di GIOVANNI RUSSO, Corriere della Sera –
15 ottobre 1957
ÒMaratea sta diventando famosa. Anche
allÕestero � giunta la fama delle sue bellezze panoramiche e i turisti
stranieri cominciano a preferire questo posto a luoghi pi� celebri,
ma invasi, ormai da folle di villeggianti. Si � aperto
per noi un avvenire miglioreÓ. Cos“ mi dice il vice-sindaco di Maratea,
signor Limongi, un uomo facondo e cordiale, che sostituisce, in questi giorni,
il sindaco Vitolo, un vecchio signore molto stimato, costretto da una malattia
della moglie a tralasciare provvisoriamente le sue funzioni alle quali si dedica
da tanti anni. Maratea sorge sulla costa tirrenica della Lucania, un
tratto di appena 34 chilometri fra la costa campana e
calabrese. Il paese � appollaiato, in alto, sotto il picco roccioso
dove sorgono una croce monumentale la Basilica di san Biagio, il santo
protettore. Ai piedi del paese si stende una conca verdeggiante di oliveti
e di vigneti, punteggiata da case dal tetto rosso, che scende fino alla marina
dove si apre una baia di classica bellezza. Non ci si
sorprenderebbe affatto se, allÕimprovviso, comparissero sulle onde le
navi di Ulisse. Il mare viene a morire tra le scogliere, in piccole rade e fra
rocciosi spuntoni, su cui si ergono torri dirute.
La ragione per
cui il paese � sorto in questa posizione � la stessa che ha dato origine a
tanti paesi delle coste meridionali. Gli abitanti, nel Medio Evo, abbandonavano
le spiagge, insicure per le razzie dei pirati barbareschi e si rifugiavano sui
picchi montani, al sicuro. I marateoti andarono a vivere addirittura sul
cocuzzolo dove sorge la Basilica del Santuario e vi rimasero per secoli. Poi,
quando la minaccia cess˜, scesero gi�, ma il ricordo
della grande paura li trattenne a mezza strada ai limiti della conca
verdeggiante. Salendo al Santuario si passa per lÕantica Maratea. Nel paese
abbandonato, le case sono quasi tutte cadute e quelle ancora in piedi hanno porte e finestre sprangate. I milanesi hanno scoperto anche
questo posto, da cui si gode una vista incantevole, e hanno acquistato alcune
case per venirvi a trascorrere le vacanze in solitudine e in pace. I segni di
tempi nuovi sono evidenti alla marina di Maratea, dove un industriale biellese,
il conte Rivetti, ha costruito una fabbrica tessile e un grande e lussuoso
albergo, con lÕaiuto della Cassa per il Mezzogiorno. Questa
attivitˆ ha portato un soffio rinnovatore in un ambiente immobile da centinaia
di anni.
BENEFICI DEL
TURISMO
ÒIl paese
– mi dice il vicesindaco – conta circa cinquemila abitanti.
LÕospedale comunale, che dispone di cento posti-letto,
� uno dei migliori della provincia, possiede moderne attrezzature e reparti
specializzati. Maratea � sede di una scuola media statale e
di un educandato femminile, gestito da un ordine di suore, con annesso un
Istituto magistrale parificatoÓ. LÕamministrazione comunale accolse
con entusiasmo, nel 1954, lÕarrivo dellÕindustriale Rivetti e cerc˜ di favorire
le sue iniziative. Il comune ha ceduto lÕottanta per cento di alcune imposte
comunali, pagate dal gruppo industriale, in favore delle imprese turistiche
lucane e si offr“ anche di contribuire con le imposte di consumo, uno dei pochi
cespiti redditizi alla spesa per la costruzione dellÕelettrodotto, ma
lÕindustriale rinunzi˜ allÕofferta per risparmiare al Comune un sacrificio
troppo oneroso. ÒNoi abbiamo ben compreso – dice il vice-sindaco –
i benefici che possono derivare alla popolazione dallo sviluppo economico e
turistico della zonaÓ.
Prima di queste
iniziative, le risorse di Maratea erano soltanto lÕagricoltura e lÕemigrazione.
Ne uno poteva dirsi ricco, ma nessuno era veramente
misero, perchŽ i marateoti sono gente laboriose parca, che lotta contro le
difficoltˆ di una natura solo in apparenza benigna, e che si procura cos“ una
esistenza dignitosa. Nel Mezzogiorno, infatti, intelligenza e buona volontˆ non
bastano per farsi strada. SicchŽ anche la borghesia
benestante deve fare duri sacrifici per mantenersi a un livello di vita
dignitoso. é questo il suo dramma. La borghesia meridionale non ha avuto per
secoli altra speranza che lÕimpiego statale o lÕincarico comunale. Molte
aspirazioni vengono cos“ soffocate. Ad esempio una delle migliori famiglie di
Maratea � quella dei baroni Labanchi, il cui
capostipite, luogotenente governatore degli Stati del principe di Bisignano, fu investito del titolo dal re Carlo II di
Spagna nel 1664. Il suo discendente, don Emanuele Labanchi,
si vide deperire irrimediabilmente la proprietˆ, ai primi del secolo, per una
malattia che attacc˜ e distrusse quasi completamente le sue piantagioni di
cedri. Era rimasto orfano a 17 anni e aveva dovuto
perci˜ rinunciare a proseguire gli studi. Si dedic˜ completamente al lavoro e
alla famiglia. Giˆ da tempo il feudo di Castrocucco
(pittoresco vecchio castello diruto che sorge su un picco vicino al mare) non
apparteneva pi� alla sua famiglia.
