ha sentito e visto il Signor Rossi parlare e minacciare il Signor Bianchi?" e Giovanni: "Signor Giudice, aggiu vistu tuttu e no aggiu vistu nenti!" (Signor Giudice, ho visto tutto, ma non ho visto niente!); "Signor Giovanni si spieghi meglio: ha sentito e visto che il Rossi ha minacciato il Bianchi?" chiede il Giudice e Giovanni: "Sacciu sti cazzi, Signor Giudice!" (Non conosco questi caxxi, Signor Giudice!). A questo punto il Giudice interrompe il dibattito e vuol procedere immediatamente contro Giovanni per offese alla Corte e l’avvocato Leonasi interviene a favore del suo teste spiegando al giudice che Giovanni è un uomo di campagna e così è il modo di esprimersi; il Giudice capisce e continua il dibattimento precedente tralasciando l’intervento del testimone Giovanni, il quale rivolgendosi all’Avvocato Leonasi: "Tavia dittu chi non eri cosa e no me vulutu sta a senti e mo ta futtisi tu!" (Ti avevo detto che non era cosa (buona) e non mi hai voluto ascoltare ed ora fregati!)

032 L'incontro

Metà anni '50 a Napoli. Francesco Brando, alias Ciccillo 'i Capurali, si recava nella città Partenopea per acquisti di merce da rivendere a Maratea e incontra un mio zio, Giulio Calderano, che in quel tempo era lì a lavorare. Dopo i saluti e i convenevoli di rito, Giulio chiede: "Ciccì, chi si diciti a Maratia?" (Francesco, cosa si dice a Maratea?) e Ciccillo lo informa sugli ultimi avvenimenti del Paese: "Giù, è saputu ca è mortu Giuanni?" (Giulio, hai saputo della morte di Giovanni?) "Oh! come mi dispiace"; "e po' 'i 'nDoniu ca s'è rutta na' gamma" (e dopo di Antonio che si è spezzata una gamba?) "Oh! come mi dispiace"; "e po' a' 'u patri i Nicola addavutu nu 'nzurtu?" (e dopo il padre di Nicola ha avuto un malanno?) "Oh! come mi dispiace" e via di seguito l'incontro si intensificava di informazioni delle 'disgrazie' Marateote che rattristarono Giulio, al chè salutò Francesco dicendo: "Ciccì, ma' fattu tantu piaciri 'i ti vidi, ma si non t'ascuntavu eri megliu!" (Francesco, mi ha fatto tanto piacere vederti, ma se non ti incontravo era meglio!)

031 Il pannazzaro

Agosto, caldo afoso, silenzio assoluto della 'controra', calma piatta. Tutti dormono o riposano. Siamo circa nel 1920. Il silenzio viene interrotto improvvisamente da un 'pannazzaro'; chi erano questi individui? Raccoglievano oggetti e stracci inutilizzabili per ricavarne altri manufatti e in cambio offrivano stoffe, tovaglie, posaterie e altro con l'aggiunta di una somma da pattuire; la loro origine era del Napoletano: un antico mestiere oramai scomparso. Bene, questo 'pannazzaro' faceva sentire la sua presenza gridando ad alta voce: "'o pannazzaro, 'i pezzi vecchi"; era una novità in un paese piccolo come il nostro e lontano dai grandi centri e, quasi sempre, le casalinghe si avvicinavano alla cesta del venditore per cercare di fare un buon acquisto. Intanto era tornato in licenza un Capitano dell'Esercito e in quel tempo un Ufficiale era tenuto in grande considerazione dalla gente e meritevole di grande assistenza. - Il pannazzaro continuava a girare nei vicoli di Maratea diffondendo con la grande voce la sua presenza, sino a che una Signora, la cameriera del Capitano, si affaccia alla finestra e, con un filo di voce che contrastava quella del venditore: "Shhhhii! Cittu ca' dormiti 'u Capitano!" (Silenzio, perchè dorme il Capitano!), al che l'altro "Signò, i' me ne fotto du' Sinnicu 'i Napuli e penza quannu me ne strafotto du' Capitanu tuu!" (Signora, io me ne frego anche del Sindaco di Napoli e pensa un po' quanto me ne frego del tuo Capitano!).

030 Le medicine

Un Medico di Maratea ricevette una chiamata telefonica da un contadino suo conoscente anziano, che non sposato viveva con due sorelle più anziane di lui: "Anè, com'aggia fa' cu' chissa chi non s'aiziti, non già fati a cammina, inzomma è malipotera" (Scusami, come devo fare con questa che non si alza, fa fatica a camminare, insomma è malridotta) e il medico che aveva dei campioni di prodotti energetici e integratori alimentari li manda al contadino, specificando che non fanno assolutamente male a chi li ingerisce. Dopo qualche giorno il medico incontra di persona il contadino: "Ne Dottò, si fai accussì cu li cristiani, comi è fattu cu 'a crapa, succediti n'ecatombe" (Scusami Dottore, ma se fai così con le persone come hai fatto con la capra, succede una ecatombe) "e che c'entra la capra" dice il Dottore "Na crapa n'aggiu dati 'i midicini che m'emannatu e è morta a crapa!" (Alla capra ho dato le medicine che mi hai mandato ed è morta!) "Ma io pensavo, quando mi hai chiamato al telefono, che stessi parlando di tua sorella?" "Idda sta bona e 'ntandu a crapa è morta!" (Lei sta bene e intanto la capra è morta!)

