GIAN CARLO MARCHESINI

Pillole del 2021

Sono stato in attento ascolto di qualcuno degli interventi - in particolare quelli di Amato e Finocchiaro - fatti ieri e oggi ad Acquafredda nel convegno che si Ć tenuto dentro Villa Nitti. Una immagine che mi ha colpito, usata da un relatore per definire l'opera di Francesco Saverio Nitti, Ć stata quella che ha definito il grande storico, politico e meridionalista lucano come un ponte interrotto. Nitti, che giusto cento anni fa Ć stato Presidente del Governo nazionale, per realizzare il suo progetto di sviluppo socialista e democratico del Paese aveva iniziato a costruire in quella direzione il ponte che riteneva necessario. Qualche anno dopo Ć arrivato Mussolini con le sue squadracce fasciste finanziate dagli agrari padani, e Nitti, minacciato e aggredito sia ad Acquafredda che nella sua casa romana, se n'Ć dovuto emigrare con la sua famiglia esule e perseguitato in Francia. Altrimenti probabilmente sarebbe stato ammazzato come Giacomo Matteotti. Ma quanti sono stati i, questi ultimi anni i ponti che altri come Nitti hanno cercato di costruire a partire dal Sud del Paese, da Pio La Torre a PierSanti Mattarella, da Mimmo Lucano ad Angelo Vassallo, e sono stati costretti a interrompere e a lasciare? E la stessa Villa Nitti non Ć rimasta oggi una bellissima opera costruita per marcare la necessitł di quel ponte, e poi abbandonata in attesa dei due giorni di convegno annuale?  

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Nel 2011, cioĆ un decennio fa, la Fondazione Francesco Saverio Nitti, nata in quel di Melfi e promossa dagli eredi del grande statista, storico e meridionalista lucano, si affidś a Fabrizio Barca, allora ministro per la coesione territoriale, per avviare ad Acquafredda, ospite della magnifica Villa Nitti acquisita nel 1971 dalla Regione e poi per i successivi decenni abbandonata, un laboratorio di alta formazione centrato su tematiche e progetti quali le politiche per lo sviluppo locale, la qualitł dei servizi, una classe dirigente adeguata. E poi per promuovere eventi culturali, attivitł editoriale, comunicazione. Tale laboratorio di alta formazione si ispirava alla visione del pensiero moderno liberal democratico di Nitti, a una cultura di pace condivisa, a uno sviluppo economico e delle infrastrutture capace di suscitare la migliore vitalitł della societł civile. Aderirono entusiasti a quel progetto del laboratorio di alta formazione l'allora presidente della Regione Vito De Filippo, e Mario Di Trani, allora Sindaco di Maratea. Il laboratorio doveva partire gił nel 2012, l'anno successivo. Ci fu qualche mese di tentativo di avvio, poi tutto si bloccś e da allora Villa Nitti viene utilizzata un paio di giorni l'anno per consentire la passerella a qualche autoritł accademico istituzionale. D'altra parte cosa ci si puś aspettare da una Giunta regionale come quella attuale guidata da un ex Generale della Finanza indicato nel suo ruolo da Berlusconi e dalla destra leghista? Voi riuscite a trovare qualcuno che sia piŁ incompatibile e lontano da Francesco Saverio Nitti di Berlusconi, Salvini e Meloni?

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Ovviamente c'ero anch'io tra i cinquecento partecipanti all'incontro con Giovanni Caudo e Ignazio Marino a Piazza Conca d'Oro. Li ho ascoltati, e mi hanno come al solito colpito e impressionato positivamente perchÄ persone impegnate e appassionate in politica come dovremmo esserlo tutti. Insomma, non sono dei fenomeni eccelsi o eccezionali. E' la politica in Italia e a Roma ad essere precipitata a livelli infimi. Loro agiscono perchÄ credono che far politica significhi occuparsi concretamente del benessere di tutti, a partire dagli ultimi. Questo significa di questi tempi apparire come dei fenomeni incredibili. Ma per questo Marino e Caudo appartengono al filone e al genere di pochi, tipo Pio La Torre e Piersanti Mattarella, Mimmo Lucano e Angelo Vassallo. Quelli appunto cosô convintamente integri, sani e normali da non poter essere tollerati. 

