Rev. p.
PLACIDO M. TROPEANO
Direttore della Biblioteca del
Monumento Nazionale Santuario di Montevergine (AV)
Conferenza del 1° febbraio 1982 al Centro Culturale "Maratea"
SAN
BIAGIO NELLA STORIA E NELL’ARTE
Salute a voi, amici di Maratea:
di questa stupenda cittadina, ubicata tra
piano e pendio di un ben definito angolo del golfo di Policastro, dove cielo e
terra, mare e montagna, natura ed arte si armonizzano in un meraviglioso
spettacolo, che invita alla meditazione ed al riposo, che invita a dimenticare
le brutture della società in cui siamo obbligati a vivere, che invita a cantare
l’inno della vita in una perenne giovinezza.
Salute a voi, amici di Maratea:
di questa ospitale cittadina, aperta verso
l’interno e verso l’esterno, che spalanca le porte delle sue chiese e delle sue
case ai vivi ed ai morti, alla materia ed allo spirito, alla cultura ed al
commercio; che senza fanatismo paesano ha recepito gli influssi più lontani e
più diversi della civiltà classica e dei movimenti turistici moderni, del mondo
bizantino e dei popoli provenienti dal centro Europa, della pomposa Spagna e
dell’Italia unita in senso monarchico e repubblicano.
Salute a voi, amici di Maratea:
di questa fortunata cittadina, che 1250 anni
addietro fu avvistata dall’equipaggio di uno strano battello, impigliatosi
nelle secche dell’isolotto di Santo Janni e recante a bordo un ancora più
strano carico: un’urna, cioè, contenente ossa aride, le quali sembrarono
ricomporsi in persona viva e parlante, la quale rifiutò di riprendere il mare,
da sola ed ostinatamente si avviò al luogo destinato al futuro santuario. Da
quel lontano 732 San Biagio, vescovo e martire di Sebaste, è divenuto il vostro
patrono e protettore, e la storia della vostra terra si è confusa con la storia
del vostro santuario.
La storia di tutti i Santi, come quella del
vostro patrono, comincia dopo la loro morte; per questo nella liturgia il loro dies natalis non coincide col momento del
concepimento o del parto, ma col giorno in cui i loro occhi si chiudono alla
luce di questo mondo e si aprono alla vita senza fine della visione beatifica.
La storia di San Biagio, secondo la vostra
tradizione, comincia quattro secoli dopo quel fatidico 3 febbraio 316, che
segna la data più probabile del martirio del vescovo di Sebaste di nome Biagio
e pertanto ne segna contemporaneamente il dies natalis e l’ingresso ufficiale nel culto e nella
devozione del popolo di Dio.
L’anno 732 sta a ricordare l’eventuale arrivo
di alcune sue reliquie nella vostra cittadina, ma presuppone un precedente
culto verso quel corpo, altrimenti verrebbe a mancare la ragione per cui quel
sacro deposito venne rimosso dalla sua già secolare tomba orientale e
trasferito in occidente: si trattava infatti di sottrarlo alla furia
devastatrice dell’iconoclastia.
L’eresia, che contrastava il culto delle
immagini sacre dipinte o scolpite di Cristo, della Madonna e dei Santi, ebbe
inizio nel 725 sotto l’imperatore Leone Isaurico e continuò fino all’843 con
una particolare recrudescenza durante il governo di Costantino V Copronimo (741775). Questi in un conciliabolo di 338
vescovi bizantini fece approvare la dottrina iconoclasta, imprigionò il clero
dissidente ed ordinò che le immagini sacre venissero fatte a pezzi, gli
affreschi ricoperti di calce, le illustrazioni di manoscritti stracciate o
bruciate, le reliquie dei Santi rimosse dalle chiese e gettate a mare.
La vostra tradizione, pertanto, deve trovare
il suo fondamento storico in un culto assai diffuso verso le reliquie di San
Biagio, rifiutato dall’eresia iconoclastica orientale ed accolta dalla pietà
cristiana occidentale. Purtroppo sia in oriente che in occidente la devozione
verso il vescovo e martire di Sebaste è assai tardiva rispetto al suo dies natalis, ufficialmente assegnato al 3
febbraio 316.