Don Emanuele Labanchi, gentiluomo di vecchia razza, riusc“ a dare
unÕottima educazione ai quattro figli, tutti ora
stimati professionisti e nello stesso tempo, non trascur˜, anche a costo di
personali sacrifici, di aiutare, con animo generoso, i bisognosi. Egli sarebbe
lÕunico erede al titolo nobiliare, dopo la morte del capo della famiglia, il
cugino Francesco Labanchi, ma ha rinunziato a
rivendicarlo. Con questo cugino egli ebbe lÕunica vicenda giudiziaria della sua
vita, ma ormai lÕepisodio � chiuso da anni e don Emanuele, che conserva un geloso
ricordo del suo parente, non ama pi� che se ne parli. Ora ha 85
anni ed � immobilizzato da una malattia. Siede tutto il giorno su una
poltrona presso il balcone da cui si mira il bellissimo panorama di Maratea,
uno spettacolo che gli dˆ forza e serenitˆ e fuga persino le tristezze della
vecchiaia.
LA COSTRUZIONE
DEL PORTO
Molti abitanti
di Maratea hanno poi cercato di migliorare le loro condizioni emigrando.
LÕemigrazione � stata una grande risorsa e le rimesse degli emigranti
hanno costituito e costituiscono un notevole reddito
per il paese. Finalmente ora le cose cominciano a mutare e forse tra
qualche anno nessuno pi� emigrerˆ (tranne coloro, ancora
numerosi, che hanno interessi allÕestero, come il signor Lamarca, un
notabile del luogo, che � stato recentemente in Brasile soltanto per aiutare
due suoi fratelli nellÕamministrazione delle loro proprietˆ in quel paese)
perchŽ potrˆ trovare lavoro nella zona. Non bisogna pensare per˜ che il futuro
si presenti facile. I problemi per creare e sviluppare il turismo e lÕindustria
sono gravi, molti, e richiedono energia e danaro. Si
tratta di costruire strade di accesso al mare, fognature, lÕacquedotto,
stabilimenti balneari, aprire nuove comunicazioni con i paesi vicini attuare il
progetto del porto. Ora esistono tuttavia le condizioni per cambiare il
volto di questa terra. Giˆ da due o tre anni il tenore di vita si � elevato come � dimostrato da tanti segni. Ma i segni pi�
soddisfacenti di questo rinnovamento sono la serietˆ e
la capacitˆ di cui danno prova i giovani di Maratea, che apprendono nella
fabbrica il mestiere dellÕoperaio.
I tecnici hanno
per loro espressioni di affettuoso elogio. In questi giorni si dovrˆ
decidere il programma di valorizzazione della zona nellÕAmbito di un piano che riguarda il golfo di Policastro. La prima
iniziativa sarˆ la costruzione del porto di Maratea, di cui si parla fin dal
1700, un progetto che solo adesso diventerˆ realtˆ. I fatti dimostrano,
quindi, che non si pu˜ parlare di un specie di
ÒInferioritˆ razzialeÓ della gente del Sud, come usavano certi sociologi
positivisti, ai primi del Ô900, dal Niceforo, al Sergi, al Lombroso, Gaetano Salvemini, che fino allÕultimo
ha predicato che i nordici debbono occuparsi non solo di sŽ stessi, ma anche
del meridionali Òse non vogliono trovarsi a mali passiÓ ebbe facile gioco a
confutare quella tesi insensata, Giustino Fortunato non si stancava mai di
ammonire che nel Sud le bellezze del paesaggio nascondono lÕavarizia di un
natura ostile. Ora cÕ� lÕesempio di Maratea, che dimostra come i meridionali
immessi in una moderna attivitˆ produttiva possono diventare operai e tecnici
non inferiori a quelli del Nord.