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Acquafredda di Maratea. Il sentiero pulito, la quercia e il carrubo protetti dalla voracitł dello scoiattolo, il mare stupendo,. Tutto buono e bello, certo. Ma le troppe case vuote, la scuola abbandonata, la stazione ferroviaria praticamente chiusa, l'area sportiva dalle erbacce invasa, Villa Nitti bellissima ma spettrale come un fantasma? Ma come Ć possibile che essendo di risorse naturali e storiche tanto ricchi, ci si possa accontentare di cosô poco? Ma possibile che, ad esempio, una collaborazione tra Universitł - Potenza, Napoli, Salerno, Cosenza - non riesca a utilizzare Villa Nitti, grazie anche ai fondi europei disponibili, come Centro Studi sui flussi migratori? Penso che Francesco Saverio Nitti, meridionalista ed europeista storico convinto, ne sarebbe felice e soddisfatto.

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Come traccia di un percorso per raccontare ai ragazzi di oggi parti e persone della storia dell'Italia che mi piace, partirei dalla Sicilia con la strage di Portella della Ginestra, la prima di una lunga serie organizzata da mafia e pezzi dello Stato contro i braccianti e i sindacalisti che si opponevano al latifondo. Sempre restando in Sicilia, racconterei di Mauro Rostagno e Peppino Impastato, dei giudici Falcone e Borsellino e di tanti altri uccisi perchÄ si opponevano agli interessi della mafia e dei suoi complici. Passerei poi a Riace in Calabria per raccontare di Mimmo Lucano e del suo impegno per accogliere e integrare i migranti avversato dalla Lega di Salvini. Salendo lungo la costa tirrenica racconterei di Maratea e di chi, come Costabile Carducci, lottś per l'unitł d'Italia a costo di sacrificare la vita. E di Francesco Saverio Nitti e del nipote Gian Paolo che con le loro opere hanno onorato il Sud e la Basilicata. E di Sapri racconterei dei trecento giovani e forti che vi sbarcarono guidati da Pisacane, massacrati dalla plebe incolta guidata da preti borbonici. E, sempre procedendo verso il nord della costa, mi fermerei ad Acciaroli di Pollica per raccontare la storia di Angelo Vassallo e del suo impegno eroico di Sindaco avversato da speculatori e spacciatori malavitosi. E poi farei sosta a Castellabate per raccontare perchÄ al vicerĆ di Napoli, arrivando nel borgo piŁ alto di quel magnifico territorio, sgorgś dal cuore la frase rimasta famosa: Qui non si muore! E poi, approdato a Roma in questa rapida ma sostanziosa carrellata del meglio della recente storia d'Italia, racconterei delle Fosse Ardeatine e dei tanti martiri antifascisti, E infine di Ignazio Marino, cacciato dal Campidoglio dal suo stesso Partito per avere semplicemente cercato di fare il suo lavoro di Sindaco in modo efficace, corretto, onesto.

E poi ditemi se non mi accontento di poco.

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Mi piacerebbe presentare i cinque libri che ho scritto su Maratea, tutti insieme, a partire dall'ultimo Maratea ancora e ancora, e di presentarli dentro Villa Nitti ad Acquafredda. Non solo perchÄ ne ho scritto uno su Francesco Saverio Nitti, grande intellettuale, storico e politico meridionalista ed europeista, l'altro sul nipote Gian Paolo, giovane intellettuale e politico promettente morto in un drammatico incidente d'auto il giorno della sua elezione a consigliere regionale lucano. Ma perchÄ mi piacerebbe che alla presentazione dentro Villa Nitti, bellissima e da troppo tempo vuota e abbandonata, partecipassero gli abitanti di Acquafredda, per ricordare con loro le belle feste organizzate insieme dentro Villa Nitti, nei suoi splendidi saloni, quando era ancora totalmente abbandonata. PerchÄ questa Ć la vocazione di una Villa pubblica magnifica, non di essere utilizzata una volta l'anno per consentire la passerella di qualche politico e funzionario. Ma, ovviamente, proprio per la natura e il senso di questo mio desiderio, so che la presentazione dei miei cinque libri su Maratea non avverrł mai in quel luogo. In alternativa, sarei disposto ad accettare che essi fossero presentati dentro l'ex Collegio Scuola di Fiumicello, dove ho lavorato come animatore e istruttore delle centinaia di bambini lucani che vi trascorrevano le vacanze estive. Ma anch'esso, come Villa Nitti, Ć da anni vuoto e abbandonato. Spero si sia capito che sono fermamente ostile allo spreco. Specialmente se si tratta del miglior patrimonio pubblico.