I primi padri greci e gli stessi tra luminari
di Cappadocia - Basilio il grande ed i due Gregorio -, assai
attenti nel riferire le gesta gloriose dei martiri del loro paese, non fanno
alcuna menzione di un Santo di nome Biagio.
Solo a partire dal sec. VII, in oriente si
comincia a celebrare una festa in onore di San Biagio ed i libri liturgici
bizantini l’assegnarono concordemente al giorno 11 febbraio con l’espressione: In Sebaste decollatio Sancti Biasii episcopi et martiris.
Quando poi, tra il 961 ed il 964, nella
collezione agiografica di Simone Metafraste comparve la passio Sancti Biasii episcopi Sebastea, questa non ebbe né poteva
avere un carattere strettamente storico; ma fu redatta seguendo uno schema
precostituito e già collaudato, con evidente carattere parenetico inteso a
suscitare la devozione ad impressionare la fantasia e ad infiammare il cuore dei
fedeli. Vi entrarono pertanto molti elementi tratti dalla tradizione orale e dalla passio di altri Santi martiri.
Il contenuto della passio è a
voi assai noto. Mi limito a ricordare l’uno o l’altro episodio, che si pone a
base della larghissima devozione verso San Biagio ed è servito agli artisti per
illustrarne la figura.
San Biagio visse a Sebaste di Cappadocia,
attuale Anatolia, tra il terzo ed il quarto secolo; trascorse la gioventù nello
studio della filosofia e della medicina; nell’esercizio di quest’ultima
disciplina dimostrò abilità, benevolenza e pietà, per cui alla morte del
vescovo di quella città, fu acclamato vescovo a voce di popolo, divenendo così
medico delle anime e dei corpi.
Dopo la firma dell’editto di Milano del 313,
che concedeva la libertà di culto ai cristiani, l’imperatore Costantino assegnò
al collega Licinio autorità sulle regioni orientali dell’impero. Questi, una
volta raggiunta la sede, si pose contro Costantino e, come mezzo di lotta
politica, riaccese la persecuzione contro i cristiani; a Sebaste inviò il
governatore Agricolao con l’esplicito incarico di
scovare i cristiani e di indurli all’apostasia, pena la prigionia, le
battiture, le torture e, come rimedio estremo, la decapitazione.
Il vescovo Biagio di Sebaste si rifugiò in
una grotta del monte Argea, dove continuò a svolgere la sua opera di vescovo e
dove lo visitarono anche bestie selvagge, le quali, lanquam ratione praeditae, expectabant ad speluncam, e! nisi imposuisset eis manus, eas bendicens, a Sancto minime recedebant. Senonché
scovato dai soldati di Agricolao, fu condotto dinanzi
al governatore, il quale lo sottopose a diversi interrogatori, tutti
intervallati da un periodo di prigionia, da battiture e da torture ed
accompagnati da segni e prodigi miracolosi:
a)
dopo il primo interrogatorio, mentre Biagio
veniva portato in prigione, gli si avvicinò una madre vedova, chiedendogli la
guarigione del suo unico figlio, il quale stava per morire strozzato da una
spina di pesce che gli si era conficcata nella gola;
b)
dopo il secondo interrogatorio, fu sottoposto
a battiture e, nel fare ritorno in prigione, accolse la richiesta della
vedovella, ordinando al lupo lontano, che le aveva rapito un maialino, di
restituire la preda alla legittima proprietaria; questa, in segno di
gratitudine, lo visitò in prigione e gli offrì pane per sfamarsi ed una candela
per farsi luce;
c)
dopo il terzo interrogatorio, fu assoggettato
alla tortura mediante pettini di ferro, simili a quelli usati dai cardatori per
eliminare le impurità dalle fibre e sette donne vennero a raccogliere il sangue
che colava dalle sue ferite;
d)
dopo il quarto interrogatorio, fu prima
condannato all’immersione nel lago e poi alla decapitazione insieme a due
fanciulli; figli di una delle sette donne, che lo avevano confortato dopo la
tortura con i pettini di ferro;
e) dopo
la narrazione del singolo miracolo, la passio pone
sulle labbra dell’uomo di Dio una particolare preghiera, affinché amodo et usque in perpetuis temporibus avessero ricevuto un uguale beneficio
quei fedeli che dopo la sua morte avrebbero fatto ricorso al suo intervento; e
lo stesso Cristo nel momento del martirio gli avrebbe assicurato: omnem petitionem tuam adimplebo, athleta dilectissime... benedicarn omnem domum perficientium
memoriam tuam;
f) infine
la passio ricorda
che i corpi di San Biagio e dei due fanciulli furono sepolti dalla pietà dei
fedeli nello stesso luogo del martirio, ubi, aggiunge,
etiam usque in hodiernum diem rnultae curationes peraguntur ad Dei glorzam.