di Indro
Montanelli – Corriere, 4/15 settembre 1957
Fra le tante domande dÕimpiego
agli stabilimenti Rivetti, vidi quella di un giovanotto che si dichiarava
– e lo comprovava allegando i relativi documenti – Òmaestro
alimentareÓ. Costui, come tanti altri suoi colleghi, chiedeva di essere assunto
in fabbrica perchŽ ancora non aveva avuto una cattedra da cui ÒalimentareÓ
altri ragazzi, che sarebbero cresciuti anchÕessi per fare i maestri e
perpetuare cos“, di generazione in generazione,
lÕignoranza della lingua italiana. Ogni anno, nel periodo degli esami, si fa un
gran discutere, da noi, sui metodi in uso nelle nostre scuole, alcuni
lamentandone la mitezza, altri la severitˆ. A voler
raccogliere tutti gli articoli che sono stati scritti e si seguiva a scrivere in proposito, cÕ� da trovarvi conforto per ogni tesi
e ispirazione per ogni riforma. Ma nessuno ha ancora
detto, o almeno a me non � capitato di leggere, la cosa fondamentale: e cio�
che, dopo tante palingenesi da Gentile in gi�, dopo tanti riordinamenti, dopo
tante leggi, e dopo tante deroghe che le annullano (Òin viaÓ, sÕintende,
Òassolutamente eccezionaleÓ), Òla scuolaÓ, in Italia, seguita a non esistere;
vi esistono soltanto Òle scuoleÓ. TantÕ� vero che i maestri a
cui esse sono affidate sono ÒelementariÓ in qualche posto, ma
ÒalimentariÓ in molti altri. Trattare questi e quelli con gli stessi stipendi
equivale a fare dei primi delle vittime, e dei secondi dei ladri.
IL GROSSO OSTACOLO
Qualcuno dice che tutto il
problema del Mezzogiorno, essendo condizionato da unÕopera di bonifica umana,
dipende esclusivamente dalla scuola. Come figlio di professore, mi piacerebbe
di crederlo; ma non ci riesco. Tuttavia, anche a non volersi impegnare su quellÕ ÒesclusivamenteÓ, mÕ� bastato ficcare il naso in
certi paesetti della Lucania e della Calabria per rendermi conto che questa
mancanza, non di cultura, ma di educazione, � il primo e il pi� grosso ostacolo
che si para di fronte a qualunque iniziativa di riscatto del Sud. Con esso deve
vedersela non soltanto il capitalista settentrionale, che trovi il coraggio (ce
ne vuole) dÕimpiantare quaggi� unÕindustria; ma anche il povero giornalista
che, con inopportuno zelo, cerchi dÕincoraggiarvelo e di spiegare ai lettori
del Nord perchŽ questa impresa sia cos“ necessaria e nello stesso tempo cos“
difficile. Naturalmente, per farlo, non cÕ� che un mezzo: riferire con
esattezza come stanno le cose, o almeno come sono apparse ai nostri occhi, in
tutta la loro desolazione, in tutta la loro tragicitˆ e in tutta la loro
comicitˆ. Ma qui appunto cominciano i guai. Queste
terre del sole amano lÕombra. I portoni delle case ospitalmente si aprono al
forestiero, ma i contatti con gli inquilini obbediscono a complicate liturgie
che li rendono puramente formali ed escludono qualunque intimitˆ e confidenza.
Se si potesse industrializzare i segreti, lÕItalia del Sud sarebbe il pi� ricco
angolo dÕEuropa. Ma essi giacciono sepolti in case
chiuse come fortezze, e qualcosa ne trapela solo nei confessionali e negli
studi dei notai.
Per capire una briciola, da cui
si possa ricostruire il costume di questa gente, bisogna affidarsi, pi� che
alle proprie capacitˆ dÕindagine, allÕintuito. La povertˆ viene
nascosta per scrupolo di decoro; la ricchezza, per paura del fisco. Ma cosa non
viene nascosto, nel Sud? Tutto: anche la bontˆ. Un mio amico meridionale intelligente e spregiudicato (ce ne
sono a bizzeffe) mi diceva che, per vivere in questi paesi e barcamenarvisi tra
le beghe, le complicitˆ e le clientele, ci vuole un cervello elettronico,
capace di dosare al millimetro la parola, il gesto, lo sguardo. EÕ questo
tirocinio di sottilissima diplomazia quotidiana – con le autoritˆ, con
gli amici, coi nemici, e perfino con la moglie e coi
figli – ci˜ che fa del meridionale il meglio qualificato (É). Da quale
passato di malgoverno, da quanti secoli di arbitrii, di favoritismi e di
soprusi, derivi tutto questo, � facile capire, e nessuno pretende conteggiarlo
nel passivo delle vittime. Ma il risultato � quello che �: una
incapacitˆ di fiducia e di solidarietˆ, una mancanza di civismo, insomma
una totale maleducazione collettiva. Uno dei primi frutti di questa
maleducazione � lÕallergia alla veritˆ. Io non so se son cascato male nella
scelta; ma il fatto si � che in tutto quello che mi � capitato di leggere sulla
questione meridionale il mio naso ha avvertito un insopportabile fetore
dÕipocrisia.
Solo Giustino Fortunato –
appunto perchŽ era un gran signore – ha parlato chiaro e ha denunziato
con sinceritˆ i difetti umani del Sud, di cui era figlio. A parte il suo, non
cÕ� stato finora nessun tentativo di dialogo fra questi due tronconi dello
stesso Paese. I settentrionali, o tacciono con disprezzo considerando il Sud una irredimibile disgrazia da tollerare sforzandosi
dÕignorarla, o ne discorrono con timorata reticenza. Quanto ai meridionali,
essi si dibattono in questa eterna contraddizione: da una parte piangono
miseria, dallÕaltra vedono un calunniatore in chiunque venga a constatarla e la denunzi. A scrivere che non � pi�
ammissibile che nella maggior parte dei paesi di Calabria le donne debbano
ancora attingere acqua alla fonte con lÕanfora in
testa, non ti ringraziano di aver auspicato lÕacquedotto, ma ti rinfacciano di
aver dimenticato che in quelle anfore cÕ� una Òciviltˆ trimillenariaÓ.