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Ad Altavilla vicentina ho trascorso le piŁ belle estati della mia vita adolescente e bambina. Lł, sulle colline dove aveva casa mia nonna con vista all'orizzonte dei palazzi di Vicenza, ho trascorso per quindici e piŁ anni le mie vacanze estive. In cima a una ripida salita, con uno splendido belvedere sulla pianura, con intorno orti, vigneti e frutteti. Spero abbiate ben presente cosa significhi passare ogni estate le vacanze in un luogo meraviglioso, tra boschi, frutteti e sorgenti, in compagnia di coetanei disponibili a scoprire la vita in tutti i suoi giochi. E poi le corse in bicicletta e vespa, il cinema all'aperto in piazza la sera, la pizza o la fetta di cocomero alla melonara. E le partite di calcio in parrocchia, e la scoperta dei piaceri del sesso con le coetanee nascosti nel granaio tra cachi e grappoli d'uva. E le nuotate nelle vasche del lavandaro, le feste, le musiche e le danze sotto gli archi del portego. E le gare dei botti con il gas esplosivo del carburo compresso in un barattolo. Se proprio della mia vita devo fare un bilancio, quello per me Ć stato il paradiso. Dovessi rinascere, di quei quindici anni di vacanze estive ad Altavilla non cambierei una virgola. Specialmente la sera quando, ballando un lento sotto il portico, a quindici anni Laura mi ha baciato cosô a fondo e a lungo che mi ha riempito il cuore e tolto il fiato.

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Lovara Ć il paesino di trecento anime dove ho trascorso felicemente infanzia e adolescenza. A Lovara mio padre era il medico condotto, mia madre la maestra della scuola elementare. tutti e due molto stimati per il loro impegno professionale. Siamo arrivati da Breganze, paese dove sono nato, che io avevo cinque anni. A Lovara Ho fatto lł le elementari con la banda di amici e amiche coetanei, i giochi, le scampagnate al torrente e nei boschi, i primi teneri, trepidanti e impacciati amori. Poi a vent'anni sono partito per l'Universitł Cattolica di Milano, quindi per i dieci anni in Sicilia, i cinque ad Acquafredda di Maratea, i trentacinque ancora in corso a Roma. A Lovara sono tornato un paio d'anni fa. E della sia pur piccola ma attiva popolazione di agricoltori, commercianti e impiegati non ho piŁ trovato praticamente nulla. Niente osterie. latterie, macellerie, niente negozi di generi alimentari. Abitazioni e stalle quasi tutte vuote e abbandonate, silenzio, muffe e ragnatele. Nel tempo si sono trasferiti tutti giŁ in pianura lungo la Valle dell'Agno, nei paesi ricchi di fabbriche e aziende dove c'era lavoro. L'ultima immagine che di Lovara mi rimane Ć la visita che ho fatto al piccolo cimitero prima di tornarmene a Roma. E lô ho trovato le tombe di non pochi dei ragazzi e ragazze miei amici di gioventŁ. Con sopra le loro foto sorridenti, ma loro non c'erano piŁ. E io che in testa mi ripetevo: ma dai, non Ć possibile che chi ha contribuito a rendere felice la mia infanzia e adolescenza finisca lô sotto.

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Quindi, come sosteneva Angelo Vassallo, se vogliamo andare avanti dobbiamo tornare indietro. Per esempio a quando, a Roma, Piazza Winckelmann e Villa Massimo erano ricche di pini, e poi il verde Ć stato massacrato e con la demagogia strumentale rutelliana dei Punti Verde Infanzia trasformati in aree al servizio del profitto privato. E Via Como era un piccolo paradiso di giardini e campi da tennis trasformati in enorme parcheggio sotterraneo che Ć una lunare colata di cemento. Per andare avanti bisogna tornare indietro e riprendere la lotta intransigente di Ignazio Marino contro i clan di Mafia Capitale e Roma di mezzo, o quella di Mimmo Lucano per accogliere e integrare i migranti nel tessuto sociale che ne ricava linfa e giovamento. O, ancora piŁ indietro, a Francesco Saverio Nitti presidente di un governo liberal socialista dal 1919 al 1921, e poi, per essersi opposto all'arrivo di Mussolini e del fascismo, si Ć fatto vent'anni di esilio a Parigi, e infine, durante la guerra, Ć stato internato in un campo di concentramento nazista in Germania. Che Ć come dire una resistenza antifascista che Ć durata l'intera vita.