029 La fedeltà

Agosto. Ero con un amico a gradire la frescura di Piazza Buraglia assaporando un gelato e raccontandoci gli ultimi avvenimenti della stagione. Venne a sedersi al nostro tavolo un altro amico e continuammo a raccontarci storie. Mentre il nostro parlare andava avanti, passò una bellissima ragazza, abbronzata e vestita con veli delicati. Con il primo amico, guardando la ragazza, facemmo delle allusioni, con quasi la contrarietà del terzo arrivato, che si astenne dai nostri commenti e, anzi, ci tenne a precisare: "In vita mia, non ho mai tradito mia moglie" quasi, come a dire, che i nostri commenti erano dei tradimenti alle nostre mogli. Ci salutò e andò via, quasi a compatirci per i nostri discorsi. L’amico rimasto con me esclamò: "Iddu non ha mai traditu ‘a muglieri, però iddu non sapiti ca ‘a muglieri è stata cu me!" (Lui non ha mai tradito la moglie, però lui non sa che la moglie è stata con me!)

028 Due fratelli

Due fratelli dovevano recarsi a Potenza per il disbrigo di pratiche amministrative e per arrivarci da Maratea con la corriera si partiva alle 5 del mattino e si arrivava alle 10 circa. Risolte le pratiche si ripartiva nel tardo pomeriggio per rientrare a Maratea alle ore 19 circa. Pertanto era quasi indispensabile pranzare in una trattoria. Uno dei due fratelli era un gran bevitore, mentre l’altro era astemio e perciò prima di entrare nella trattoria, l’astemio si rivolse al fratello in questo modo: "Fratè, a mangià mangiamu ‘nsieme, però a bivi, ognunu pi’ fatti soi!" ("Fratello, a mangiare mangiamo insieme -pagando diviso due- però per bere ognuno paga per se!")

027 Il cinema

Fino alla metà degli anni ’40 del secolo scorso, nei locali a piano terra dell’attuale Municipio, attualmente in restauro, vi era un bellissimo cinema con un proiettore a passo normale, che era una rarità per quel tempo, ma che fu smantellato per volere dei Padri Oblati, perché la proiezione dei film era ritenuta peccaminosa. Tutta l’attrezzatura, poltroncine comprese, fu venduta e istallata a Lauria. Ci fu, però, un signore, Giacinto Iannini, che non condividendo la mancanza di un cinema, si adoperò per crearne uno che era situato nei locali di casa Vitolo. Era un piccolo cinema che soddisfaceva i bisogni della cittadinanza, anche se la macchina da proiezione era a passo ridotto, con le pellicole da 16 mm, che spesso si inceppava, tra gli strepiti degli spettatori, e, dopo un po’, il bravo Biagio Longo che era l’operatore, faceva ripartire la proiezione del film. Una volta, durante una proiezione, si interruppe tutto: il proiettore ‘macinava’ la pellicola e la lampada si era bruciata. Inutile dire del caos che si creò, finché, vista la impossibilità di una riparazione immediata, Giacinto prese la decisione di salire sul palcoscenico per spiegare l’accaduto: "Signori, mi dovete scusare, ma qui si è scassata la macchina e tuttu ‘u Pataternu!" e gli spettatori furono tutti risarciti del biglietto d’ingresso pagato.

026 Il matrimonio

Tornato dalla Francia, un giovane emigrato di Santa Caterina, per far visita ai parenti che non vedeva da molto tempo, incontrò una ragazza molto giovane e le chiese di volerla sposare. Sia la madre che il padre della ragazza avevano timore perchè reputavano la figlia ancora troppo giovane per darla in sposa, ma viste le insistenze anche della famiglia del ragazzo, decisero di chiedere consiglio al più vecchio abitante del villaggio dove abitavano, giacché era da tutti considerato un saggio. Interpellato l'anziano, questi esclamò: "Purtatimi 'a guagnuna , ca 'a vogliu vidi" (Portatemi la ragazza, perchè voglio vederla) e ritornarono con la ragazzina dal saggio: "Giratti, bella mia, fammiti vidi" (Girati, bella, fatti guardare). E la guardò con attenzione facendola girare più di una volta e infine si pronunciò: "La putesi fa' spusà, picchì a uagnuna è bella e pudirusa e si lu riciviti!" (La potete dare in sposa, perchè la ragazza è bella e poderosa -vigorosa- e se lo può ricevere!)

025 La creanza

Suppongo che in molti avranno sentito dire "'a crianza 'i Passuluni". Perchè? - Passuluni era un uomo di Maratea, alto e grosso, e quando camminava nessuno riusciva a stargli dietro perchè con la sua mole riusciva a fare dei passi molto lunghi da cui il nome di 'passi grandi' - 'passoloni' e quindi, in daletto "Passuluni". E la "crianza"?  -  Questo 'gigante buono' apparteneva ad una famiglia aristocratica ed era usanza tra i 'nobili', quando si era a pranzo, di lasciare nel piatto un ultimo boccone per dimostrare che non erano affamati e che sapevano stare a tavola (Crianza era spagnolo e significava buona educazione), a differenza della mala creanza. Allora si è tramandato questo detto perchè il nostro Passuluni, per sostenere il suo grande fisico doveva mangiare parecchio e tanto, però, una volta sazio, lasciava quel minuscolo avanzo di cibo per dimostrare che lui era una persona ben educata e quindi lasciava la "Crianza".