Con quest’ultima espressione Simone
Metafraste esprime la sua convinzione che le spoglie mortali del vescovo Biagio
e dei due fanciulli non erano mai state rimosse dalla loro sepoltura originale.
Siamo verso l’anno 964, cioè circa duecentocinquanta anni più tardi di quel
732, che segnerebbe l’arrivo del battello all’isolotto di Santo Jannì.
Comunque la vita di San Biagio, scritta dal
Metafraste con la fresca semplicità del linguaggio e popolata da creature
viventi nella familiarità di Dio, suggerì ai predicatori spunti per i loro
sermoni, conquistò il inondo cristiano bizantino e, col sostegno di favorevoli
avvenimenti politici, contagiò benevolmente il mondo cristiano occidentale.
Dopo la caduta dell’impero romano d’occidente
e la definitiva vittoria del cristianesimo sulle religioni pagane, gli
imperatori di Bisanzio si considerarono i legittimi eredi dei Cesari
dell’antica Roma e, come tali, rivendicarono il proprio diritto al governo di
tutti i paesi, che una volta avevano fatto parte dell’orbis romana
ed ora facevano parte dell’ecumene cristiana. Con la forza delle armi
conquistarono la parte meridionale della Russia, la Dalmazia, l’Italia e la
fascia costiera della Spagna e dell’Africa, facendo sentire il loro influsso
religioso, economico e commerciale.
In queste regioni dell’occidente, a partire
dal sec. IX in poi, si sviluppa il culto verso San Biagio, vescovo e martire di
Sebaste; la festa nei primi tempi oscilla tra il 3 ed il 15 febbraio, in
seguito si stabilisce al giorno 3 febbraio. In questa scelta del giorno influì
senza dubbio la funzione paraliturgica di chiedere la benedizione del Santo
contro la malattia della gola, incrociando al collo dei fedeli due candele, già
benedette nella festa della candelora del giorno precedente.
In queste stesse regioni furono tradotti dal
greco in latino gli atti del martire Biagio. I padri bollandisti riportano
quattro versioni, identiche nella sostanza e nel contenuto ma diverse
nell’ordito e in alcuni particolari, che riflettono le tradizioni popolari, che
venivano formandosi nel mondo cristiano occidentale. Una di quelle versioni,
che i bollandisti definiscono anonima, è la traduzione del napoletano Guarimperto. Questi nei primi decenni del sec. X,
servendosi di un testo premetafrastiano, tradusse de grece in latinam vocem la vita di San Biagio, eliminando ciò
che era valido per il mondo greco e poco adatto per il gusto occidentale ed
introducendovi elementi tratti dalla tradizione napoletana. Comunque anch’egli
rimane dell’avviso che le spoglie mortali del martire di Sebaste e dei due
fanciulli, che con lui avevano subito il martirio, non erano state rimosse dal
luogo della loro prima sepoltura, ma che in quello stesso luogo era sorta una
basilica, in
qua ipsis Sanctis opitulantibus,
multis miracolorum prodigiis, Domine cooperante, eorum
corpora perlucescunt, quod nullus hoc fieri ambigat usque in hodiernum diem.
A cominciare dal sec. XI, compaiono in
occidente le prime chiese intitolate a San Baigio.
Limitando la ricerca all’area geografica, di cui fa parte la vostra cittadina
Maratea, posso citare, in ordine cronologico, un primo documento del marzo
1040, in cui si parla di una chiesa in onore di San Biagio sorta nei pressi di
Montecorvino Rovella, un secondo documento dell’ottobre 1047 con la chiesa di
San Biagio costruita a Capaccio, ed un terzo documento del settembre 1083, in
cui si fa menzione della chiesa di San Biagio edificata a Satriano di Lucania.