Perch� a complicar le cose
cÕ� anche questa retorica dei millenni cui pagar pedaggio ad ogni frase.
Pronunciare un nome, equivale a farsi non uno, ma
molti nemici: lÕinteressato, il quale troverˆ che non hai parlato di lui
abbastanza bene, e tutti coloro che lo conoscono, i quali troveranno che non ne
ha parlato abbastanza male. Tutti insieme, essi ti
attribuiranno chissˆ che maliziose intenzioni e interessati calcoli. In ogni ÒcitazioneÓ, e in ogni abbozzo di diagnosi un attentato
alla dignitˆ. Tempo fa un settimanale romano indisse un ÒreferendumÓ,
invitando i lettori settentrionali a dire che cosa pensavano dei meridionali, e
viceversa. Il direttore rimase sbigottito alla violenza delle risposte che
giunsero da una parte e dallÕaltra. Ecco a che cosa ha approdato questa
mancanza di franchezza, da ambedue le parti: a incancrenire la piaga, ad
avvelenare i reciproci rancori e a fomentare i ÒcomplessiÓ. Quando un
settentrionale parla in pubblico dei meridionali, ne loda lÕintelligenza, lo
spirito, le canzoni e la ÒfilosofiaÓ. E quando un avvocato meridionale viene a
difendere una causa a Milano, debutta immancabilmente con un tributo alla
Òoperosa e nobile cittˆ che giustamente si fregia del titolo di capitale
moraleÓ. Ma sotto queste frasi convenzionali e balorde
cÕ� ben altro. CÕ� la convinzione del Nord di essere impoverito dal Sud, e cÕ�
la convinzione del Sud di essere affamato dal Nord, dopo centÕanni di unitˆ
siamo ancora qui.
IMPRESA NECESSARIA
Anche di questo imbroglio, il
malgoverno della scuola ha senza dubbio le responsabilitˆ maggiori. E non
soltanto perchŽ i maestri ÒalimentariÓ difettano dÕistruzione. La diffidenza,
il sospetto, la segretezza, lÕambiguitˆ sono, pi� che
giustificati, obbligatori, in un insegnante che deve anzitutto nascondere agli
allievi lÕignoranza di ci˜ che insegna. Sulla cattedra, egli costituisce agli
occhi della scolaresca, la vivente riprova che la raccomandazione conta pi�
della grammatica, che lÕamicizia dellÕispettore � pi� importante dellÕalfabeto
e che, zitti zitti, piano piano, un diploma di
abilitazione si pu˜ strappare anche in barba alla sintassi. La refrattarietˆ
alla schiettezza, il terrore della sinceritˆ, trovano
la loro incubatrice in queste aule scolastiche, dominate dalla volontˆ di
eludere i problemi, a cominciare da quelli della ortografia. La loro paura
della veritˆ che � poi la paura della vita, � documentata dalla loro
ripugnanza alla natura. In questo paese del sole i caff� sono pi� affollati che
in Finlandia, le spiagge deserte, i cani randagi, i boschi alla merc� delle capre che non ne hanno nessuna.
Non dappertutto il contadino �
nellÕimpossibilitˆ di vivere sul fondo perchŽ vi mancano la strada e lÕacqua.
Anche lˆ dove queste condizioni esistono, egli si rifiuta di starsene
isolato sulla terra, la cui ÒveritˆÓ lo spaventa. LÕaria aperta, gli alberi,
gli animali non lo attirano. Preferisce lÕalveare del villaggio sovrappopolato
perchŽ vi si sente protetto da mille complicitˆ. Invece che allÕiniziativa, si
affida pi� volentieri alla diplomazia, cio� ancora una volta alle
bugie. Dico tutto questo senza malanimo, arciconvinto come sono che il
riscatto del Sud sia una impresa non solo necessaria,
ma anche redditizia, purch� sia avviata al di fuori
delle solite menzogne convenzionali e dellÕuggiosa retorica di cui son condite.
Bene o male, � il Nord che deve fornire i capitali e i tecnici per realizzarla,
sia che lo faccia – come speriamo –
attraverso la sua iniziativa privata, sia che lo faccia – come temiamo
– attraverso lo Stato. Esso ha bene il diritto di sapere come stanno le
cose, prima di affondarci le mani. E il Sud, se vuol curare i suoi malanni, non
confonda il medico col denigratore e la diagnosi con la calunnia. LÕeducazione
dei meridionali dovrebbe mirare solo a questo: ad affezionarli alla veritˆ, a
liberarli dalla paura. Ma, certo, finch� sarˆ
lasciata in appalto ai maestri ÒalimentariÓÉ
di CAMILLA
CEDERNA – Corriere dÕinformazione, 4-5
agosto 1956
Nel pollice dÕItalia. La breve
costa della Basilicata e la lunga costa calabra con alberghi muniti di bagni e
senza zanzare
ÒE tu dove vai al mare?Ó.
