Dal libro di Sergio De Nicola:

Maratea … parliamone ancora

La torre Santavenere

Una testimonianza per lo studio della difesa costiera

Solenne, con le sue linee austere, proiettata sui mitici flutti di Palinuro, a guardia di un passato che si confonde tra la leggenda e la storia, si erge la torre Santavenere.

La vetustà delle sue mura, impregn­ate di salsedine, immerse tra il ver­e il profumo di balsamiche pinete ispirano memorie e leggende di tem­pi lontani.

Tale costruzione fu una delle 379 torri fatte costruire dagli Spagnoli in tutto il regno di Napoli, a guardia di un territorio le cui coste erano infestate dal mare da bande piratesche, spe­cialmente turche che, guidate da A­driadeno Barbarossa, razziavano e di­struggevano paesi facendone schiavi gli abitanti. In conseguenza di tali continue incursioni, nel 1532 Don Pietro di Toledo emana un’ordinanza per la Costruzione ininterrotta, in tut­to il regno, di torri costiere a scopo di difesa. Sarà il suo successore, Don Pa­rafran de Ribera, duca d’Alcalà, a svi­luppare, coordinare e rendere esecu­tivo tale progetto dando nel 1563 or­dini e indicazioni per la costruzione delle stesse.

Tali costruzioni, accolte prima con riluttanza dalle varie università, su cui grava parte della spesa per la loro realizzazione, sono poi dalle stesse sollecitate, come accade per l’univer­sità di Maratea che nel 1580 ricorre al viceré per la mancata costruzione di una torre, già ordinata dal governato­re, conte di Briatico nel luogo detto di Acquafredda, presso la grotta della Scala, approdo e dimora di pirati.

La torre Santavenere è una delle sei fatte costruire dagli Spagnoli a guardia della costa di Maratea.

Il Pacichelli nella descrizione delle torri di Maratea così si esprime Sei torri custodirono la sua riviera, l’ulti­ma delle quali verso settentrione, di­vide il suo da quel di Sapri. Nel più nobile del mare, giudicasi la migliore del regno, quella gran torre, che viene detta Imperatrice, con più cannoni e il regale artigliere.

Da sempre, dunque, la torre San­tavenere, detta l’Imperatrice, è stata considerata, fino a qualche decennio fa, tra le più belle e meglio conservate tra quelle edificate nel regno di Na­poli. La stessa struttura architettonica ne fa intuire la diversità della funzio­ne difensiva. Tutte le torri costruite nella università di Maratea, risultano omogenee nella struttura: si tratta sempre della classica formula a tre ca­ditoìe per lato (Crivi Acquafredda, Apprezzarni l’asino, Caino) a cinque caditoie su tre lati (Filocaio) a caditoie multiple e monocaditoie (Santavene­re).

La complessità della struttura, quindi, e della mole, fa pensare che la torre Santavenere fosse una vera e propria torre di difesa, ben armata e protetta, oltre che da, mura robuste, superiori ai due metri di spessore, anche da un certo numero di soldati, al con­trario delle altre torri, così dette guar­diole poste sulla sommità delle colli­ne e di impervi dirupi che hanno la funzione di mettere in comunicazione le torri marine o cavallare  (munite di cavalieri a cavallo) con i paesi e le borgate dell’interno. Le torri marine, infatti, completano l’articolato sistema difensivo, e hanno la funzione di avvi­stamento e di mettere in stato di allar­me le torri di difesa.

La torre Santavenere, posta su un largo promontorio che si protende nel mare, con spiazzo alto di notevole am­piezza, in zona molto verde, piantu­mata ad alta fusto è raggiungibile facilmente dall’abitato di Fiumicello, ed è protetta da vincolo paesistico (legge 1497 del 29/6/1939) e da vincolo mo­numentale (1089 dell’1° Giugno 1939) e che godesse ottima salute lo di­mostra il fatto che, agli inizi del secolo, è un luogo di dimora e di meditazione di uno dei più illustri figli di Maratea: il Cardinale Casimiro Gennari, tra l’al­tro fondatore, del Monitore Ecclesia­stico, rivista di informazione teologi­ca tuttora edita e promotore della co­dificazione del diritto canonico sotto Pio X°.

Ciò che però, le avversità naturali miracolosamente hanno conservato nei secoli, viene deturpato in poco tempo, agli inizi degli anni cinquanta dalla famiglia Rivetti, attuale proprie­taria dello stabile, come chiaramente denunciato nel N° 12 di Castella, or­gano dell’istituto italiano dei castelli, edito in Roma nel 1975.

In esso testualmente si legge: L’intervento restaurativo della torre Santavenere, realizzato negli anni cin­quanta, ha avuto il grave inconvenien­te di una destinazione ad abitazione, non dimensionata sulle possibilità della torre, che (...) ha richiesto l’impe­gno di una tecnica restaurativa inte­grativa con ampie e generose, anche se controllate sovrastrutture, con la giustificazione morale che il cattivo esem­pio vene dai secoli passati, e senza giustificazione alcuna per le conces­sioni dei beccatelli alla torretta dell’a­scensore e al camino della centrale termica e quel che è peggio per lo svuotamento interno dei muri così da ridurre il tutto ad una pelle.

La stessa fonte fa rilevare che è in­dispensabile un accurato esame dell’importanza testimonianza, che è co­munque essenziale allo studio della difesa costiera della Basilicata e fa ul­teriormente notare che il detentore della torre non ha recepito di essere depositario di un bene culturale non comune, che deve quindi essere a di­sposizione degli studiosi.

I troppi corpi aggiunti, dunque, hanno letteralmente sconvolto l’architettura di questa costruzione, il cui profilo risulta notevolmente degrada­to specialmente nel versante che guar­da il mare, e un ulteriore ridotta vigi­lanza della Soprintendenza, come si legge sempre nel N° 12 di Castella, può essere causa di un futuro e ulte­riore deterioramento di questo monu­mento.

Se la Soprintendenza all’epoca sia intervenuta o meno non risulta, sta il fatto che le vicende edilizie di questa torre, che con tanta facilità abbiamo visto svilupparsi nello spazio di poco tempo, nonostante i vincoli paesaggi­stici e monumentali, o fanno venire in mente le tante tribolazioni procedurali di molti onesti cittadini, che a lungo hanno dovuto lottare con la burocra­zia per ottenere il permesso di edifica­zione di un bagno o di una cameretta per i propri figli.

Questa torre, così totalmente ridisegnata negli anni cinquanta, ha per­duto il suo fascino architettonico e simbolico, pieno di storia e di mistero, per diventare espressione di quel gu­sto estetico e utilitaristico che pur­troppo ha deturpato gran parte delle coste del nostro Mezzogiorno.

Ciò che è più grave è che tali inno­vazioni sono state ideate e realizzate da quella famiglia che, calata dal Nord, ha preteso e pretende ancora oggi, con i suoi progetti. di essere per la nostra comunità maestra di esteti­ca, di gusto e di progresso.

BIBLIOGRAFlA ESSENZIALE:

Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri - itinerario costiero tra mito e storia. Ed. Palumbo Esposito,Cava de’ Tirreni 1978.

Faglia Vittorio, Tipologia delle torri costieri nel Regno di Napoli. Castella vol. 12 -Istituto Italiano dei Castelli - Roma 1975.

Dizionario Enciclopedico - De Ago­stini - Novara 1986.

 

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