Nelle carte di Montevergine
la prima chiesa sotto il titolo di San Biagio risale al gennaio 1127.
L’età d’oro della costruzione di nuove chiese
dedicate a San Biagio è legata al movimento delle crociate, dal suo primo
sorgere nel sec. XI alla sua decadenza nel sec. XIV. L’appello di Papa Urbano
Il al concilio di Clermont ebbe un’eco profonda nel mondo cristiano
occidentale, accese gli animi di un anelito verso la Terrasanta, trascinò in
oriente per mare e per terra masse popolari pervase da entusiasmo religioso,
nonché signori feudali e commercianti desiderosi di avventure e di guadagni.
Durante tre secoli non ci fu sovrano che ad un certo momento non facesse voto
di partire per la guerra santa, non ci fu paese che non avesse inviato i propri
uomini a combattere in oriente per la cristianità, non ci fu uomo o donna che
non avesse pensato di voler cooperare alla liberazione di Gerusalemme.
In questa atmosfera l’agiografia bizantina,
portata in occidente dai crociati, conquistò tutti gli strati sociali ed in
Italia trovò largo spazio nella leggenda aurea: una raccolta di vite e
leggende di Santi, scritta in lingua volgare tra il 1230 ed il 1298 da Jacopo
da Voraggine. Il San Biagio della leggenda aurea, che
ammansa le belve e confonde i potenti, mette in fuga il demonio e cammina sulle
acque, risana le membra malate ed assicura la giustizia ai deboli, divenne
assai popolare ed ogni suolo, offerto per la costruzione di una chiesa in suo
onore, fu considerato dai più semplici e più incolti come la conquista di un
lembo di Terrasanta.
Le chiese a lui intitolate si moltiplicarono
ed alcune di esse nel giro di pochi anni si trasformarono in santuari famosi ed
accorsati; molte città e paesi lo proclamarono loro speciale patrono e
protettore e la stessa onomastica e toponomastica ne furono fortemente
influenzate.
Partendo dalle Rationes decimarum, redatte dai collettori
pontifici e limitando la ricerca all’Italia centro-meridionale, troviamo che in
quell’epoca esistevano nel Lazio 9 chiese dedicate a San Biagio e 36 chierici
di nome Biagio, in Campania 41 chiese e 27 chierici, in Abruzzo e Molise 39
chiese e 6 chierici, in Puglia, Calabria e Lucania 14 chiese e 5 chierici.
La chiesa di S. Biagio di Maratea non compare
tra le chiese tassate dai messi papali. Questo tuttavia non ci autorizza a
supporre che nei primi decenni del sec. XIV essa non fosse stata già costruita,
perché stranamente i messi papali, mentre per gli altri paesi elencano i titoli
delle singole chiese con relativa tassazione, arrivati in castro Maratie il 23 febbraio 1324, si limitarono a
riportare i nomi di sei sacerdoti da cui riscossero una tassazione complessiva
di quattro tarì e sei grana, senza specificare le chiese di cui erano titolari.
Della diocesi di Cassano allo Ionio, di cui a
quell’epoca faceva parte la vostra Maratea, i messi papali ricordano il
monastero di San Biagio, costruito nei pressi di Castrovillari, dal cui abate
riscossero sei tarì; la chiesa di San Biagio di Albidona, il cui rettore Marino
versò un tarì; e la chiesa di San Biagio del castello di Mormanno, il cui
cappellano Vitale fu tassato per un tarì e cinque grana.
Volendo allargare la ricerca e ricordare
qualche altra chiesa italiana e straniera, divenuta famosa, potrei citare San
Biagio dei Librai a Napoli, così denominata perché sede di un’associazione di
librai; tre chiese romane dedicate a San Biagio sotto il significativo
rispettivo titolo di Pagnotta, Ospedale e Matarassai;
San Biagio di Orbetello, che vanta una tradizione assai simile a quella di
Maratea; il monastero di San Biagio sorto nella Foresta nera di Germania; la
chiesa di San Biagio di Ragusa, divenuta il santuario nazionale della Dalmazia.