024 L'amore

Il mio trisavolo Luigi Calderano (1781-1865), coniugato con Eleonora Latronico il 16 maggio 1809, dalla loro unione nacquero otto figli, cinque maschi e tre femmine. Il primogenito, di nome Giulio, fu mandato a Potenza a studiare e divenne notaio. Ritornato a Maratea, conobbe una ragazza che abitava in campagna, nella Valle, e se ne innamorò. Luigi, il padre, cercava di convincere Giulio a trovare un’altra ragazza da sposare e voleva a tutti i costi dissuaderlo in questa scelta: "Giù, vidi ca’ sta’ guagnuna è campagnola e no' po’ fa’ a mugliera ‘i nu’ notaiu" (Giulio, ricorda che questa ragazza è di campagna e non saprà fare la moglie ad un notaio", "Non preoccuparti Papà, imparerà"; "Ma no' teniti dote e mancu soldi ‘i genti soi" (Ma non ha nemmeno la dote e i suoi parenti non hanno soldi), "Ma i soldi non importano Papà" e così il Padre continuava a sottoporre possibili impedimenti a queste nozze, finchè sbottò "E po’, Giù, è puru brutta!" (E poi, Giulio, è anche brutta!): "E, no Papà, questo non lo devi dire, perché se tu la vedessi con gli occhi miei, la vedresti bellissima" e il padre, ormai sconsolato: "Vabbò, ca Sant’Antonio –Abate- si ‘nammurevuti dù porcu!" (Va bene, perchè pure Sant'Antonio -Abate- si innamorò di un maiale!)

023 La sapienza

Primi anni 2000. L’Ospedale di Maratea contava circa 220 dipendenti e ad ogni cambio di turno si formavano, per breve tempo, piccoli capannelli di persone tra chi entrava e chi usciva: erano scambi di saluti e di arrivederci. Un giorno era successo in Italia un avvenimento che aveva interessato tutti i telegiornali e, di conseguenza, se ne parlava anche a Maratea e pure nell’Ospedale. Come spesso avviene ognuno diceva la sua e affermava di avere ragione e tutti i presenti insistevano che la propria tesi era quella giusta. Arrivò ancora una persona ed ascoltando per pochissimo quello che erano gli argomenti trattati e, guardandoli tutti in viso con attenzione, esclamò: "Viati a vui quanti cosi che sapesi!" (Beati voi, quante cose che sapete!) E andò via senza aggiungere altro…

022 L'acido lattico

Durante una delle molte volte che noi Marateoti siamo andati a Carosino, in occasione della Festa di San Biagio, che lì si tiene ad ottobre dopo la vendemmia, fummo invitati a visitare la migliore cantina, con un previsto assaggio di vini, di una cooperativa dove producevano e vendevano moltissimo vino; un Enologo ci spiegava le varie fasi della vendemmia, dalla raccolta dell'uva all'imbottigliamento finale del vino. Durante la fase di trasformazione e fermentazione dell'uva i lieviti, diceva il tecnico enologo, possono produrre minime quantità di acido lattico e un nostro compaesano, un po' frastornato e ansioso di bere finalmente del vino, a cui poco interessava la spiegazione disse: "Scusate Profissù, 'u fattu du' latti non aggiu propriu capitu, ma si puteriti avì nu bicchieri 'i vinu assulutu e senza latti?" (Scusate Professore, il racconto del latte non l'ho proprio capito, ma si potrebbe avere un bicchiere di solo vino e senza latte?). Ci fu una salutare risata generale!

021 Il segreto

Il segreto: potrebbe essere il titolo da dare al piccolo racconto che segue. Un caro compagno di scuola, quando mi rendeva partecipe di 'segreti' dei nostri amici comuni, mi avvisava: "Biasì, è un segreto che dobbiamo sapere soltanto tu, io e tutta Maratea" e giù a ridere...! E così è il segreto che fu tra la polizia, gli impiegati del telegrafo, una famiglia e tutta Maratea. Il racconto: un emigrato, tornato dalla Francia per una breve vacanza a Maratea, durante la festa di San Biagio, nel 1938, aveva incontrato una ragazza, tale Giuseppina, e, tra uno sguardo e un sorriso, voleva averla come fidanzata. Non era semplice all'epoca per una coppia incontrarsi e parlare, ma bisognava farsi aiutare da amici o dalle 'mezze calze', si definivano così le persone che adoperavano per fidanzamenti e matrimoni. Il nostro amico in questione ebbe un incontro con un parente della ipotetica fidanzata, ma fu costretto a ritornare nuovamente in Francia perchè erano terminate le sue ferie. Vi state chiedendo dove sta il segreto? Ecco: nel periodo di cui parliamo, i rapporti tra la Francia e l'Italia non erano dei più rosei, ma si prospettavano già minacce di guerra e la corrispondenza tra i cittadini dei due Stati veniva intercettata e spesso censurata. Arrivò la Polizia che sorvegliava la corrispondenza a Maratea proveniente da Potenza e chiama il padre di Giuseppina nella Caserma dei Carabinieri per interrogarlo e avere informazioni dettagliate, perchè aveva spedito un telegramma in Francia al 'mancato fidanzato' che sembrava un messaggio cifrato per presunti danni allo Stato Italiano o complotto che dir si voglia, con una risposta, sempre telegrafica, del 'fidanzato', ancor più misteriosa. Il testo del primo telegramma: "Suspenni currispunnenza Giuseppina francisi pi lu mezu" (Sospendi la corrispondenza con Giuseppina perchè c'è di mezzo un francese); il testo della risposta: "Nenti a chi fa cu Giuseppina, sulu ziu Tricchina" (Niente a che fare con Giuseppina solamente con lo zio di Trecchina). Il rebus fu sciolto: era arrivato un secondo pretendente di Giuseppina, anch'esso dalla Francia, ma economicamente più ben messo, e il padre invitava a sospendere qualsiasi rapporto tra il primo richiedente di fidanzamento e la figlia, perchè un altro Marateoto emigrato in Francia ne aveva chiesto la mano e la risposta fu che il primo richiedente non aveva mai avuto nessun incontro con Giuseppina, ma che si era rivolto ad uno zio di lei, che abitava a Trecchina a fare da intermediario. Chiarito l'equivoco furono tutti, famigliari e impiegati postali, a rispettare rigorosamente il segreto e fu così che tutta Maratea ne venne a conoscenza!