ÒNel golfo di PolicastroÓ,
rispondevo alla fine di giugno a chi sÕinformava delle mie vacanze, e mi
piaceva guardare in faccia i miei interlocutori, meravigliati, disorientati,
spesso anche soltanto divertiti.
ÒPolicastro?Ó chiedevano, dando
subito a questa parola unÕintonazione ironica. ÒE dovÕ�?Ó. Alcuni per˜, dopo il
primo momento di meraviglia, si riprendevano. Questo nome lÕavevano
sentito dire al tempo delle elementari, quando studiavano geografia: insieme
alle Alpi Cozie, Graie, Pennine, e al colle di Tenda e di Cadibona. Il nome del
golfo di Policastro era rimasto loro in mente, vagamente collegato agli alberi
delle carrube. Ma niente di pi�. La sera prima che io
partissi, in un caff� di piazza della Scala, andava ripetendosi la stessa
scena. ÒPolicastro?Ó mi chiedevano alcuni conoscenti. ÒMa
dove ti vai a cacciare?Ó, ed ecco che da una sedia l“ accanto si alz˜ un uomo
dallÕaspetto fragile e dal profilo garbato che, fino a quel momento aveva
sorbito un gelato bianco e rosa insieme alla sua giovane moglie. Dopo avermi
detto: ÒScusi, signoraÓ si permise di domandarmi, chinando il capo da una
parte: ÒPolicastro?Ó e sillab˜ lentamente la parola, pronunciandone lÕunica a larga ed
aperta come fosse una e. era
un avvocato di Londra che lÕindomani partiva in automobile per questo golfo.
Come me, si sarebbe fermato a Maratea, Òin the big toe
of ItalyÓ, aggiunse con un sorriso Ònel pollice del
piede dellÕItaliaÓ.
Ci dicemmo arrivederci, fra la
meraviglia dei milanesi, alcuni dei quali insinuarono
che io avessi combinato questa scena. Giunsi a Sapri che era notte, di l“
raggiunsi Maratea in venti minuti di automobile, e quando il viaggio fu
finalmente concluso, non vidi altro che grandi piante
di limoni su un verdissimo prato sotto le stelle. Entrando nellÕalbergo che
questo prato annunciava come un gran tappeto di lusso, mi parve di metter piede
in una conchiglia. Le piastrelle del pavimento erano di diversi toni di rosa
accostati, dalle enormi porte-finestre spalancate
sulla notte entrava lievissimo il respiro del mare
insieme ai cento aromi della macchia mediterranea, di miele, di pepe, di menta.
La mattina dopo, prima di aprire le imposte, esitai un attimo: mi aspettavo
molto, e nello stesso tempo, come spesso accade, temevo di rimanere delusa.
MARATEA
Ma non fui
delusa: oltre il balcone fiorito, abbracciato irregolarmente da scogli neri, da
penisolette verdi, da ciuffi di pini frondosi, da
dossi nudi sui quali, in mezzo alle ginestre, si ergevano, severe torri
saracene, luccicava un mare teso e deserto, color turchese vicino alle coste,
verde di smalto intorno alle isolette, color indaco nella sua sconfinata
libertˆ. Non una barca sullÕacqua, non una persona in vista, ma un silenzio
fondo, una calma solenne ed antica, una bellezza cos“
ferma e patetica che prendeva quasi alla gola. Sul suo balcone, allÕombra di
una pianta di rose, la giovane coppia inglese guardava il mare. LÕavvocato
volle sapere da me come mai ero arrivata fin l“. A
metˆ giugno lui aveva letto sul Daily Telegraph un articolo dal titolo: ÒAndiamo in un
posto diverso dai solitiÓ, che parlava appunto di quello che secondo lÕautore
era Òil pollice del piede dÕItaliaÓ, la Calabria cio�, e, al suo limitare, la
Basilicata con quei pochi chilometri di sbocco sul Tirreno, e al centro,
Maratea.
Da quel giorno non pensai pi� a
quellÕespressione tanto meravigliata che avevano avuto i miei amici udendo dove
andavo a far vacanza. Mi contentai invece di guardare la faccia di chi, per un
guasto alla macchina, per una stanchezza improvvisa, per una combinazione
qualsiasi, si fermava almeno per mezza giornata nellÕinsenatura stupenda chÕio avevi scelto da lontano. Parlo di Maratea e del
litorale che la precede e la continua a tutti quelli che da anni si lamentano
delle loro vacanze che non sono pi� vacanze, dei
rumori, della folla, della super costruzione, ma da anni continuano per
pigrizia ad andar negli stessi posti, e, naturalmente, a lamentarsi. La breve
costa della Basilicata e la lunga costa calabra, come scrive in stile ammirato
ed estremamente informativo il Daily Telegraph, non � pi� inospitale e deserta come
una volta. é una costa stupenda in cui per merito di industriali
del nord, veneti o piemontesi, sono sorti comodi alberghi muniti di bagni e
sprovvisti di zanzare. EÕ giusto che ci vadano gli inglesi, ma � altrettanto
giusto che comincino ad andarvi anche gli italianai, e
prima di tutti quanti amano il gran mare libero e selvaggio, che anche ai meno
freschi di studi, fa venire in mente lÕincontro profumato dÕalga e di sale, fra
Ulisse e Nausicaa.