Una particolare menzione meriterebbero le chiese spagnole di San Biagio, perché
dalla devozione dei colonizzatori di quella nazione fu portato nell’America
centrale il culto verso il martire di Sebaste.
Accanto alle chiese di S. Biagio, ubicate in
aperta campagna o in località spopolate, sorsero piccoli nuclei abitati, che
col passar degli anni si svilupparono in nuovi paesi e del Santo conservano il
nome: in Italia esistono cinque comuni e 22 frazioni che hanno una simile
origine e portano il nome di San Biagio. Passando dalla toponomastica
all’onomastica credo che sia impossibile fare un qualsiasi computo delle
numerosissime persone, alle quali nel corso dei secoli la pietà dei genitori ha
imposto il nome di Biagio.
Nel medioevo cristiano le devozioni di un
Santo sul piano pratico diveniva operante mediante il
culto riservato alle sue reliquie. Il corpo santo dava importanza alla chiesa e
ne faceva un luogo inviolabile; era il testimone muto di tutti gli atti
pubblici ed il protettore del debole contro l’oppressore; a lui si faceva
ricorso per arrestare la mano dell’uomo violento e per far cessare un flagello;
quando il nemico era alle porte era la sua urna, che appariva sulle mura e dava
coraggio ai difensori della città. Non deve pertanto far meraviglia se le
chiese dedicate a San Biagio desiderassero possedere una reliquia più o meno
insigne del titolare.
I mercanti ne fiutarono l’affare e tra gli
articoli dell’interscambio commerciale tra l’oriente e l’occidente, vivacizzato
dalle crociate, inserirono i corpi e le reliquie dei Santi. Il traffico, nelle
mani di persone senza scrupoli, non sempre fu condotto con la serietà e la
severità dovute ad una materia tanto delicata. A prescindere da volgari inganni
e frodi da non escludersi, spesso furono consegnati i corpi di Santi poco noti
al posto del corpo e delle reliquie del Santo omonimo, di cui non era facile
soddisfare le numerose richieste.
É il caso del martire Biagio di Sebaste, di
cui rimane incerta la traslazione del corpo in occidente; ciononostante se
potessimo mettere insieme tutte le reliquie, che le chiese europee pretendono
di conservare, formeremmo un corpo umano assai mostruoso: tre teste, due
conservate in Italia, a Napoli e ad Orbetello, ed una terza in Francia, a
Montpellier; tre braccia, due in Italia, a Capua ed a Milano, ed un terzo in Ispagna, a Compostella; diversi corpi vivisezionati e
distribuiti in sedici chiese francesi, in sette chiese romane, nella vostra
Maratea, a Bari, a Brindisi, a Volterra, a Ragusa in Dalmazia. L’enumerazione
non è completa, ma è sufficiente a dimostrare la disponibilità delle
popolazioni ad accogliere per autentico tutto ciò che si presentava loro in
nome di San Biagio.
Prima di trarre le conclusioni di questa mia
rapida esposizione storica sulle vicende, che hanno avvicinato il martire di
Sebaste al gusto ed alla sensibilità popolari, vorrei farvelo ammirare
nell’arte e nel folclore.
Le prime raffigurazioni relative alla vita,
ai miracoli ed al martirio di San Biagio sono contenute in un manoscritto
miniato, conservato nella biblioteca apostolica vaticana. Un foglio, diviso da
un fregio floreale in quattro riquadri distribuiti su due colonne, contiene
quattro scene della vita di San Biagio: nel primo riquadro il Santo con mitria
ed aureolo porge il cibo alle bestie nella grotta del monte Argea; nel secondo
guarisce e benedice il bambino, che stava per morire strozzato dalla lisca di
pesce che gli si era conficcata nella gola; nel terzo compare la vedovella, che
riabbraccia il maialino restituitole dal lupo; mentre nel quarto due donne
raccolgono il sangue, che sgorga dal corpo del Santo dopo la tortura con i
pettini di ferro.