020 Il "fagotto"

Prima che la plastica invadesse il mondo e che ora sta per sommergerci, quando si andava a fare la spesa al mercato, ancora non erano nati i supermercati, si portava una borsa di paglia per trasportare le derrate; quando, invece, si doveva portare un alimento a qualcuno, anzicché adoperare la borsa, per poi riportarla indietro vuota, si preferiva adoperare un fàdile (o anche chiamato stiavucca, o muccaturu), un tovagliolo almeno di 80 cm di lato, e così si faceva un 'fangotto' facilmente trasportabile. Fatta questa premessa, importante per il racconto, c'era, moltissimi anni fa, un impiegato comunale che molto spesso esercitava il lavoro stando a casa e i cittadini, che avevano bisogno un certificato o qualcosa di simile, dovevano recarsi a casa di Pasquale, nome fittizio per riservatezza, a pietire la richiesta del diritto di avere la certificazione e, a piedi, venivano da Acquafredda, o Castrocucco, o Brefaro, portavano un 'fangotto' per accellerare la pratica. Bussavano 'con i piedi', come si usava dire, e la moglie annunciava a Pasquale l'arrivo del povero cittadino; se avevano portato il fangotto, la moglie andava dal marito e, scuotendo il tovagliolo, diceva: "Pasquà, è venuto tizio perchè vuole un certificato", Pasquale guardava il tovagliolo scosso dalla moglie e "Fallu vinì, fallu trasi" (Può venire, può entrare). Se invece un malcapitato si presentava senza il 'fangotto', la moglie andava da Pasquale e metteva appena la testa nella stanza, nascondendo le mani: "Pasquà, c'è tizio" e Pasquale, non vedendo sventolare 'fàdili': "Dici ca' turnissiti n'ata vota, ca mo' tencu tantu chiffà" (Dici che deve tornare un altro giorno, perchè ora ho molto da fare). E, poverino, il 'tizio' era costretto a ritornare, a piedi, un altro giorno e portare il 'fangotto'.

019 Il pranzo

Quando ci si fidanzava 'ufficialmente', i familiari dello sposo erano ospitati a pranzo nella casa della sposa. Va di conseguenza che a breve tempo i familiari della sposa erano a pranzo in casa del fidanzato. Due giovani, fidanzati, che si erano già 'promessi' in matrimonio, e, prima delle nozze, dovevano ancora svolgere il rito del secondo pranzo a casa dello sposo, ma un bisticcio stava per essere quasi la rottura del fidanzamento e il promesso sposo corre a casa sua per interrompere i preparativi del pranzo. Il padre, molto avaro nonchè tanto tirchio, aspettava ansioso l'arrivo degli invitati, quando giunse il figlio di corsa gridando: "Papà, non si fa più niente perchè i 'Rossi' (nome fittizio della famiglia) non vengono più a pranzo!" Il padre, contento per la bella notizia che non avrebbe consumato le sue risorse economiche e le pietanze già intavola, esclamò: "Meglio, meglio, ci fottiamo tutto noi...!"

018 La bestemmia

Dietro l'Annunziata, un Artigiano era intendo ad eseguire un lavoro; accidentalmente si fece male ad un dito e, nella furia e nel dolore, bestemmiò 'Gesù Cristo in croce'. La moglie, sentita la bestemmia lo sgridò dicendo: "Scustumatu. Iastemisi propriu a Gesù Cristu c'a hanu misu 'ncruci pi' nui" (Scostumato. Bestemmi proprio a Gesù Cristo che l'hanno messo in croce per noi) La risposta: "Pi lu mitti 'ncruci, quacchi cosa addavuta fa' puru Iddu". (Per metterlo in croce, qualcosa ha dovuto fare anche Lui).