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A che serve, quale Ć il senso vero di un compleanno in etł avanzata? Per quanto mi riguarda, anche ad esempio il ricevere gli auguri da Pamela, che oggi vive a Torino, e che, lei adolescente, ho aiutato a scrivere il racconto della sua vita. La stessa cosa per Daniele che mi ha inviato i suoi auguri da quel di Piacenza. E poi li ho ricevuti dai vecchi ragazzi di Agrigento insieme ai quali, cinquant'anni fa, abbiamo realizzato, oltre all'impegno politico quotidiano, l'antologia I Nuovi Termini della Questione Meridionale. E poi, tra i tanti, sono arrivati gli auguri di Linda che, dieci anni fa, alla terza media della Fratelli Bandiera ha contribuito a comporre il libro La scrittura che salva. E poi da Gaia, Ahmed e Mariamichela e altri ragazzi ospiti del Protettorato che con le loro poesie e testimonianze hanno arricchito il libro sulle esperienze dei minori non accompagnati. E poi gli auguri di Pompeo, Mimmo, Giannino e degli altri amici che hanno collaborato alla stesura dei libri su Maratea e sulle vicende storiche di Francesco Saverio Nitti e del nipote Gian Paolo. E di quelli di Roma che hanno dato il loro aiuto a comporre il racconto dei cento anni di storia di Villa Blanc. E degli altri compagni di impegno politico militante raccontati nei miei diari. E poi, ovviamente, gli auguri e la festa in casa con i miei famigliari che hanno nel corso degli anni partecipato e sostenuto le tante belle esperienze sociali, politiche e letterarie.

Insomma: tanta amicizia legata alla scrittura. E voi dite che un compleanno Ć una scadenza di calendario che si ripete ogni anno monotona?

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Di una cittł c'Ć chi preferisce le immagini delle case, delle statue e delle chiese, dei musei e dei monumenti, delle piazze e delle strade, degli scorci panoramici e delle luci suggestive delle albe e dei tramonti. Di una cittł c'Ć chi preferisce il variare della storia nelle forme delle costruzioni, nel carattere espressivo delle facce dei suoi abitanti, nelle loro abitudini alimentari. Di una cittł c'Ć chi invece predilige le parole che raccontano emozioni e passioni, progetti ed esperienze nelle trasformazioni, successi e fallimenti. Senza il soccorso delle parole la cittł rischia di rimanere povera di anima nei suoi mille riflessi mutevoli. Sono piŁ fiacchi legami e affetti, latita il senso nei suoi molteplici aspetti. Sarł per evitare il pericolo di una possibile messa in discussione che non sono pochi coloro che non sopportano che si discuta della loro cittł, si sottraggono magari rifugiandosi in qualche bellissima foto?  

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Arrivato nel 1980 a Maratea da Palermo, iniziai subito a lavorare in corsi di formazione con ragazzi e bambini. I primi al San Diego di Aacquafredda, i secondi al Collegio Scuola di Fiumicello. Al San Diego ho lavorato con una sessantina di ragazze e ragazzi, proveniente da tutta la Basilicata, alle prese con l'apprendistato dei vari mestieri connessi all'attivitł alberghiera. A Fiumicello, in alcune stagioni estive, mi sono trovato a fare da animatore e guida in mezzo a un centinaio di bambini e bambine dagli otto ai tredici anni figli di famiglie lucane emigrate nei vari Paesi europei - non pochi nati e cresciuti a Parigi, Berlino, Londra. La Regione Basilicata offriva loro una vacanza al mare in uno dei piŁ bei luoghi della loro terra natia. Erano ospitati nel Collegio Scuola, una grande struttura poco lontano dalla spiaggia. Io e altri animatori ed educatori li accudivamo e intrattenevamo durante i mesi estivi. Io in particolare davo loro lezioni di italiano, storia e geografia. E poi organizzavo passeggiate e gite sulle piŁ belle spiagge, attraverso il parco del Santa venere fino al Porto. Oppure, con degli autobus, fino a Marina a visitare la Grotta delle Meraviglie, o in alto ad ammirare il panorama mozzafiato dalla Statua del Cristo. Insomma, era come godersi il Paradiso in compagnia di decine e decine di ragazzini e ragazzine di comune origine lucana. Era estate, eravamo sul mare di Maratea, organizzavamo gare di nuoto e tornei di calcio, la sera la pizza e poi musica e danze o un bel film nel grande giardino. Ricordo ancora le facce ridenti e i corpi mai domi di molti di loro: Philippe, Stephane, Emmanuel, Marie. Ho tenuto conto di quelle belle e vitali esperienze scrivendo tutto in un libro che ho intitolato L'estate bambina. Il grande Collegio Scuola, che ospitava fino a duecento bambini, oggi alloggia quattro carabinieri in divisa. Sarebbe potuto diventare un perfetto centro di vacanze per il turismo giovanile internazionale. E io il mio libro su quelle estati bambine non lo trovo piŁ. Ma quell'esperienza felice l'ho tutta stampata nel cuore. 