Mancano i dancings, i night-clubs, I gran
caff� sulla piazza, ma in compenso, in mezzÕora di automobile, su splendide
strade orlate per chilometri e chilometri dai cespugli di rosmarino, si pu˜
cambiare completamente di ambiente e di villeggiatura, lasciandosi alle spalle
la vegetazione subtropicale (carrubi, vigneti, olive, fichi ed
agavi), per avanzare tra la flora alpestre (carpini, frassini e querce, a
boschi interi).
LE RAGAZZE
Ed ora
qualche notizia complementare utile ai turisti. Nella macchia di Maratea
(deliziosi sentieri tagliati fra la mortella profumata, la menta, il
caprifoglio, i cespugli di cappero e lentisco, conducono dallÕalbergo al mare),
sÕincontrano le lucertole pi� grosse e pi� lunghe della zona, tanto azzurre da
parere di smalto. In molte sere estive le sponde del mare luccicano per il plancton fosforescente che vi galleggia.
In marzo il mare brulica di folaghe, anatre e gru che, provenienti dallÕAlgeria
si riposano sullÕacqua tutto il giorno, prima di partire in volo per
lÕUngheria, verso sera: � la stagione delle cacce. La
gente del posto � civile e discreta. Quelli che si incontrano
per la campagna formano gruppi da presepio di scuola napoletana: donne brune
vestite di viola e di rosa acceso con un orcio in testa spingono un asinello
nero, bambini con un cesto in braccio, si tiran
dietro una pecorina sporchissima. Le ragazze pi� belle stanno a Castelluccio,
nella valle subito dietro Maratea.
Quanto al santo protettore di
Maratea, si tratta di San Biagio, che si pu˜ ammirare ritratto in un gran busto
a sbalzo e a cesello di oro e dÕargento. é un santo che protegge la gola, e
quasi tutte le seconde domeniche di maggio, fa il
miracolo della manna. Cio�, fra lÕentusiasmo e le preghiere dei marateesi,
trasuda dal viso severo, dalla ben regolata barba, e tuttÕintorno sui marmi
della cappella, un liquido giallo, inodoro, insaporo, ma benefico contro ogni
malattia, che il parroco distribuisce in boccette a chi va a trovarlo fin
lass�. Lass�, su una gran balza fiorita dÕangeliche e di gigli semplici e
gialli, fra le rovine di quella che era una volta Maratea Superiore, sta la
basilica del Santo. Dal belvedere della basilica, lo sguardo spazia su tutto il
golfo di Policastro, tutto a felici sporgenze e rientranze, nere di scogli,
bianche di spiagge oltre la bella isola di Dino, oltre le punte calabre di
Scalea e Diamante da un lato e dallÕaltro oltre il nero e solenne capo
Palinuro. Mentre lontanissima, oscillante in una legger nebbia di sole si vede
e non si vede, unÕisola sfumata, opalina, dai contorni
irregolari, che � Stromboli.
di GIUSEPPE
BERTO – Il Giornale dÕItalia, 18 luglio 1956
La nostra ignoranza del Meridione
culmina nella Lucania, o Basilicata che dir si voglia, ed � un fatto perlomeno
strano poichŽ, grazie ai libri di Carlo Levi e di Rocco Scotellaro,
alla demagogia imperante e ai film come ÒLa lupaÓ, inesplicabilmente ambientato tra i ÒsassiÓ di Matera, la Lucania � una delle
regioni di cui si � pi� parlato e scritto negli ultimi anni. Ma tantÕ�: le
nostre idee intorno ad essa continuano ad essere confuse.
Prima di partire per questo viaggio nellÕestremo Sud, ero andato a cercare
informazioni a Roma, presso un importante Ente turistico. L“, la signorina
addetta alle relazioni col pubblico aveva una ben radicata convinzione che la
Lucania non avesse sbocco sul mare Jonio. Era cos“ serenamente ferma in questo
suo preconcetto, che non osai contraddirla, benchŽ dal fondo della mia memoria
riaffiorassero alcune vaghe nozioni circa le rovine di Metaponto e la costa
bassa, maledetta, devastata dalla malaria. Per˜ lei era sicura e io no, perci˜ la lasciai parlare, pur restando nel dubbio.
Se invece avesse sostenuto che la Lucania non aveva sbocco sul Tirreno, sarei
stato senzÕaltro dÕaccordo. Ma lei era del parere che
col mar Tirreno la Lucania confinasse e, questa volta, era nel giusto:
nonostante lÕopinione contraria della maggioranza degli italiani, la Lucania
arriva al Tirreno e ci arriva con trentadue chilometri di costa meravigliosa,
disposti in fondo al Golfo di Policastro.