017 Il cane

Un Signore, di nome Biagio, abitava nella parte alta del Paese e per rientrare a casa saliva per la scalinata "Salita Addolorata" dove abitava un tipo che era soprannominato "Paccaneddu", in un basso, scuro, affumicato e non molto pulito, ma che aveva un cane legato ad una fune e che abbaiava a tutti i passanti. La sera tarda, però, Paccaneddu liberava il cane dalla costrizione della fune, ma, il povero animale, non solo abbaiava contro i passanti, ma spesso si avventava sui malcapitati, incutendo paura. Biagio, passando a tarda sera, si incrociò con il cane che gli si avventò contro. Al mattino seguente si recò da Paccaneddu: "Paccanè, attacchiti 'u cani, si no tu sparu" (Paccanè, tieni legato il cane, altrimenti lo sparo); e questi: "Eih, e comi 'a fai fitenti, non ti preoccupà ca non ti fa nenti" (Eh come la fai lunga, non preoccuparti che non ti fa niente). La storia si ripeté per molte sere, sicché una volta, con l'euforia di qualche brindisi fatto in più, passando davanti l'abitazione di Paccaneddu, fu quasi azzannato ad una gamba dal cane e, Biagio, avendo con se una pistola, sparò uccidendo il cane. Il rumore dello sparo e i guaiti del cane morente fecero uscire Paccaneddu: "Eh Biasì, ch'è fattu? M'è sparatu veramente 'u cani?" (Eh Biagio, cosa hai fatto? Hai sparato veramente al mio cane?) - "T'aviu dittu attaccatillu, non m'è statu a senti e a prossima vota t'imparisi!" (Ti avevo detto di tenerlo legato, non mi hai dato ascolto e la prossima volta impari!)

016 La fretta

Il mio Bisnonno, Gregorio Calderano, restò vedovo a 51 anni, per l'improvvisa morte per il parto della moglie, Filomena Ginnari. Ancora prestante, aveva una collaboratrice domestica, tale Mariuccia, che aiutava Gregorio in tutte le faccende domestiche e non... . Una volta, su richiesta di Gregorio, si presentò dicendo: "Don Gregò, facemu manu manu, ca' vavu 'i pressa c'aggia fa' n'atu sirviziu" (Don Gregorio, facciamo in fretta perchè ho da fare per un altro servizio); al che, la risposta fu: "Senti, bella mia, si vai 'i pressa, vavatinni e va' fa' chiddu c'hai fa', ca' chisti su cosi chi si fanu cu calma e no' di pressa, ma chianu chianu. E quannu hai fattu, torna!" (Senti, bella mia, se hai fretta, vai a fare quello che devi fare, perchè queste sono cose che si fanno con calma e senza fretta, ma piano piano. E quando hai finito, ritorna!) 

015 La Croce

Dietro l'Annunziata abitava, tra gli altri, un signore, già avanti con gli anni, che, poverino, aveva una moglie molto malata ed erano senza figli. Marito e moglie già vivevano di stenti e comprare le medicine per curare la signora ammalata significava, spesso, chiedere l'elemosina per la sopravvivenza. La miseria, negli anni '20 del secolo scorso, era una piaga diffusissima: pochissimi erano gli uomini dediti al lavoro, dato che i migliori e più giovani, erano morti durante la prima guerra mondiale e quella poca economia esistente era dovuta al grande sacrificio e al lavoro disumano che facevano le donne, dalla raccolta della legna nei Carpini, cercando di evitare le guardie boschive che spesso incarceravano queste povere disgraziate, per cucinare e riscaldarsi durante l'inverno, alla raccolta dell'erba Alfa (la tagliamano) per intrecciare i libani, al lavaggio dei panni a Ciurtiano, ad andare a servitù nelle famiglie più benestanti, ecc.. La mancanza di uomini, e quindi di braccia poderose per lavorare, continuò anche negli anni, '30 e '40, a causa dei tanti giovani morti per le guerre in africa prima e della seconda guerra mondiale dopo; ma, la signora di cui parliamo, non poteva svolgere alcun lavoro e quindi tutto l'andamento della casa dipendeva dall'anziano marito. Un giorno, confidandosi con un suo vicino di casa, disse: "Caru Giuanni (il suo vicino), ma Chiddu, 'u Pataternu, voi sapì chi fati: quannu non teniti nenti chi fa'? S'assettiti e tagliti i rami di l'albiri e si mittiti a fa cruci e li fa' di tutti 'i maneri: picculi, mezzani e grossi. Poi, quannu s'è scucciatu, rapiti 'a cataratta (in dialetto è la porta per accedere al soffitto) e iettiti 'sti cruci e 'nc'è cu acchiappiti cruci picculi e cu' chiù grossi e a mi m'è capitatu nu cruciuni...!" (Caro Giovanni, ma Quello, il Padre Eterno, vuoi sapere cosa fa? Si siede e taglia i rami degli alberi e si mette a costruire croci e ne fa di tutti i modi: piccole, medie e grandi. Dopo, quando si è annoiato (di fare croci) apre la cataratta e lancia le croci sulle persone e c'è gente che raccoglie croci piccole e altre che prendono quelle grandi, mentre a me è capitato un "crocione"!)

014 Il discorso

Era il 12 maggio del 1961. Maratea era in festa perchè l'indomani si sarebbe svolta la Processione di San Biagio e quindi l'euforia ci rallegrava un po' tutti. Un artigiano, che per ovvie ragioni di riservatezza, oggi si chiama privacy, ma è la stessa cosa, camufferò il suo nome in Antonio, festeggiando a suo modo, aveva brindato un po' in più alla gloria di San Biagio e contagiato anche lui dall'euforia della festa, dopo un altro brindisi sempre con il vino, sale sulla cassa armonica destinata alla banda musicale e comincia un discorso, applaudito da tutti noi che ci sbellicavamo dalle risate e ad ogni sua parola partiva un applauso. Un po' Antonio aveva capito che ridevamo di lui, ma ci pregò di zittirci e cominciò con un attacco diretto ad un imprenditore di Maratea, che a suo dire, di Antonio, gli impediva di lavorare come artigiano, facendolo impoverire: "E tu, caro 'mprenditore, di sti' cuglxxxi, ti si scurdatu quannu vinnisi 'a carvonella e accattavisi pi' quattu soldi 'i libani e mo' ti si fatti 'i miliardi, anzi 'i milioni...!" (E tu, caro imprenditore dei miei coglxxxxi, hai già dimenticato che prima vendevi il carbone e compravi i libani per pochi soldi ed ora hai i miliardi, anzi i milioni...). Noi tutti a ridere, ma arrivano i carabinieri di pattuglia e Antonio, come li vede arrivare: "Scusate, mi ni vavu subitu na' casa." (Scusate, me ne vado subito a casa). E finì l'allegra serata!