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Arrivato a Maratea dalla Sicilia nell'autunno del 1979 al seguito di una donna lucana giovane e bella, di quella cittadina adagiata lungo la costa del Golfo di Policastro mi innamorai subito a tal punto da viverci cinque anni e scriverci cinque libri. PerchÄ Maratea Ć un universo territoriale e paesaggistico, sociale e politico, storico e religioso a sÄ stante concluso, e allo stesso tempo rappresentativo e riassuntivo dell'universo intero. Lł realmente non manca niente: c'Ć la spiaggia lambita e percossa dalle onde del mare, una lunga costa varia e movimentata, la collina ondulata e la montagna aspra, il casale fornito di stalla con gli animali e l'orto, e lo scorrere canterino di un torrente inesausto. E poi, ecco il centro del paese con Piazza e Municipio, Chiesa cattedrale e lungo Corso pieno di bar, pizzerie e negozi. E poi l'ospedale, il cinema e le scuole. Cosa volete che gliene freghi di tutto il resto che Ć inutile perchÄ artefatto e ridondante? E infine, se della Terra questo Ć il Paradiso, come non essere indotti a pensare che non sia anche la residenza del Cielo, con 44 chiese inneggianti a tutti i santi, il santissimo Biagio in primis, la Madonna ovunque e il Cristo a svettare dalla roccia piŁ alta verso il Cielo? Il problema vero, per chi Ć laico e si affida alla libertł critica del suo pensiero, Ć come destreggiarsi tra troppi mistici fanaticamente esaltati. Come cercare di mettere d'accordo il variegato e complicato tutto, se non seduti a scrivere e riflettere seduti su uno scoglio in riva al mare, proprio lł dove Francesco Saverio Nitti aveva scelto di vivere? Chissł cosa avrebbe pensato oggi di Maratea, e della stessa Basilicata, guidate da una destra a impronta leghista?

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A crescere fin da piccoli con altri quattro fratelli e una sorella si cresce prima e meglio. Se si Ć figli unici certo si fanno a scuola molti amici, ma la differenza Ć che i tuoi fratelli, oltre a essere presenti in casa, ti fanno conoscere anche i loro. E poi ti raccontano le esperienze che in giro stanno facendo, ti insegnano il calcio e gli altri giochi, la musica e il canto, le storie e i loro trucchi e segreti. Ti fanno capire cosa rischi se non afferri l'importanza di un rapporto di forze equilibrato, ti consolano per il dispiacere di qualche sbaglio, ti spiegano perchÄ hanno scelto quello che stanno leggendo, ti fanno ridere con le battute, i giochi di parole e qualche scherzo. Ti danno qualche sculaccione meritato o meno. Sono cresciuto insieme ad altri cinque e sono diventato piŁ esperto imparando l'importanza di ogni spazio e stimolo. In piŁ sono cresciuto in paesini di campagna dove puoi uscire di casa e correre in grandi spazi aperti senza pericolo. Io andavo all'asilo a piedi da solo, e il pomeriggio correvo in monopattino per le strade del paese con il mio amico Araldino. Sono esperienze che con piacere ancora ricordo. 

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Mio padre svolgeva il lavoro di medico condotto in alcuni paesi della campagna vicentina. Andava in ambulatorio la mattina dove riceveva e visitava i suoi pazienti, e il pomeriggio girava per strade e contrade prima con la sua bicicletta Bartali, poi con una vecchia immarcescibile Balilla. Con noi sei figli era presente ai pasti seduto a capotavola accanto alla mamma, che di mestiere faceva la maestra. E poi la domenica quando andavamo insieme allo stadio a tifare per il Marzotto a Valdagno, oppure per il Lanerossi a Vicenza. Nei momenti di riposo dal lavoro mio padre sedeva accanto alla radio per ascoltare qualche brano di musica lirica, oppure leggeva Il Corriere della Sera. E alla fine accavallava le gambe in modo che qualcuno di noi potesse salire a cavalcioni su un suo piede per dondolarci cantando immancabilmente la strofa TuttŁ tuttŁ mussetta, la masse xe andł a messa. Io lo accompagnavo in Balilla nel suo giro di visite in campagna. I contadini, spesso poveri, pagavano il suo servizio mettendo tra le mie mani un pacco di uova o una gallina spennata pronta per essere cucinata. Ed essendo in nove a casa, nonna compresa, sapevo che sarebbe stata molto apprezzata. A volte la sera mio padre raggiungeva l'osteria del paese dove si sedeva a un tavolo con un gruppo di amici per giocare a carte. Io lo raggiungevo di soppiatto, lui mi regalava una caramella e un sorriso, e poi soddisfatto me ne andavo.