DIVENTERAÕ FAMOSA
Quando si parla di coste belle, �
obbligatorio il paragone con i luoghi pi� celebri della terra: la Costa
Azzurra, la Riviera di Levante, la Penisola Sorrentina. Ebbene, non passeranno
molti anni e e la costa di
Maratea, cio� del Comune Lucano che si affaccia sul Tirreno, diventerˆ famosa.
é facile crederlo, poichŽ quei trentadue chilometri danno immediatamente il
senso panico, inebriante, che ci prende davanti ai miracoli della natura. Son
tutto un susseguirsi di insenature ora ripide, ora
dolci con la spiaggia in fondo, separate da promontori rocciosi, che portano in
cima i ruderi delle torri saracene. LÕacqua � limpida, subito profonda, di un
azzurro cupo. La terra a tratti vi incombe con monti
altissimi e a tratti si apre in valli straordinariamente verdi per gli ulivi, i
carrubi, le querce che crescono fino in riva al mare. é una costa fantastica,
di lusso. Chi vi passa col treno non se ne rende conto, perchŽ non fa che
entrare e uscire dalle gallerie e gli improvvisi squarci di mare e di scogli
gli tolgono il fiato, finiscono per stordirlo. Bisogna
andarci in automobile, ma sono pochissimi a farlo. LÕItalia a sud di Paestum
rimane ancora tagliata fuori dalle grandi correnti turistiche. Molto spesso chi
va in Sicilia preferisce imbarcare lÕautomobile a Napoli e sbarcarla a Palermo,
piuttosto che avventurarsi in un lungo viaggio che immagina, oltre che
difficile, scomodo e noioso.
E anche chi si azzarda a fare il
viaggio in automobile, di solito segue la strada interna che, seguendo il tracciato dellÕantica Via Popilia,
attraversa regioni interessanti s“, ma non cos“ pittoresche come quelle
costiere, e che arriva al mare soltanto al Golfo di SantÕEufemia. Molti non
sanno neppure che da Policastro a Reggio Calabria si snoda per centinaia di
chilometri la pi� lunga e bella strada panoramica che ci sia al mondo, non pi�
in disordine delle altre strade italiane della costiera amalfitana. Su quella
strada si viaggia in solitudine. I rari turisti sono in maggioranza stranieri.
Se sÕincontra una macchina con la targa a nord di Napoli, si pu˜ esser certi
che, otto volte su dieci, � la macchina dÕun commesso
viaggiatore. é un peccato, perchŽ i commessi viaggiatori non hanno nŽ tempo nŽ
voglia di ammirare paesaggi e quella strada tutta curve, che non fa che salire sui promontori e scendere nelle insenature
scoprendo continuamente panorami uno pi� bello dellÕaltro, devÕessere per loro
una sorta di maledizione.
Il paese di Maratea non sta sul
mare, ma un poÕ allÕinterno sulle pendici dÕuna
montagna, a trecento metri. Molti paesi del sud hanno una posizione simile,
determinatasi quando vivere in basso era malsano,
oltre che pericoloso per le scorrerie dei saraceni. Ora da
tempo corsari non ce ne sono pi�̀, e anche la malaria � dovunque
sparita, ma gli abitanti continuano a costruire le loro case in alto, intorno
ai caselli e alle numerose chiese. La gente del Meridione si evolve con estrema
lentezza, a causa non tanto della indolenza, quanto
della tendenza alla speculazione, intesa nel senso vecchio di indagine
razionale e non nel senso moderno di ricerca di guadagno. Gli abitanti di
Maratea guardano dallÕalto la loro costa, ne comprendono la bellezza e ne sono
innamorati, ma, francamente, ancora non hanno idee chiare sul suo valore
commerciale. Eppure, oggi, sulla scogliera di Maratea sta accadendo qualcosa di
nuovo e di concreto.
La cosa � cominciata, suppongo,
per caso. Un grosso industriale del Nord, nel piano di aiuti della Cassa per il
Mezzogiorno, aveva stabilito di piantare un lanificio a Maratea, in un posto
presso il mare, evidentemente scelto perchŽ vicino alla strada e alla stazione
ferroviaria. Il lanificio � sorto, funzionale, modernissimo, tuttÕaltro che
brutto nel suo genere, ma pur sempre uno stabilimento tessile. Soltanto dopo
averlo costruito lÕindustriale si devÕessere guardato
intorno e accorto di aver messo quella bella roba in un luogo meraviglioso,
dove lÕaffare grosso non era la lana, bens“̀ il turismo. Perci˜̀ a
ridosso dellÕopificio, appena altre le case per i tecnici, ha costruito un
bellissimo albergo, lÕunico albergo veramente
turistico che ci sia nellÕItalia continentale a sud di Amalfi, perchŽ uno ci
arriva e non se ne andrebbe pi�̀, tanto � comodo, signorile, ridente,
pieno di pace, con le grandi finestre, che si aprono sul mare e sui giardini
tirati su con cura e fatica. Purtroppo, � anche caro. Per˜ cos“ devÕessere: per
me, ma per qualcuno che ha molti pi�̀ quattrini da spendere. Sognano che
diventerˆ̀ una specie di ÒEden RocÓ del Sud, un
rifugio per il bel mondo che, seccato dalle folle dopolavoristiche di Capri,
finirˆ̀ per spostarsi pi�̀ lontano, in cerca di un posto esclusivo.