Su questo stesso schema operano i maestri
della scultura e della pittura. Numerosissime sono le opere in cui il Santo
viene raffigurato in età matura, assiso in trono, rivestito dei più sontuosi
paramenti sacri, con le insegne della dignità episcopale e del martirio: è la
raffigurazione, che si ammira nella vostra cittadina sia nella statua della
piazza centrale sia nel mezzo busto e nel tondo marmoreo del santuario a lui
dedicato; uguale impostazione si scorge nelle due tele dello stesso santuario,
dove tuttavia l’artista ha preferito usare l’aureola per San Biagio in gloria,
ed affidare la mitria ed il pastorale a due angeli.
Il miracolo del porcellino su tela,
conservato nella pinacoteca comunale di Siena conserva tutto il sapore di un
ex-voto, in cui la narrazione della grazia ricevuta, o meglio del caso che ha
richiamato l’intervento miracoloso di San Biagio, vuole essere esatto come una
fotografia senza disperdersi nel generico, quasi una narrazione pittorica
dell’episodio con una rassomiglianza il più possibile reale delle persone e dei
luoghi.
Il tema di San Biagio, seduto all’entrata di
una grotta, nell’atto di accarezzare o nutrire animali selvaggi, è presente in
una predella d’altare conservata nella pinacoteca di Vicenza e su una tavola ad
olio, custodita nella galleria Pardo a Parigi; mentre gli strumenti del
martirio e sopra tutti i pettini di ferro sono presenti nella pittura spagnola,
come si vede nel dipinto conservato nel museo di Lerida.
Infine il miracolo del fanciullo guarito
dalla spina che gli stringeva la gola, che ha fatto di San Biagio il grande
specialista contro i mali della gola, è rappresentata dall’iconografia
orientale dal Santo, affiancato da un ragazzo, ed in quella occidentale dal
Santo con in mano due ceri incrociati. Quest’ultima manifestazione artistica si
ispira al rito, che compie il sacerdote nel giorno della sua festa, quando
incrocia al collo dei fedeli due candele benedette ed invoca su di loro la
protezione del Santo con le parole: «Per le preghiere ed i meriti di San
Biagio, Dio ti liberi dai mali della gola e da ogni altro male».
Con questa breve e strana cerimonia
paraliturgica siamo già entrati nel folclore, legato al culto di San Biagio.
Sempre nel giorno della festa ed allo stesso scopo propiziatorio, vengono
distribuiti speciali piccoli pani, che nella forma ricordano le membra malate,
su cui deve scendere la benedizione, e che a Milano si riconducono ad una fetta
di panettone, appositamente conservato dal giorno di Natale.
Dalla dimestichezza del Santo con le bestie
feroci e dai miracoli del porcellino, restituito alla vedovella, è derivato non
solo il suo protettorato sul bestiame, ma anche l’uso di inghirlandare i maiali
nel giorno della sua festa.
Nel napoletano il rito propiziatorio delle
candele incrociate viene praticato con un batuffolo di ovatta, intriso
nell’olio e passato sulla gola dei fedeli. Di qui la potente espressione: «San
Biase è ‘o mejo Santo», per indicare il pessimo
costume di ottenere benefici e privilegi, non puliti, mediante le bustarelle.
Altri aspetti folcloristici di carattere
agricolo, sono legati all’espressione degli atti: horrea eorum replebo omnibus bonis, e si
manifestano in due forme: l’una assai semplice consiste nel portare in chiesa,
nel giorno della festa di San Biagio, un pugno di cereali che vengono benedetti
e poi mescolati a quelli della semina, per assicurare una felice germinazione
ed un abbondante raccolto; l’altra più complessa si esprime mediante festosi
cortei di carri allegorici, riccamente addobbati e recanti il Santo,
impersonato da un contadino con mitra e pastorale, e seguiti da un nugolo di
giovanotti e ragazze in costume, simboleggianti le quattro stagioni ed i
prodotti agricoli legati a quelle stagioni.