Ah, dimenticavo: mio padre Ć nato nel 1899. A diciassette anni era sull'Altipiano di Asiago a combattere sotto le bombe l'esercito invasore austro ungarico. E suo padre Ć stato operaio in uno stabilimento tessile dei Marzotto confinato in un reparto di punizione perchÄ organizzava gli altri operai contro lo sfruttamento. Ciao papł.

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Otto marzo.

Nel 1979, in piena offensiva femminista di contestazione del maschio in tutte le sue forme di oppressione, reali e immaginarie, ho espresso il mio punto di vista in un libretto pubblicato da Feltrinelli - Mia cara. Da un marito compagno - firmandomi con il cognome di mia madre in completa sinceritł di opinione e di pensiero. Avendo da sempre considerato come comune nemico il Capitale con il suo padronato predone, mi riusciva difficile capire e accettare come per le donne potessi essere un nemico anch'io. Scoprivo di avere gli effetti della lotta di classe, e di genere, dentro le mura domestiche. Forse che le donne compagne sono state piŁ consapevoli e coerenti di noi compagni maschi?

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Era l'inizio della seconda metł degli Anni Settanta, ero a Palermo, senza lavoro, messo fuori casa dalla mia compagna e con una figlia piccola da campare e crescere. Lotta Continua era stata sciolta, la Rivoluzione finita. Mi chiedo ancora: perchÄ anch'io non ho fatto la scelta della lotta armata, o non mi sono gettato nelle braccia della droga, o perchÄ non sono partito per l'India a cercare certezza elargita da Osho in quel di Poona? Dopo tutto non era quello che molti dei miei compagni allora hanno scelto? Sapendo scrivere da buon giornalista e saggista, avrei anche potuto trovare lavoro in qualche giornale o casa editrice di matrice berlusconiana, come hanno fatto altri miei compagni di allora. Sono invece rimasto a Palermo a lavorare gratis in una libreria, e a insegnare educazione civica ai ragazzi apprendisti dell'edilizia, e mi sono dedicato alla scrittura di un libro, Mia cara, che era un la mia risposta al femminismo che imperversava, alla presunta risolutrice lotta armata, alla droga che consolava, alla religiositł mistica ed esotica che pretendeva di dare risposte alla ricerca di sicurezza. Poi ho incontrato l'amore in una giovane donna lucana che mi ha fatto conoscere Maratea, una piccola cittł meravigliosa della Basilicata. Che ha definitivamente messo in fuga le tentazioni della veritł religiosa conclamata, del rifugio nella lotta armata o nella droga.  

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I cinque anni trascorsi insieme a Cecilia ad Acquafredda di Maratea negli anni Ottanta sono stati tra i piŁ ricchi e belli della mia vita. I rapporti cordiali e affettuosi con i nuovi amici del luogo, la scoperta delle bellezze del territorio, l'impegno con ragazze e ragazzi lucani del corso alberghiero al San Diego, e con i ragazzini ospiti per le vacanze estive al Collegio Scuola di Fiumicello, le passeggiate e le gite con loro alla scoperta del parco del Santavenere, del porto di Maratea, della Grotta delle Meraviglie a Marina, del Cristo con le braccia spalancate sopra la montagna. E poi le serate a Sapri a ragionare e discutere con un gruppo di giovani amici a casa di Felice Cesarino, o a bere e cantare sul lungomare. E poi la scoperta di Scario e l'amicizia con una famiglia di pescatori che ci portava in barca a scoprire spiagge e grotte lungo la costa del Golfo di Policastro. E le magnifiche pizze gustate nella trattoria sotto il Faro. E infine, la notte e in sottofondo, a raccogliere tanta bellezza, amicizia, conoscenza e scoperta, per alimentare la nascita di nuovi libri. E' stata realmente una delle piŁ belle stagioni della mia vita. Ripensarci oggi, con l'isolamento sociale e le tristezze del Covid, lo conferma in abbondanza.  

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Mio figlio Roberto mi ha inviato in visione il documentario degli anni Cinquanta Le donne di Acquafredda, che gił avevo visto ma che a rivederlo mi ha ancora colpito e intenerito. Racconta e mostra come nella storia di Acquafredda ci fu un lungo periodo in cui gli uomini emigravano per necessitł alla ricerca di lavoro, al nord ma specialmente in America Latina. Restavano a casa le donne, ma di bambini ne nascevano sempre meno, e troppe case restavano vuote. Anche adesso bambini ne nascono pochi, i giovani emigrano, troppe case rimangono ancora malinconicamente abbandonate. Questo non riguarda ovviamente solo Acquafredda, ma molti borghi del Sud. Solo che, insieme alle case private, a restare vuote e inutilizzate sono anche strutture belle e importanti come Villa Nitti e l'ex Collegio Scuola di Fiumicello, che quando l'ho conosciuto lavorandoci insieme a Cecilia ospitava duecento bambini. C'Ć perś chi esulta perchÄ il Santavenere Ć stato acquistato dal gioielliere Bulgari per farne meta del turismo del lusso. Servirebbero uno sforzo e un progetto di rinascita e rilancio piŁ organico e serio: da Maratea a Potenza, da Roma all'Unione europea. Ma dubito che Mara Carfagna, nuova ministra per il Sud, possa dare una mano.