Hanno calcolato che, da Capri a Maratea, i grossi motoscafi dÕaltomare impiegano soltanto quattro ore.
ERRORI INIZIALI
Ma ci vuole
un porto. Non tanto grande, tuttavia capace di accogliere
almeno i panfili dei pi�̀ illustri naviganti del Mediterraneo: Onassis, il
principe Ranieri con la bella moglie, il duca di Windsor. Basterebbe che
arrivasse il duca di Windsor, e la fortuna del luogo sarebbe fatta.
Perci˜̀ ci vuole il porto. Se avessi abbastanza pratica di queste
faccende, mi metterei a fare lÕalbergatore, invece del faticoso e scarsamente
redditizio mestiere che faccio. Quindi non voglio far
previsioni, che sarebbero di sicuro sbagliate. Per˜ una mia ferma convinzione �
che lÕalbergo lussuoso mal si combini col lanificio, con le case dei ferrovieri
e soprattutto con uno scatolone giallo, che dicono destinato a sanatorio per
bambini tubercolotici, sorto nelle immediate vicinanze.
Non vorrei essere frainteso:
anche per me sanare i bambini tubercolotici � molto
pi�̀ importante che non dare degna ospitalitˆ̀ ai signori della
terra, ma a Maratea cÕ� tanta abbondanza di luoghi bellissimi, che si poteva
ben costruire altrove lÕalbergo, o altrove il sanatorio. Infine, bisogna anche
considerare che se a Maratea prendesse davvero piede il turismo ricco che le si addice, probabilmente diminuirebbe il numero dei
bambini bisognosi di quelle cure. Comunque, nonostante questi che per me sono
errori iniziali, lÕimpresa per lo sfruttamento turistico della zona � ormai
avviata con serietˆ̀ dÕintenti e larghezza di mezzi. BenchŽ́
lÕalbergo sia la unica cosa finora costruita, non si
tratta solo dellÕalbergo. Se uno, attratto dalla
particolare bellezza dÕuna punta o dÕuna rada, chiede di acquistarne un
pezzettino, si sente invariabilmente rispondere: ÒQuella terra lÕha giˆ̀
comprata la Societˆ̀Ó. Oppure: ÒNon la vendo: anche la
Societˆ̀ voleva comprarla, ma io non la vendoÓ.
Qualcosa di grosso, dunque,
accade sulla costa di Maratea. I paesani, dallÕalto, stanno a
guardare stupiti, contenti o dubbiosi. AnchÕessi hanno capito che l“
lÕaffare vero � il turismo. Oggi, con tutte le macchine che ci sono, uno
stabilimento tessile va avanti quasi da solo, cio�̀ con una dozzina di
tecnici importati dal Nord e con poco pi�̀ di una dozzina di ragazzetti del paese, assunti come apprendisti. Non sarˆ̀ certo
questo ad allontanare la miseria dalla zona. Ma il
turismo, parola favolosa e sfuggente, potrebbe presentare la salvezza, il benessere
per tutti. Soltanto � una cosa lenta, e gli abitanti di Maratea, dopo aver
atteso per secoli, sono ora impazienti di veder affluire gente e denaro. Gli
sembra impossibile che ci˜̀ non accada con la desiderata sollecitudine. ÒSapeteÓ, dicono, Ògi�̀ allÕalbergo sÕ� fermata la
contessa Ciano, la figlia di Mussolini. Ha detto che
tornerˆ̀ presto, con molti amiciÓ.
Ora sono ansiosi che ritorni, e
intanto vorrebbero anchÕessi far subito qualcosa per lo sviluppo della loro
terra, e non sanno che fare, ho cercato di spiegar loro che la fortuna di Capri
e degli altri luoghi celebri del Napoletano non era derivata dai ricchi, ma da
uomini stravaganti, poeti pittori musicisti, pieni di fantasia e spesso poveri
di quattrini, sicura avanguardia della gente ricca. ÒDovreste attirarli quiÓ,
dicevo. ÒProvate a regalar loro un pezzo di terra, a patto che vi costruiscano
una casa che non si possa nŽ vendere nŽ affittareÓ. Chissˆ̀ che non li
abbia convinti. Se poeti pittori musicisti vedranno affaire in dono, dal Comune
di Maratea un pezzetto di terra per costruirsi una casa, sappiano
che, in fondo, sono stato io. Naturalmente, non chiedo nulla in cambio. Per˜,
se un giorno vorranno invitarmi a passare una
settimana nella loro casa in riva al mare, ci andr˜̀ volentieri, contento
di tornare in luoghi che ho conosciuto meravigliosi e che ormai mi � difficile
escludere dal desiderio.