Prima di concludere vorrei ricordarvi che,
nel meraviglioso risveglio della teologia postconciliare, teologi ed artisti,
liturgisti e critici d’arte, storici e letterati hanno sottoposto a severo
vaglio critico le numerose leggende, sorte nel medioevo cristiano intorno ai
più famosi santuari. Non hanno retto alla critica e vanno definitivamente
abbandonate le tradizioni di Santi e Madonne prodotte da mani angeliche, le
storie popolari di immagini prima nascoste e poi riscoperte dietro suggerimento
della stessa Vergine o Santo, il poetico colorito del mulo o di altro animale
che si oppone alle direttive del cavaliere e si avvia da solo al luogo
destinato al futuro santuario, l’autotrasferimento
dei dipinti da un luogo all’altro o più semplicemente da un altare all’altro
secondo una misteriosa scelta fatta dalla stessa vergine e santo, la fantasiosa
demolizione notturna delle opere costruite di giorno perché l’edificio sacro
non era ubicato nel luogo desiderato, la spettacolare consacrazione di chiese
da parte degli angeli nello sfolgorio abbagliante di luci e rintocchi di
campane che suonano da sole.
Ho sfogliato con interesse due volumetti, che
tanto cortesemente mi sono stati inviati:
l’uno a carattere devozionale «San
Biagio vescovo e martire patrono di Maratea» e l’altro a carattere turistico «Conoscere
Maratea», ed
ho avuto la netta sensazione che gli autori, pur nell’intento di magnificare la
storia patria, abbiano intravisto la fatuità della tradizione e non abbiano
avuto il coraggio di demolire il castello incantato costruito dalla pietà dei
padri intorno al vostro famoso santuario.
Tocca pertanto a me questa sera lo sgradito
compito di dirvi che nel 732 nessun battello si arenò in una notte di bufera
sulla scogliera di Santo Janni e nessuna luce misteriosa avverti gli abitanti
di Maratea di recarsi all’isolotto per ritirare l’urna di pietra contenente le
reliquie di San Biagio.
Il vostro santuario come una qualsiasi altra
chiesa occidentale in onore di San Biagio, deve rientrare nel quadro storico
sopra descritto; va pertanto rifiutata ogni tradizione popolare, che pretenda
di fissarne la fondazione in una data anteriore al sec. XI. Per il caso
specifico del vostro San Biagio, l’assoluta mancanza di una qualsiasi
documentazione, diretta e indiretta fino a tutto il sec. XV, non può essere
giustificato col semplicistico ricorso all’incendio dell’archivio del 1646, ma
sta a significare che la sua fondazione è assai tardiva o che per lo meno fino
a quell’epoca la chiesa non aveva ancora assunto l’importanza che la tradizione
pretende di accreditare.
La bolla del Papa Pio IV del 4 Marzo 1562, se
non segna l’origine della chiesa e l’arrivo dell’urna con le ossa di San
Biagio, conferisce di certo l’iniziale necessaria spinta al rapido sviluppo
della confraternita sorta sotto il patrocinio di San Biagio con lo scopo dì
inserirsi nel risveglio religioso voluto dal concilio di Trento.
I rettori della confraternita, per dare
fiducia agli iscritti nel duro e lungo cammino della rinascita spirituale, non
esitarono a creare un alone di mistero e ad imbastire leggende intorno
all’origine della chiesa e delle reliquie di San Biagio. Spigolando nella messe
delle tradizioni altrui ed utilizzandone il meglio, in poco più di mezzo
secolo, gettarono le fondamenta ed innalzarono il castello incantato, nel cui
misterioso ed impenetrabile recinto è rimasta nascosta la vera storia del
vostro santuario.
Dopo cinque secoli, che hanno visto la chiesa
di Maratea Superiore trasformarsi in santuario famoso ed accorsato, questo è
divenuto maggiorenne, è entrato nel numero degli antenati del culto cristiano e
può liberamente rinunziare al traballante sostegno di graziose leggende e pie
tradizioni; dopo cinque secoli anche la vostra fede e la vostra devozione verso
il padre e patrono San Biagio è divenuta adulta, per cui potete lasciare ai
vostri padri l’orgoglio di aver indovinato nell’introdurre un nuovo culto, a
qualche altro la responsabilità di averlo retrodatato, a voi la gioia di averlo
spogliato delle sovrastrutture e riportato nell’alveo della genuina fede
cristiana, che, come dice San Paolo, est argumentum rerum
non apparentium, e, come dice il Cristo, venit hora et nunc
est, quando veri adoratores adorabunt
Patrem in spiritu et
ventate.