Dal libro di Sergio De Nicola:

Maratea … parliamone ancora

Ricordare per vivere

Mi aggiro tra le croci e le lapidi del cimitero del mio paese.

Davanti ai miei occhi una teoria di volti e nomi risvegliano storie e memorie sopite nel tempo.

Rivedo Nicola, Giuseppe... e con meraviglia Maria, Biagio... e i miei cari; con essi rivivo, insieme ad affetti, vicende e storie personali e collettive.

Nel silenzio apparente di questo luogo è registrata l’iscrizione di lunghe vite vissute e morti a lungo ricordate; penetrante si percepisce, come un’eco lontana, una voce viva e vibrata, che parla all’essenza del­ l’essere e che risveglia nella mente intorpidita dalle gabbie del vivere quotidiano l’incommensurabilità di concetti e valori delicati ed infiniti.

E’ un luogo paradossalmente vivo, in questo senso, il cimitero e il profumo dei tanti fiori rende sensorialmente e metafisicamente tan­gibile questo colloquio.

Sono stato testimone dell’estremo saluto alla vita di molti miei concittadini, ho vissuto spesso con loro le ore in cui si dissolvevano quelle maschere, che li soffocavano e li tormentavano e che credevano necessarie per la loro sopravvivenza terrena.

In quei momenti, sembrava che il mondo per essi si ribaltasse: denaro, passioni, egoismo, cupidigia, tramontavano come la messa in scena di un melodramma e sull’alba di un nuovo orizzonte vedevo in esse sorgere bontà, umiltà, dolcezza.

E’ l’immagine ignota di Dio, sopita in ciascuno di noi, che dopo una vita di ambizioni e di sogni prepotentemente si risveglia per creare un uomo nuovo destinato, per chi crede, ad una vitale sfera celeste.

Sono in tanti, nei giorni di novembre, a girare tra le croci di questi nostri piccoli e semplici cimiteri di paese, ognuno con il suo mazzo di fiori, col suo cero, con le labbra protese a bisbiglii e orazioni nascoste, mentre rotolano nella mente, come in un film, immagini di un passato recente o lontano e che comunque ci rendono consapevoli che anche per noi inesorabilmente il tempo fugge.

Dalla chiesa parrocchiale del mio paese, nel giorno dei morti, con una semplice croce lignea, si va in processione al cimitero.

Nel volto dei partecipanti si nota una compostezza e una partecipazione non sempre presente in altri riti professionali.

É tutto un popolo che sembra portare materialmente il peso della sua storia collettiva per consegnarla poi, nel cimitero, attraverso lo sciogliersi dei sentimenti e delle preghiere all’indefinibile infinito del mistero.

In questo luogo, poi, il rapporto con i defunti si individualizza attraverso il concreto ricordo degli affetti perduti, e le tante preghiere, una volta recitate col rito della Libera insieme ai sacerdoti presenti.

In questi giorni il mio pensiero va alle numerose croci solitarie che si notano ai margini delle nostre strade.

Sono tante, espressioni di tragedie improvvise piombate nelle famiglie e nella collettività come il brivido scuotente di un movimento tellurico.

Vicino ad ogni croce una foto, una data, un fiore: atto notarile di un addio prematuro.

Vicino ad alcune, in ricorrenze particolari, alimenti, bibite augurali, testimoniano la indissolubilità di affetti e ricordi non cancellati del tempo.

É anche in questi gesti che l’antichissima tradizione dell’uomo si perpetua dimostrando la persistenza, attraverso i secoli, di valori e abitudini che sarebbe opportuno rendere, anche nella nostra vita relazionale, più tangibili e concreti.

I giorni di novembre, attraverso il culto dei defunti, sono dunque un momento di meditazione e di riflessione.

A tal proposito, attuale è l’invi­to di K. Gibran quando fa dire ad un defunto:

asciugate le vostre lacrime, amici,

levate il capo

come fiori che alzano le loro corone allo spuntare dell’alba

e guardate la sposa della morte ergersi come colonna di luce

tra il letto e il vuoto.

Trattenete per un attimo il respiro e ascoltate insieme a me

Lo stormire delle sue ali

Non parlate con dolore della mia dipartita

Ma chiudete gli occhi e mi vedrete tra voi.

 

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