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Con Cecilia, lucana doc di Lauria, ho vissuto cinque anni ad Acquafredda di Maratea, dalla fine del 1979 al 1984. Tornandoci poi negli anni successivi a trascorrere bellissime vacanze estive con gli amici. Cinque anni ad Acquafredda non sono tantissimi, ma per me sono stati molto intensi. Il coinvolgimento con la bellezza del luogo, la sua storia, le relazioni e gli stimoli sono stati tanti e tali da tradursi nella scrittura di cinque libri. Tra questi l'intervista a Francesco Saverio Nitti, che ho indotto a raccontarmi la sua storia ricchissima, e l'altro, Colui che non Ć diventato, cioĆ la vita ahimÄ breve e drammaticamente interrotta da un incidente d'auto del nipote Gian Paolo. Per quanto riguarda l'altro eroe di Acquafredda, Costabile Carducci, con gli amici acquafreddari si andava spesso a rendere omaggio alla roccia scoscesa sopra i Garottoli, dalla quale i giannizzeri di don Peluso, prete borbonico di Sapri, nel 1848 uccisero e fecero precipitare l'eroe e martire risorgimentale di Capaccio. E con Eduardo Lamarca, detto o barone, seduti sulla panchina della piazzetta davanti la chiesa di Acquafredda, quella con sopra la ceramica da lui creata con scritto Assettate e cuntami o fatto, abbiamo spesso e a lungo amichevolmente chiacchierato. Di molte cose, perchÄ Eduardo era attento, curioso, informato. In effetti di Acquafredda era un la memoria storica. Avendo lui lavorato per anni emigrato in America Latina, e avendo io scritto un libretto in cui raccontavo una mia esperienza di viaggio e vacanza in Brasile, a Eduardo piaceva farmi domande stupito del mio essere riuscito a ricavare da una vacanza di quindici giorni un libro. Ringrazio Emanuele Labanchi per il bel pezzo che su Acquafredda ha scritto e dei bei ricordi che mi ha suscitato. 

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I segnali dell'etł che avanza sono le mani che mostrano una inaspettata difficoltł nella presa, il piede che sul minimo ostacolo inciampa, il corpo intero che senza una ragione evidente barcolla. Poi c'Ć la memoria che sempre piŁ si distrae e latita, la bocca che con qualche difficoltł mastica, la vescica che non sempre al meglio si controlla, il sesso che a volte preferisce la semi vacanza. Eppure l'attaccamento alla vita continua cosô forte che basta un inaspettato sorriso d'intesa, la vista di un bambino luminoso come un'aurora, che anche l'esperienza dei segnali della vita che se ne va diventa meno dura. Ma poi, non sono segnali assai simili a quelli del bambino che comincia? Ma vuoi vedere che siamo l'anello di un ciclo, e quella che suona come uscita altro non Ć che l'annuncio di una nuova esperienza? 

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ISOLA DEL GIGLIO (GROSSETO) Raccontare la storia e l'identitł della comunitł gigliese, scoprire le ricchezze del territorio, gustare le sensazioni e i sapori della natura, i panorami mozzafiato, un'attivitł di walking experience all'avanguardia, con la creazione di percorsi tematici ed una mappatura gps dei sentieri dell'Isola del Giglio (Grosseto) per informare i visitatori di cosa stanno scoprendo durante il loro cammino. E' il progetto del Comune, sposato anche dal Parco dell'Arcipelago Toscano. Camminare per i sentieri non Ć piŁ soltanto una scelta per gli sportivi o per gli amanti del trekking, oggi Ć una passione molto diffusa e per tutte le etł. Significa scoprire in modo piŁ autentico e profondo i territori che si percorrono. Con i suoi oltre 60 chilometri di sentieri affacciati sul mare, l'Isola del Giglio ha davvero molto da raccontare ed ha tutte le carte in regola per divenire una meta ambita anche per questa specifica realtł, nonchÄ proiettarsi alla promozione del turismo destagionalizzato. Per queste ragioni l'amministrazione comunale porterł al rifacimento di tutta la segnaletica e al rilascio di una nuova mappa dei sentieri. Ma non Ć progetto da fare proprio anche a Maratea e in molti altri dei borghi, delle coste marine e dei territori naturali bellissimi di cui Ć ricca l'Italia?

