Dal libro di Sergio De Nicola:

Maratea … parliamone ancora

Un fiore per Rosetta

Aveva sfiorato nella giovinezza la vita pregustandone i sapori con quella stessa leggerezza con la quale i gabbiani per vivere sfiorano le acque.

Il vento della vita presto glieli disperse e ormai donna matura stancamente trascinava la sua tristezza e il suo dolore tra l’indifferenza e la cinica derisione dei tanti che solo sui più deboli sanno scaricare le frustrazioni dei loro conflitti irrisolti.

Mi riferisco ad una donna sem­plice, sola, di scarsissima cultura, che nel silenzio ha scritto la sua vita tra le nostre contrade, andandosene, come tante, senza lasciare traccia del suo vissuto. E’ un personaggio assi­milabile a quelli del naturalismo francese Rosa Sarli (1912 - 1979) nata benestante, divenuta orfana in giovane età e tradita, poi, negli affetti familiari e nell’amore.

A Maratea la si ricorda come “A Machinetta”  lezzo col quale la si derideva perché per sopravvivere portava spesso con una piccola macchina fotografica chiedendo con discre­zione lo scatto di una foto che lei stessa sviluppava; io la ricordo poi, perché, ragazzino delle medie, compravo da lei a cinque dieci lire l’uno francobolli gelosamente raccolti dal padre: li cacciava lentamente, quasi con dolore, da un portamonete di plastica e mi raccomandava sempre di custodirli con cura e amore.

Brevi e fugaci i discorsi avuti con lei da adulto anche per il suo carattere schivo e riservato: traspariva dal suo dire l’immagine di una donna che aveva paura del mondo ma nello stesso tempo fortemente innamorata dell’amore e in cerca di qualche considerazione che le restituisse, al posto della derisione, un minimo di considerazione e di dignità. Diceva: sarei disposta a concedermi anche a qualcuno pur di avere la sensazione di poter costruire un pezzo di vita e avere l’illusione di vivere.

Per dirla con Gibram era l’immagine della solitudine e della malinconia che si faceva lacrima nella patria dell’indifferenza.

Di media statura, tendente alla pinguedine, avvolta in vestiti per lo più vivaci, la si vedeva percorrere mestamente le vie di Maratea: portava dei grossi occhiali scuri per nascondere il suo disagio e la sua paura verso una società che per lei era divenuta ostile e crudele.

Pur delusa dalla vita nascostamente custodiva in sé, eccentricamente con i suoi capelli ricciuti e biondi e l’ostentata sigaretta tra labbra sempre ravvivate dal rossetto, l’orgoglio di una giovinezza rispettata e priva di disagi come quella rosa d’inverno, mirabilmente descritta da Pier Luigi Balestri, poeta pisano, che prima di cadere al suolo falcidiata dal vento piovoso e gelido, proteg­geva ancora il suo seme con i suoi petali stretti per trattenere quel minimo di calore dovuto ad un sole troppo avaro… e poter… con queste ali leggere continuare… a sognare.

Raccomandava, poi, alle poche amiche delle quali si fidava di seppellirla nel loculo più alto, affinché anche la sua ultima dimora, non divenisse anche questa, luogo di lezzi e di derisione.

Grande atto di accusa, questo, anche per le nostre perbeniste società di paese che progrediscono nella solitudine e nello squallore del loro orgoglio e delle loro ambizioni, con occhi ciechi verso il disperato bisogno di comunicazione dei tanti.

Sempre più, infatti, abituati ad ascoltare le sirene dell’autoaffermazione, abusiamo, deridiamo i più deboli, compiaciuti, come dice Tagore, che la nostra intelligenza ci renda capaci di usare gli altri per il nostro desiderio di comando e di sentirci grandi proscrivendo, così, dal nostro mondo quella corrente d’amore che piove dal cielo e sgorga dal seno della terra, facendo delle nostre esistenze un deserto.

Atroci sofferenze fisiche condiscono gli ultimi giorni della sua vita e nel dolore affida alle rare amiche e al cappellano ospedaliero Don Antonio Sgambato, gli estremi sussulti di una vita che non ha saputo dominare.

In un afoso giorno di fine agosto Rosa compie il suo ultimo viaggio tra gente stordita dal sole e distratta da numerosi turisti. Per gran parte di essi non è una vita travagliata che ha compiuto il suo ciclo ma semplicemente A Machinetta, un qual cosa di poco conto, una espressione anagrafica che va via.

Ma, ne sono certo,

Lo Spirito dell’Universo

raccoglierà quei piccoli grumi di cenere

esiti di incertezze, dolori e sogni,

e li trasporterà nell’immensità cosmica

dando vita a nuove forme di comete...

 e da lassù mi auguro che tu, Rosa, finalmente abbia la forza e il coraggio di farci vedere la tua luce.

 

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