013 L'attesa

Domenica pomeriggio. Alle ore 15:30 comincia una importante partita di calcio al campo sportivo 'La Quercia' di San Nicola. Nicola, un caro amico purtroppo scomparso da molto tempo, è fermo in piazza alla ricerca di un passaggio per scendere allo stadio. Poche le auto, siamo alla fine degli anni '50. Arriva su una Lambretta un signore di Trecchina e Nicola lo ferma chiedendogli un passaggio. Il Trecchinese lo fa salire sulla Lambretta e Nicola, accomodandosi contento esclama: "Ah! Erunu chiu' di vinti minuti c'aspittava nu' fissa pi' scinni" (Ah! Erano più di venti minuti che aspettavo un fesso che mi scendesse) e il centauro, fermandosi di botto: "E picchi' 'i sarei nu' fissa? Scinni subitu 'a locu." (E perchè io sarei un fesso? Scendi immediatamente dalla mia Lambretta.) E così, dopo nemmeno dieci metri in moto dovette scendere e andare a piedi al Campo Sportivo.

012 La soddisfazione

Eravamo un gruppetto di ragazzi al 'Carro Funebre', che sarebbe nel posto che porta alla 'Croce' - la via della Pietra del Sole-. All'epoca la strada non era pavimentata, ma acciottolata e piena di polvere, e, come tutti i ragazzi, parlavamo e ridevamo di cose inutili. Si aggrega a noi, che facevamo le scuole medie con età tra gli undici e i dodici anni, un ragazzo più grande di età e di statura, liceale a Sapri, e dopo un poco ha inizio un diverbio tra uno di noi e il liceale. La discussione è sempre più accesa e, con la cattiveria tipica dei ragazzi, spingevamo il nostro amico a toccargli la punta del naso: "Fanni vidi ca si curaggiusu, toccani 'a punta du nasu" (Fai vedere, dimostra a questo, che non hai paura, toccagli la punta del naso), che era l'equivalente di una grossa offesa e di una dichiarazione di guerra; il liceale rispondeva: "Ia', fammi vidi 'i chi si capaci 'i fa" (dai, fammi vedere cosa sei capace di fare) e con molto coraggio il nostro amico, con fare incurante, si avvicina al liceale e, effettivamente, gli tocca la punta del naso; nasce una zuffa consistente fra i due con tante ilarità di tutti noi e, dopo un poco, ci premurammo subito di separare i due litiganti, sebbene il nostro amico avesse avuto una bella batosta. Il più grande dei due andò via invitando l'altro a: "Non ti fa' vidi chiu' 'a me, ca' ti davu 'u restu" (gira alla larga da me, altrimenti ti darò altre bastonate), mentre il nostro amico, pieno di graffi, lividi e pantalone e giacca stracciati, si alzò da terra, cercò di togliersi la polvere di dosso e disse: "Ah, erinu paricchi anni ca' m'avia livà sta suddisfazioni!" (Ah, erano molti anni che volevo togliermi questo 'sfizio' ed essere soddisfatto!)

011 Un "affare"

Tanto tempo fa erano pochissime le abitazioni che avevano in casa il "gabinetto" e l'acqua potabile, se non i pozzi, scavati sotto terra, che raccoglievano l'acqua piovana; i più fortunati avevano in casa o nelle immediate vicinanze le "garamme", fenditure naturali nel terreno molto profonde, in cui versavano i "prodotti naturali individuali" raccolti nei "pitali" (vasi da notte). Era d'uopo, quindi, spessissimo, espletare i propri bisogni nella pubblica strada e, certe volte, al riparo della vista altrui: gli uomini si addossavano faccia al muro in un vicolo poco frequentato e le donne, con quelle larghe e lunghe gonne, si fermavano dove si trovavano, allargavano la loro postura e si vedeva scorrere il "ruscelletto" sotto di loro. -  Successe che mio Nonno, bonariamente chiamato Don Biasino di Don Gregorio, stava scendendo da Capocasale e si era fermato in un anfratto di un vicolo per un "bisogno personale" e, mentre era attento a questa pratica, scendeva da Massa una signora, con la cesta in testa per recarsi al mercato giornaliero che si svolgeva in via Cavour, alla quale mio nonno doveva pagare due caciocavalli (una volta i caciocavalli si vendevano a coppia), che gli ricordò: "Don Biasì, t'arricordu pi piaciri, si mi puterisi pagà chiddi cascavaddi!" (Don Biagio, ti ricordo, per piacere, se potresti pagarmi quei caciocavalli!"), la risposta, senza interrompere il suo operato: "Non ti preoccupà, bella mia, ca' iustu mo' tencu n'affari pi' 'i mani e 'u primu pirtusu c'attippu è chillu tuu!" (Non preoccuparti, mia bella -vezzeggiativo- perchè giusto in questo momento ho un affare per le mani e il primo buco -debito- che otturerò sarà quello tuo!)