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Scorro su facebook il lungo elenco degli amici di tante stagioni e fasi al momento collegati. A ogni nome ho un interiore piccolo sobbalzo emozionato: quante storie, immagini e ricordi... E ora, con le restrizioni del Covid, incontrarsi Ć impossibile, o quantomeno un azzardo assai complicato. E' come registrare non una possibilitł, ma una mancanza, una latitanza, una piccola morte. O quantomeno la sua anticamera. Sicuramente una esperienza di deprivazione e impotenza. Il Covid ci ha messo sotto scacco e sequestro. Non possiamo piŁ muoverci come ci piacerebbe. Possiamo solo zampettare. E noi che ci eravamo convinti di poterci espandere illimitatamente... Ieri sera, non riuscendo a prendere sonno, ho riletto il libro dove racconto il viaggio compiuto anni fa in Brasile. Rispetto alla condizione castrante di oggi, mi Ć sembrato di tornare libero e volare.

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Nel tempo, a Maratea, ci sono stati Sindaci come Fernando e Francesco Sisinni, Mario Di Trani, Franco Ambrosio, Domenico Cipolla, o intellettuali impegnati in politica come Valerio Mignone e altri ancora con i quali si poteva anche essere in dissenso, ma con i quali era possibile confrontarsi. I valori di riferimento restavano sempre quelli democratici. Tocca oggi prendere atto che il gruppo che costituisce l'attuale Giunta comunale Ć cosô arroccato dentro il recinto della destra leghista che lo spazio residuo per segnalarsi e distinguersi si direbbe essere rimasto solo quello di Forza Italia. Ma possibile mai che una forza politica aperta, democratica e progressista abbia a Maratea perso ogni identitł e capacitł di iniziativa? Tocca proprio avere nostalgia del PD di Pittella? E puś essere che gran parte del Sud si sia consegnato a tal punto nelle mani di Salvini e Meloni? 

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Ieri mi Ć capitato di rivedere su internet la registrazione di un'opera di Edoardo De Filippo magistralmente recitata dagli amici di Acquafredda nei locali della vecchia scuola elementare attualmente sede dell'associazione Scuola e Vita. Confesso di essermi cosô emozionato da non riuscire a trattenere le lacrime. Ci sono momenti e iniziative in cui una comunitł esprime il meglio di se stessa. Averne conferma in un periodo come questo fa un gran bene all'anima.

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Ad Acquafredda di Maratea, borgo lucano di 300 abitanti sulla costa del Golfo di Policastro, quando negli anni Ottanta vi ho abitato per alcuni anni c'erano due negozi di generi alimentari, quattro bar, anche se due soltanto estivi, due tabaccai, cinque alberghi e un ristorante con pizzeria, una scuola elementare, un ufficio postale, una stazione ferroviaria inaugurata da Francesco Saverio Nitti, che sul ciglio a strapiombo sul mare fece costruire la sua bella villa dove vi scrisse la trilogia sull'Europa, e poi vi furono ospitati molti politici e intellettuali, da Giovanni Amendola a Giorgio Bassani. Ad Acquafredda si costruô anche un bell'impianto sportivo con campi da calcio e di tennis dove si esibivano Teresa e Giuliana De Sio. Sono anche sorti, su iniziativa di famiglie locali, diversi B&B. Ora la stazione ferroviaria Ć come non ci fosse, scuola elementare, ufficio postale, due bar, un tabaccaio, un negozio di generi elementari hanno definitivamente chiuso, e gli alberghi funzionano qualche mese d'estate. E molte delle case del borgo sono permanentemente chiuse. E i giovani se ne vanno e di bambini ne nascono sempre meno. E' praticamente chiusa anche Villa Nitti che, regionalizzata, si apre e funziona solo per qualche rara passerella delle istituzioni. Ho scritto quel che ho scritto semplicemente per rendere evidente il declino subito in questi ultimi anni da gran parte dei borghi del Mezzogiorno, perfino di quelli tipo Acquafredda che gode di un contesto paesaggistico fatto di montagne, colline e mare tra i piŁ belli che io abbia mai visto e goduto. Ma per imprimere una svolta di sviluppo agro turistico serio tocca sperare che arrivino capitali dalla Cina o dagli emirati arabi? Per adesso tocca aspettare che passi il marasma del Corona.