Dal libro di Sergio De Nicola:

Maratea … parliamone ancora

Un agricoltore e Maratea

Quando l’amore per la natura diventa poesia

Nello stordimento di sole di un pomeriggio di agosto, avvolto bella sua misteriosa riservatezza, sulla strada da poco asfaltata, che irriverente lacera il verde di località Fontanelle, incontro Carmine Pacchiano.

Con passi lenti e rego­lari, con voce sommessa e uguale, interrotta, a volte, da un arguto e discreto sor­riso, con occhi schivi, rivolti preferenzialmente al suolo, Carmine mi accompagna nella penombra di un ampio locale, dove con pazienza e amore cer­tosino per le piccole cose, nel corso degli anni, ha raccolto oggetti che testimoniano la vecchia cultura campestre e pastorale della gente lucana di Maratea. Anche l’aria che si respira in questo ambiente ha qualcosa di particolare e misterioso, come i lunghi silenzi di Carmine, è un profumo antico che ricorda quello delle olive accantonate in un tradizionale frantoio o appena macinate, tanto da riportarmi al Pascoli dei primi poemetti quando nella poesia Il desinare scriveva:

... l’olio cantò con murmure sommesso

 un acre odore vaporò per tutto.

Ordinatamente dispo­sti, rivedo oggetti, ormai sfuggiti dalla mia memoria, che mi riportano alla mia primissima infanzia. Rivedo Assunta, la lattaia, col suo contenitore del latte, che bussa porta a porta misurando in appositi recipienti tarati, in luccicante alluminio, la quantità del bianco ed ancora pul­sante umore appena munto; l’aratro in legno dei vecchi contadini, il vecchio barile, sempre pronto a contenere la fresca e cristallina acqua delle nostre sorgenti, le vetuste terraglie che, con orgoglio, le nostre donne, un tempo, portavano sul capo.

É la voce di Carmine che mi scuote dallo stordimento dei ricordi e mi porta alla realtà: mi presenta rametti e foglie dove incontro parassiti dal nome per me sconosciuto, complicati tipi di innesti da anni ormai immobili nella loro fissa legnosità senza vita e senza tempo, forbici, coltelli, coltellini dalle varie forme e per vari usi, scatole con insetti, sperimentati dallo stesso Carmine, già molti anni fa, per la lotta biologica contro altri insetti.

In un angolino vedo poi vecchie scatole variopinte di prodotti antiparassitari, con istruzioni e indicazioni, forse un po’ ingenue, per i tempi ultra scientifici di oggi; bilance, bilancini, nodosi e rudimentali bastoni per la raccolta della frutta e una lunga serie di apparati buccali di insetti, mandati a comprare dallo stesso Carmine a scopo autodidattico.

Questa varietà di ogget­ti, oltre a ritrovare la certezza della loro funzionalità, corroborata nell’arcaica sperimentazione quotidiana di un tempo, queste foglie, rametti e insetti, oltre a rivivere la loro vita, nel fiorire della natura e degli amori, nel ripetersi costante delle stagioni, nelle mani di Carmine ven­gono quasi ad umanizzarsi. In questa umanizzazione io vedo la vecchia e virgiliana poesia latina che fa vibrare di vita la natura e il mondo ad esso collegato, contra­riamente a quanto accadeva nella poesia greca dove tutto il mondo naturale veniva intuito in una visio­ne contemplativa, in un misto di colore, musica e pittura.

Come nella poesia Latina, dunque, l’etere ride, il mare freme, le piante mormorano e tutto parla, si agita, soffre, gioisce, così, nelle descrizioni di Carmine, gli insetti lottano, nella loro quotidiana gara per la vita, le foglie e i fiori ci parlano della loro vitalità e sofferenza attraverso il loro verde e i loro colori, il tutto in un equilibrio vitale dove il dualismo vita-morte, amore-odio, palpitano come negli umani.

Nella descrizione di quanto espone nel suo piccolo museo rurale Carmine non si ferma solo a dare umanità e poesia ai tanti e tanto oggetti esposti, alcuni tra l’altro di una semplicità elementare; l’amore e l’acuta osservazione della natura, dei suoi cicli e la lunga sperimentazione da autodidatta su di essa, lo hanno portato ad una lucreziana razionalità.

É impressionante, come da autodidatta, mi piace ribadirlo, Carmine parli  con professionalità di cicli biologici, di piante e di insetti, di lotta biologica per la cura delle piante, di tempi e tecniche di innesti, di acidità e alcalinità dei terreni in rapporto alle scelte produttive, di esposizione di piante per la loro migliore crescita e qui il discorso non finirebbe mai. Nel suo dire lento e misurato non ho trovato mai retorica, ma ho intuito la ferma volontà di Carmine di voler penetrare sempre di più, mentre illustra le cose da lui raccolte, le leggi segrete del mondo agricolo e quindi della natura che è anche riscatto scatto dalle superstizioni che avviliscono i volghi.

In questo piccolo museo tecnica e natura convivono in felice e discreta simbiosi; la prima non offende la seconda ma aiuta a renderla vicina all’uomo.

Qui si vive di uno squarcio di poesia e filosofia lucreziana. La natura provvida non è quella che affligge e schiaccia il volgo, bensì quella che l’uomo saggio sa farsi amica e sa dominare.

Senza volerlo, tu Carmine Pacchiano, in questo tuo museo, mi hai fatto rivivere tante sensazioni; nell’incontrarti, però, casualmente oggi, non avrei mai immaginato di andare a rispolverare ricordi ormai sopiti della mia infanzia e dei miei, ormai lontani, studi liceali.

Te ne sono tanto grato.

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