010 L'appropriazione indebita

Un signore, che spesso viveva di espedienti, si recò nel Bar di Gigino Avigliano, ordinò un caffè, che consumò subito e anziché pagare disse: "Gigì, vado a fare una partita a carte e ti pago dopo". Così fece. Andò a giocare e, avendo perso la partita, ritornò al banco per pagare la consumazione fatta al gioco delle carte che consisteva nel costo di 80 lire, il prezzo di una birra. Diede una banconota di 500 lire e Gigino si trattenne anche le 30 lire del caffè consumato prima e restituì la somma di 390 lire. Il "signore" alla vista di quel resto apostrofò il barista in malo modo: "Come ti sei permesso a trattenerti dai miei soldi il costo del caffè. Io ero venuto per pagare solamente la birra: questa è appropiazione indebita. Ti vado a denunciare". E così fece e per sedare il conflitto e far ritirare la denuncia, il povero Gigino dovette dare al "signore" 10.000 lire. E anche questa è storia.

009 La Confessione

Quando ero un ragazzino, girava una signora anziana per le nostre strade e che vestiva da monaca, abitava al Palazzo ed era alta, ossuta e molto magra ed era definita 'la monaca spogliata', perchè, si diceva, fosse stata in un convento di monache francescane, ma che ne era venuta via. Vestiva con indumenti marroni, come le francescane, rattoppati e fatiscenti e sempre con sandali senza calze; viveva, come tante persone in quella epoca, in miseria e facendo lavori da domestica nella famiglia D'Alitto, si chiamava Marianna Loccisani e viveva insieme alla sorella Rosa, detta Rosina 'i ndinghi ndinghi. Camminava claudicante e quasi tutte le sere si recava in chiesa e spesso andava a confessarsi con Don Biasino D'Attoli, sacerdote di Maratea, nella chiesa dell'Immacolata e noi ragazzini sedevamo vicino al confessionale per ascoltare quali peccati facessero i penitenti... e una volta ascoltammo a Za' Monaca, come bonariamente la chiamavamo, dire in confessione: "Don Biasì, è piccatu dici 'culu ha dittu' o 'culu diciti'? Vui comi dicisi?" (Don Biasino, è peccato dire 'chi' lo ha detto' o 'chi lo dice? voi cosa ne dite?) E il povero Don Biasino rispose: "Si no tenisi ati piccati, vavatinni ca t'aggiu già assoltu!" (Se non hai altri peccati, te ne puoi andare perchè ti ho già assolto!)

008 La Pretura

Pretura di Maratea. Sì, perchè una volta a Maratea vi era la Pretura ed anche il carcere mandamentale e i 'criminali' arrestati erano colpevoli di abigeato (furto di una pecora o al massimo un maialino), pascolo abusivo o 'gravi' reati simili. Un signore molto anziano, che chiameremo Xxxx, di Maratea era stato arrestato per ubriachezza molesta e condotto in carcere. Era una persona innocua, un lavoratore, ma aveva il vizio di bere e una sera aveva infastidito un 'tutore dell'ordine' e perciò arrestato. Si doveva discutere in Pretura il reato di questo cittadino Xxxx ed il giudice era Giuseppe D'Orlando, anch'esso di Maratea. Dopo la lettura del capo di imputazione, il Giudice si rivolge a Xxxx, invitandolo: "Imputato Xxxx cosa avete da dire a vostro discarico?"; Xxxx guarda il Giudice, con aria paterna, conoscendolo fin da quando era piccolo e dice: "Pinù, fallu pi' l'anima 'i patitu!" (Pinuccio -chiamandolo amichevolmente - abbi pietà di me, in memoria dell'anima di tuo padre!)

007 La banda

Le Bande Musicali erano il cuore musicale delle piazze, durante le feste Patronali. Non esisteva la radio o la televisione o, come adesso, lo streeming e l'unico modo per ascoltare la musica era la Banda Musicale. Anche Maratea aveva il suo Complesso Bandistico e i componenti erano tutti artigiani o lavoratori stagionali e giovani, ma quasi tutti con pochissime disponibilità economiche e "suonare" per 50-60 giornate in un anno era un buon guadagno per tutti. I Comitati delle Feste, d'altronde, per spendere meno ospitavano i musici nelle famiglie per il vitto e, se necessario, anche per l'alloggio. Quattro musicisti Marateoti erano ospiti in una famiglia a Lauria per la Festa di San Nicola e mentre erano seduti a tavola per il pranzo, consistente nel primo piatto di pastina in brodo, probabilmente non molto sostanzioso e abbondante, uno di questi, che suonava il trombone contrabbasso, si alzò in piedi per togliersi la giacca e la camicia, mentre i suoi tre compagni lo intimavano a sedersi, disse: "Ma già spuglià, ca vogliu vidi si pozzu simmuzzà nu pocu d'acinu 'i pipu" (Mi devo spogliare per tuffarmi pel piatto per scoprire se posso pescare un poco di pastina del tipo di semi di peperoni!)

006 La radio

Primi anni '50, un Signore aveva acquistato una Radio ed essendo non vedente, era soggetto alla moglie a quasi tutte le necessità; ascoltava una trasmissione di una emittente sconosciuta e che male si sentiva con fruscii e disturbi tipici delle radio a onde medie. Era settembre e la banda musicale di Maratea, diretta da Eduardo LImongi, era a Trecchina per allietare la Festa di San Michele; il non vedente, stanco di ascoltare quel canale della radio che male si captava, chiamò la moglie e disse: "Mariù, mitti a Tricchina e sintemu chi soniti cumpa Luarducciu" (Mariuccia - la moglie - sintonizza la radio su Trecchina, così possiamo sentire cosa sta suonando il compare Eduardo Limongi).

005 Le uova

In Piazza Buraglia, dove attualmente è la paninoteca di De Bernardo, era la Farmacia del Dott. Luigi Greco. Il suo intercalare, quando si innervosiva, era "eh Santa Madonna, caxxo". Un giorno una signora entrò nella Farmacia qualche minuto prima che partisse la corriera che tutti i giorni, alle ore 12, dalla Piazza arrivava a Massa, dicendo al Farmacista: "Don Luì, tencu 4 ova e m'averisi da' a medicina c'avera fa' nu durciceddu" (Don Luigi, ho 4 uova e mi dovresti dare la medicina perchè vorrei fare un dolce) perchè all'epoca lo Speziale (il farmacista) preparava anche i lieviti. Il Farmacista era occupato a preparare una pozione di un altro avventore e nel frattempo il Pullman sollecitava con il clacson la partenza e la signora ripeteva la sua richiesta; e così per altre volte, finchè all'ennesima richiesta della signora: "Don Luì, tencu 4 ova..." don Luigi sbottò: "eh Santa Madonna, caxxo, io ne ho due e tu già me l'hai rotte...!"

004 La sedia

Le celebrazioni sacre si svolgevano tutte nella Chiesa Madre, naturalmente mi riferisco a moltissimi anni addietro, e bisognava arrivare in anticipo dall'ora prevista perchè c'erano pochissimi posti a sedere e molte persone portavano una sedia dalla loro casa per stare accomodato e, anzi, in tanti lasciavano la sedia in chiesa, con su scritto dietro la spalliera il proprio nome, per evitare di riportarsela indietro. Capitava spesso che qualcuno trovando una sedia libera ci si accomodava, ma ad inizio della funzione religiosa arrivava il "proprietario" che bussava sulla spalla della persona seduta dicendo: "... vidi ca 'a seggia è da mia!" (tieni conto che la sedia è mia, quindi alzati che mi devo sedere io!)

003 La patente

Quando gli esami per conseguire la patente di guida si svolgevano con un colloquio con un funzionario della Prefettura, che interrogava sia sul funzionamento del motore a scoppio che su come comportarsi con la guida, ad un giovane esaminando che sosteneva l’esame chiese: se guidando di notte incroci un veicolo in senso opposto con le luci abbaglianti, come ti comporti? – La risposta: "’u cecu." (Lo abbaglio anch’io, cercando di accecarlo con le mie luci abbaglianti!)

002 Mancu li cani

Fine anni '50 arriva nell'Ospedale di Maratea, che allora era situato dove ora è l'Istituto Alberghiero, un giovane medico da Roma. Accompagnato da una delle Suore che all'epoca gestivano il personale, fece il suo primo "giro" di visita agli ammalati, che in quei tempi, erano quasi tutte persone anziane ricoverate per "marasma senile". Chiese ad una prima persona che sintomi avesse di malattia e la risposta fu: "Oh! Dottore miu e comi ti lu dico, mancu li cani!" (Oh! Dottore mio non saprei nemmeno come fare per farti capire e dirti del male che ho e che non auguro nemmeno ad un cane il mio male!). Il Medico non capiva il dialetto e cosa avesse di malattia, ma continuò il giro e da un altro paziente ebbe la medesima risposta alla sua domanda: "Dottò, mancu li cani!" (Dottore, neanche ai cani auguro il mio malessere!) e così quasi tutti i pazienti anziani ricoverati, tanto che decise di raccontare in un libro le sue peripezie di medico e intitolarlo "Mancu li cani". Purtroppo lo sfortunato medico cessò di vivere mentre era alla stesura del suo libro e ci è rimasto solamente il titolo.

001 Il Progresso

Da pochi minuti erano passate le ore 13:00 e i due fratelli Iaselli salivano con la loro Giulietta bianca per andare a Santa Caterina verso la loro casa. La strada non era ancora asfaltata, ma polverosa e con vistose carreggiate al centro. All’altezza dell’attuale deposito d’acqua, dove una volta era la cava di sabbia, in quel rettilineo scendeva da Massa per recarsi al lavoro a Fiumicello, nella Fabbrica, il lanificio di Maratea, un giovane a cavallo del suo fiammante motociclo, uno Zigolo Guzzi 98; forse per l’emozione o per l’inesperienza nella guida, anziché frenare andò a cozzare contro la Giulietta dei Iaselli. Il più anziano dei due, Giovanni, scese dall’auto, mentre il fratello ancora incredulo restava al posto di guida, per constatare se il ragazzo centauro avesse subìto gravi danni. Accertatosi che stava bene e, dopo i convenevoli di rito, assumendo la sua posa tipica, piegato sulla gamba sinistra arcuata a mo’ di riposo, e mentre il ragazzo si scusava per il danno causato, lui apostrofò così il giovane: “ ‘a curpa non è da tua, ma è du progressu, picchì ‘u passaggiu da ‘u ciucciu a la motocicletta è statu troppu viulentu…!” (La colpa non è tua, ma del progresso, perché il passaggio dall’asino alla motocicletta è stato troppo rapido…!)